Il blog di Guido Vitiello

Schindler’s Playlist. Canzoni sull’Olocausto

with one comment

Quante canzoni ha ispirato il genocidio degli ebrei? Non moltissime, sembra di poter dire. Un numero irrisorio, a fronte dei film o dei romanzi dedicati a quella stessa pagina di storia. Ma sono poche anche se usiamo come termine di paragone le canzoni nate intorno ad altri eventi storici, per esempio il genocidio degli indiani d’America (tanto per cominciare, due interi album di due giganti, Fabrizio De Andrè e Neil Young).

Ho provato a fare un primo e lacunoso censimento, tenendo conto solo delle più note (molte delle quali non sono nemmeno così note). Chi ha da segnalarne altre, si faccia avanti: magari salta fuori che la mia ipotesi è strampalata, e che le canzoni sull’Olocausto sono tante e famose, e insomma che tutto il problema si riduce a quello della mia ignoranza canzonettistica.

Ad ogni modo eccole, in ordine cronologico:

Woody Guthrie, Ilsa Koch (1948)
Confesso: prima di stasera ignoravo l’esistenza di questa canzone, dedicata alla “strega di Buchenwald”, la moglie del comandante del campo, sadica torturatrice che ha ispirato buona parte del filone porno-nazi. Guthrie è rapido, essenziale, cinematografico. Con pochi cenni e pochi fronzoli descrive la catena di montaggio della morte industriale, senza il bisogno di costruirci intorno una retorica: “Here comes the prisoner’s car./ They dump them in the pen./ They load them down the schute./ The trooper cracks their skulls./ He steals their teeth of gold./ He shoves them on the belt./ He swings that furnace door./ He slides their corpses in./ I see the chimney smoke./ I see their ashes hauled./ I see their bones in piles”.

Bob Dylan, With God on Our Side (1964)
Dal maestro all’allievo, che diviene a sua volta maestro. Il pudore di Dylan sull’Olocausto è noto, anche se decine di sue canzoni vi alludono in modo obliquo. With God on Our Side non è una canzone su Auschwitz, ma i “sei milioni” sono nominati direttamente e senza giri di parole: “When the Second World War/ Came to an end/ We forgave the Germans/ And we were friends/ Though they murdered six million/ In the ovens they fried/ The Germans now too/ Have God on their side”.

Jean Ferrat, Nuit et brouillard (1966)
Notte e nebbia, come l’omonimo film di Alain Resnais di dieci anni prima, come l’omonimo decreto del 1941 (Nacht und Nebel) che invitava a far sparire gli oppositori politici. Jean Ferrat, al secolo Jean Tenenbaum, di padre ebreo, scrisse questa canzone in risposta al divertimento anarco-revisionista di Georges Brassens, Les deux oncles. “On me dit à présent que ces mots n’ont plus cours,/ Qu’il vaut mieux ne chanter que des chansons d’amour,/ Que le sang sèche vite en entrant dans l’histoire,/ Et qu’il ne sert à rien de prendre une guitare”. Proprio come accadde a Resnais, Ferrat fu rimproverato per non aver usato la parola juif, ebreo, nella canzone. Ma erano altri anni, e la retorica dominante era quella resistenzialista. E poi l’accusa è speciosa, visto che Ferrat parla di deportati che si chiamano Samuel e pregano Jahveh. “Ils se croyaient des hommes, n’étaient plus que des nombres:/ Depuis longtemps leurs dés avaient été jetés”.

Francesco Guccini, Auschwitz (Canzone del bambino nel vento) (1967)
La più famosa, almeno in Italia. Gronda retorica da ogni sillaba, ma a Guccini lo si perdona. La metafora centrale, ripetuta a ogni fine strofa, vorrebbe forse far pensare alla “tomba nell’aria” di Paul Celan, ma ricorda più che altro Blowin’ in the Wind. Da notare la narrazione “in soggettiva” di un bambino morto nella camera a gas, che Tim Blake Nelson avrebbe adottato molti anni dopo in un film, La zona grigia. “Son morto con altri cento,/ son morto ch’ ero bambino,/ passato per il camino e adesso sono nel vento./ Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento/ nel freddo giorno d’ inverno/ e adesso sono nel vento”.

Leonard Cohen, Story Of Isaac (1969)
La più importante canzone su Auschwitz. Se Elie Wiesel accostava lo sterminio al sacrificio di Isacco, Leonard Cohen capovolge i termini del paragone: Abramo era mosso da una visione, tremava per la bellezza della Parola divina, i nazisti non avevano che uno schema, in altre parole un’ideologia. “You who build these altars now/ to sacrifice these children,/ you must not do it anymore./ A scheme is not a vision/ and you never have been tempted/ by a demon or a god./ You who stand above them now,/ your hatchets blunt and bloody, /you were not there before,/ when I lay upon a mountain/ and my father’s hand was trembling/ with the beauty of the word”.

