Guido Vitiello

Nella camera chiusa, Sancta Sanctorum del giallo

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Nell’ampio salone ristorante di un albergo londinese, dove una lampada velata di rosso faceva balenare tra i commensali i tetri bagliori delle armature e delle insegne araldiche, il dottor Gideon Fell, con la quieta autorità di un barone feudale, si schiarì la voce e attaccò: “Ora terrò una conferenza sulla meccanica generale e lo sviluppo di quella situazione che nella narrativa poliziesca è nota come ‘la stanza ermeticamente sigillata’”.

Così, in Le tre bare (1935), il grande giallista americano John Dickson Carr apriva il più lungo excursus teorico che abbia mai trovato spazio tra le pagine di un romanzo poliziesco. Il Dr. Fell, corpulento e burbero detective modellato sulle fattezze di Gilbert K. Chesterton, si dilungava per pagine e pagine sui modi in cui è possibile spiegare la morte di un uomo in una camera chiusa dall’interno, a cui non c’è in apparenza alcuna via d’accesso.

I casi son molti: non è un assassinio, ma un precipitare di circostanze fortuite che culminano in un incidente che ha tutta l’aria di un delitto; è un suicidio che vien fatto passare per omicidio, o un suicidio indotto per suggestione; è all’opera nella stanza un qualche congegno meccanico, o ancora si tratta di un gioco di travestimenti, di illusioni ottiche, di raccordi ingannevoli tra i tempi della morte e quelli del ritrovamento del cadavere; e così via.

Il delitto nella locked room, la stanza serrata dall’interno, è uno dei topoi più fortunati del giallo classico, un espediente di cui John Dickson Carr è stato il maestro indiscusso, fino a vette di surreale virtuosismo come Il mistero delle penne di pavone (1937); e tuttavia, non si tratta di un’invenzione del romanziere americano. Molti citano Il mistero della camera gialla (1908) di Gaston Leroux come prototipo di questo sottogenere, ma Israel Zangwill, scrittore ebreo russo emigrato in Inghilterra – che tutto era fuorché un giallista – sosteneva con buone ragioni di esser ricorso all’espediente ben prima di lui, in Il grande mistero di Bow (1892), un esilarante giallo-commedia in cui compare perfino William Gladstone.

Neppure Zangwill, però, merita la palma di inventore della camera chiusa. Non solo perché, nello stesso anno, Sherlock Holmes si era trovato coinvolto nell’Avventura della banda maculata, a suo modo una variazione sul tema; ma anche e soprattutto perché – caso più unico che raro nelle lettere moderne – la detective story può vantare il suo indiscusso Eroe Civilizzatore, il suo Ercole o Prometeo, che ha ideato in forma più o meno embrionale tutti gli espedienti su cui avrebbero prosperato generazioni di giallisti: Edgar Allan Poe.

Il primo mistero della camera chiusa, infatti, è anche il primo giallo della storia: il racconto I delitti della Rue Morgue (1841). Tutto ha inizio quando l’investigatore aristocratico e sfaccendato Auguste Dupin e il suo anonimo sodale, nonché redattore delle sue avventure (il proto-Watson), s’imbattono in un articolo de La Gazette des Tribunaux che descrive il ritrovamento dei cadaveri di Madame L’Espanaye e della figlia in una casa della Rue Morgue, nel quartiere Saint-Roch: “Giunti a una vasta camera del quarto piano, che dava sul retro (si dovette forzarne la porta, essendo questa chiusa a chiave dall’interno), si presentò agli occhi degli astanti una visione che riempì ognuno di sbalordimento oltreché di orrore”.

Nasce così la situazione della hermetically sealed chamber, risolta da Dupin in modo decisamente ingegnoso: gli epigoni non dovranno che sforzarsi di superare il maestro in astuzia ed estro cervellotico. Oltre a John Dickson Carr, vi si cimenteranno a più riprese autori come Ellery Queen (Il delitto alla rovescia, 1934) e Agatha Christie (Il Natale di Poirot, 1939), Edgar Wallace (L’enigma dello spillo, 1923) e S.S. Van Dine (La canarina assassinata, 1927). Ma anche “minori” come Hake Talbot riusciranno a inventarsi qualche variazione stupefacente (L’orlo dell’abisso, 1944).

Perché, nel giallo dell’epoca d’oro tra le due guerre, questa ossessione per il delitto nella camera chiusa? Perché questa curiosa claustrofilia? La spiegazione che va per la maggiore – la cosiddetta puzzle theory – offre su questo punto una risposta semplice: il giallo è un gioco enigmistico, una sfida che l’autore ingaggia con il lettore e il criminale con il detective, e di conseguenza il fair play impone che il rompicapo abbia un numero limitato di pezzi, noti a entrambi gli sfidanti.

Di qui la predilezione per luoghi chiusicottage e manieri, canoniche e biblioteche, aerei in volo e navi in crociera, isole circondate da mari in tempesta e vagoni ferroviari isolati dalla neve – che garantiscono le stesse condizioni di isolamento di un esperimento chimico, e dove tutte le tessere del puzzle sono note e inventariate. All’interno di questo spazio, scriveva Roger Caillois, la camera chiusa “delimita un compartimento stagno alla seconda potenza, una cittadella doppiamente inaccessibile”. Per gli intenti enigmistici del giallo, la locked room è dunque il rompicapo più sconcertante e insolubile.

Ma il giallo non è solo un gioco enigmistico. È anche, come suggeriva Northrop Frye, un dramma rituale intorno a un cadavere, una sorta di rito profano in cui il supremo officiante, il detective, libera una comunità dal contagio che lo spargimento del sangue ha diffuso al suo interno, trasformando tutti i suoi membri in sospetti e quindi in potenziali assassini. In questa luce, la predilezione per luoghi chiusi ha un significato rituale: è la delimitazione di uno spazio sacro, l’iscrizione di un cerchio magico entro il quale le potenze che il rito deve espellere possano concentrarsi e raccogliersi.

All’interno di questo spazio rituale, aggiungeremmo noi, si cela a volte un luogo ancor piú segregato: l’inviolabile Sancta Sanctorum della camera chiusa dove ha avuto luogo il delitto, vaso di Pandora da cui il contagio ha preso a propagarsi. Simile al sacrario del tempio dove Hans Castorp, nella Montagna incantata di Thomas Mann, assiste in sogno allo smembramento rituale di un bambino, divorato da due orride streghe, la camera chiusa è il luogo dove si consuma l’evento – mai mostrato, e incessantemente alluso – che sta a fondamento del dramma rituale della detective story: il delitto.

Questo articolo è uscito sul Riformista del 4 agosto 2008.

Written by Guido

agosto 5, 2008 a 2:58 PM

Pubblicato su Il Riformista

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