Guido Vitiello

Catabasi, anastasi, donne gaudenti e pollastri penitenti

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Lo schema è lo stesso, a Pietroburgo come a Parigi o a Los Angeles: peccato originale, discesa agli inferi, redenzione finale per tramite di una figura femminile dalla forte aura mariana.

È l’itinerario di Raskolnikov l’assassino, illuminato dalla grazia di Sonja, che lo seguirà in Siberia; è quello di Michel il borsaiolo, che si riscatta dinanzi al volto angelico di Jeanne, in Pickpocket di Robert Bresson; è infine quello di Julian Kaye (Richard Gere) in American Gigolò di Paul Schrader, infernale omaggio a Bresson e a Dostoevskij: uno “squillo” d’alto bordo di Beverly Hills che in ultimo vede la luce nel volto della sola donna che lo ha amato, Michelle.

Capita a volte, però, che il ciclo di morte e rinascita si inceppi a metà, che la redenzione tardi ad arrivare e la sua emissaria di turno si mostri svogliata o elusiva. È il caso di questo romanzo-confessione autobiografico di David Henry Sterry, Un pollastro a Hollywood, che Adelphi traduce ad alcuni anni dalla pubblicazione originaria. Anche qui la nota inaugurale è una sorta di peccato originale: diciassettenne sbarcato nella città del cinema a metà degli anni settanta, Sterry si ritrova in un cassonetto dopo esser stato narcotizzato e sodomizzato da uno stallone nero.

A tirarlo fuori dalla spazzatura è un altro nero, che gli insegna prima a friggere il pollo allo Hollywood Fried Chicken, e poi a diventare egli stesso un pollastro. Sarà allora un gigolò pronto a soddisfare le capricciose richieste di donne ricche e disperate, narrate in contrappunto con la rievocazione di un’infanzia terribile, una sequenza di agghiaccianti “quadretti familiari” che sembrano altrettante stazioni di una via crucis.

La sua discesa agli inferi durerà un anno. Costantemente schiavo del suo cercapersone, Sterry dovrà fare le marchette più surreali e stravaganti. Lucidare l’argenteria vestito solo di un grembiulino di voile, mentre due donne alle sue spalle “si ingoiano a vicenda come due serpenti”; o perfino, nella pagina più atroce del libro, indossare per una madre disperata i panni del figlio morto. Il tutto raccontato in un registro in bilico tra uno humour paradossale e la tragedia più nera, cui si perdona di buon grado qualche ammiccamento furbastro da scuola di creative writing: Sterry non è certo Céline, e la sua cronaca di abiezione ha qua e là uno spiacevole retrogusto pubblicitario.

A questo punto, chi abbia in testa il modello Dostoevskij-Bresson-Schrader si aspetta che la Beatrice di turno faccia capolino. E così sembra, grazie alla ragazza che nel corso del racconto pareva l’unica possibile via di salvezza: “Improvvisamente ho una visione davvero mistica. Kristy. Le confesserò tutto, le chiederò perdono e stavolta sarà tutto bellissimo”. Trasfigurato dalla visione beatifica, Sterry scaglia sull’asfalto il cercapersone, che si frantuma in mille pezzi. Ma le cose non vanno esattamente come ci aspettiamo, e sarà ben più difficile rimettere insieme i cocci della sua vita.

Alla fine una qualche luce, tutt’altro che accecante, vien pure – ma viene, come recitano le ultime parole del libro, “più o meno”.

Questo articolo è uscito sul Riformista Ombra del 12 luglio 2008. Qui in formato pdf.

Written by Guido

luglio 15, 2008 a 2:57 pm

Pubblicato su Il Riformista

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