Captain Beefheart, Dachau Blues (1969)
Era in Trout Mask Replica e non me n’ero accorto per anni! Ma stiamo pur sempre parlando di un album fatto di 28 microcanzoni. È interessante il modo in cui l’amico di Frank Zappa cerca di tracciare un quadro schematico delle guerre novecentesche: “Dachau blues, those poor Jews/ One madman, six million lose/ War One was balls ‘n powder ‘n blood ‘n snow/ War Two rained death ‘n showers ‘n skeletons/ Danced ‘n screamin’ ‘n dyin’ in the ovens/ Cough ‘n smoke ‘n dyin’ by the dozens”.

Serge Gainsbourg, Rock Around The Bunker (1975)
Non è solo una canzone: è un intero album, inciso agli albori della Hitler-Wave europea e americana. Una miscela di rock anni Cinquanta e fantasmi dell’epoca nazista. Difficile scegliere un brano, tra la rilettura allusiva di Smoke Gets in Your Eyes e lo scioglilingua sulle SS di Est-ce Est-ce si bon: “Sont-ce ces insensés assassins?/ Est-ce ainsi qu’assassins s’associent?/ Si, c’est depuis l’Anschluss que sucent/ Ces sangsues le juif Suss/ S.S. si bon si bon”.

Joy Division, No Love Lost (1978)
Con i simboli hitleriani, i Joy Division di Ian Curtis fecero un gioco ben più torbido di quello di Gainsbourg: il nome stesso del gruppo è la traduzione di Freudenabteilung, i bordelli predisposti nei lager femminili per allietare i carnefici. La fonte di ispirazione è il romanzo La casa delle bambole di Ka-Tzetnik 135633, al secolo Yahiel De Nur, ma attenzione: De Nur non giocava affatto, era un ex deportato profondamente traumatizzato dal suo passato, e testimoniò contro Eichmann a Gerusalemme. No Love Lost cita anche un passo del romanzo. “Through the wire screen, the eyes of those standing outside looked in/ At her as into the cage of some rare creature in a zoo. (…) No life at all in the house of dolls./ No love lost, no love lost”.

Rush, Red Sector A (1984)
Sembra parlare del futuro, ma parla del passato: la madre del cantante Geddy Lee era stata a Bergen-Belsen, il padre a Dachau. “Ragged lines of ragged grey/ Skeletons, they shuffle away/ Shouting guards and smoking guns/ Will cut down the unlucky ones/ I clutch the wire fence until my fingers bleed/ A wound that will not heal/ A heart that cannot feel”.

Ofra Haza, Trains of no return (1992)
Un brano della cantante israeliana tutto incentrato sull’imperativo del “mai più”. Confesso di non averlo mai sentito, ma ne riporto qualche verso: “Endless nights,/ Tortured days,/ Trains of no return./ (…) Don’t let them grow again,/ Oh, no, not again!/ Don’t let them roll again,/ The trains of no return!”.

The Indigo Girls, This Train Revised (1994)
Scarno, secco, crudele: il brano del duo folk di Atlanta pare quasi una rivisitazione di Woody Guthrie. “It’s a fish white belly/ A lump in the throat/ Razor on the wire/ Skin and bone/ Piss and blood/ In a railroad car/ 100 people/ Gypsies, queers, and David’s star/ This train is bound for glory”.

Francesco De Gregori, Numeri da scaricare (2005)
Blues poco ispirato, pigra trasposizione in musica dello stereotipo arendtiano della “banalità del male”: “Guarda quel treno/ che sta arrivando da lontano/ È nero come il fumo/ e sta arrivando piano piano/(…) Non c’è niente da guardare dal finestrino/ Solo madri senza latte/ e cenere dal camino/ (…) È gente come te e me/ o sono numeri da scaricare/ È l’inferno che avanza/ ma non ti devi preoccupare”.

Franco Battiato, Il carmelo di Echt (2008)
Si trova nel nuovissimo Fleurs 2, e porta la firma di Juri Camisasca. È una canzone su Edith Stein, la filosofa ebrea che si convertì al cattolicesimo e divenne suora carmelitana con il nome di Teresa Benedetta della Croce: i nazisti la stanarono nel convento per deportarla ad Auschwitz. “Dentro la clausura/ qualcuno che passava/ selezionava gli angeli./ E nel tuo desiderio di cielo/ una voce nell’aria si udì:/ gli ebrei non sono uomini./ E sopra un camion/ o una motocicletta che sia/ ti portarono ad Auschwitz”.

Written by Guido

gennaio 27, 2009 a 4:30 pm

Pubblicato su guviblog

Una Risposta

Subscribe to comments with RSS.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: