Il blog di Guido Vitiello

Appunti per un’Orestiade Alleniana

with 3 comments

Appena ho saputo che Oreste Lionello se n’era andato, confesso, la mia mente è corsa alla fatale domanda, che mi era già balenata decine di volte quand’era ancora in vita: chi doppierà, d’ora in poi, Woody Allen? Chi non ha pensato lo stesso, scagli la prima pietra.

A tal punto mi sono affezionato al doppiaggio di Lionello che nelle mie maratone alleniane mi piace tuttora alternare le versioni originali a quelle italiane. E compararle; perché sono vistosamente diverse, come dimostra un semplice esercizio di collazione. Non si tratta, badate, di discrepanze banali dovute all’esigenza di volgere nella nostra lingua battute intraducibili o frasi idiomatiche: c’è molto di più, e di più interessante.

Invoco pertanto da questa tribuna la fondazione di una cattedra di Filologia Alleniana, che sappia sviscerare la questione come merita; e nel frattempo, nel mio piccolo, faccio quel che posso – cioè, nientemeno, porre le basi della erigenda disciplina. Le divergenze, mi pare, si possono raggruppare in tre grandi famiglie.

Castronerie. Una prima famiglia di discrepanze è fatta di clamorosi errori di traduzione. Prendete, ad esempio, il formidabile monologo di apertura di Io e Annie, dove Allen cita la celebre battuta “Non vorrei mai appartenere a nessun club che contasse tra i suoi membri uno come me”. Nella versione italiana, la introduce con queste parole: “C’è un’altra battuta che è importante per me, è quella che di solito viene attribuita a Groucho Marx ma credo dovuta in origine al genio di Freud e che è in relazione con l’inconscio”. Detta così, pare che l’autore della battuta sia Freud, ma il “genio” del padre della psicoanalisi è in realtà il Wit, e Allen sta semplicemente citando il titolo inglese del Motto di spirito, dove (sembrerebbe) la battuta compare per la prima volta: “Another important joke, for me, is one that’s usually attributed to Groucho Marx; but, I think it appears originally in Freud’s Wit and Its Relation to the Unconscious“. Se ne deduce che la versione italiana è stata fatta almeno in parte a orecchio, all’impronta, e non a partire da un testo scritto. Sempre in Io e Annie, e sempre a spese di Freud: Alvy (Allen) definisce Annie una perversa polimorfa, che è la formula freudiana sull’infanzia, e in italiano salta fuori un improbabile policaliente epiteliale (?). Altra castroneria del genere, un po’ meno marchiana, è in Amore e guerra, dove il traduttore non ha capito che Boris, intento a scrivere poesie al caminetto, stava citando i glaciali versi del Prufrock di T.S. Eliot (“I should have been a pair of ragged claws”), e li ha resi con l’aulicissimo “S’io fossi un duo di scabre chele”, tra Cecco Angiolieri e Quasimodo, stravolgendo il senso della battuta.

Colpi di genio. A volte la traduzione supera, con un audace colpo d’ala, l’originale. Prendiamo la scena del Dittatore dello stato libero di Bananas in cui Fielding Mellish (Allen), invitato a cena dal dittatore Vargas, passa davanti a un curioso quartetto d’archi senza archi, che finge di pizzicare nell’aria strumenti immaginari. Nell’originale Allen esclama: “Can you keep it down? l’m getting a headache”. Che è fiacco, converrete, davanti alla bella e infedele traduzione italiana: “Vivaldi va suonato più allegro!”. Oppure, quando in Amore e guerra Boris scopre che la cugina Sonja, che lui ama alla follia, gli preferisce l’animalesco fratello Ivan, commenta così: “Don’t get me wrong, I love him like a brother… Just not one of mine”. La traduzione italiana è a tal punto superiore da esser divenuta proverbiale: “Non fraintendermi, lo amo come un fratello: come Caino Abele”. Capita pure che la consuetudine di sostituire nomi poco noti con altri più familiari al pubblico di destinazione sia usata con un certo genio: la “coppia omicida” Leopold e Loeb diventa, in una battuta di Io e Annie, Pier Capponi (che non c’entra nulla, ma suona a meraviglia); le illustrazioni di Norman Rockwell diventano, abbastanza appropriatamente, quelle di Mary Poppins; e così via. O, in direzione opposta, i nomi troppo “italiani” vengono resi più esotici e immaginosi. Il ribelle Esposíto, che si trasforma in spietato dittatore di Bananas (nell’originale, di San Marcos), nell’edizione italiana guarda caso è… Castrado. Che avrebbe fatto la gioia di Gadda.

Puritanismi. Basterebbe menzionare il fatto che Love and Death è stato reso con Amore e guerra per capire fino a che punto si è spinta la pruderie dei traduttori nostrani: si parli pure di Eros e Thanatos, ma con misura. E così, quando verso la fine del film Boris sul punto di impiccarsi ha un’illuminazione e rivolge dolci pensieri alla sua Sonja, “I wanted to hold her close to me, weep tears on her shoulder, and engage in oral sex”, il pubblico italiano al posto di oral sex sente parlare di inspiegabili lunghe leccate sul naso.

Erano altri anni, e nelle traduzioni ci si prendeva, forse, più libertà. Lo stesso vale per i libri di Woody Allen, che qualche anno fa Daniele Luttazzi ha voluto ritradurre per correggere le molte pecche della vecchia edizione Bompiani… Con l’effetto di abolire castronerie e puritanismi, d’accordo, ma anche molti colpi di genio.

(to be continued…)

Written by Guido

febbraio 24, 2009 a 4:31 pm

3 Risposte

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  1. sto facendo una tesi sul doppiaggio dei primi film di Allen! come posso contattarti??

    Stefano

    febbraio 13, 2013 at 10:49 pm

    • Mi trovi su Facebook e/o sul sito dell’Università!

      unpopperuno

      febbraio 14, 2013 at 12:20 pm

      • ci sono tanti tuoi omonimi! hai una foto dei peanuts come immagine del profilo? se si , ti ho già mandato un messaggio!

        Stefano

        febbraio 14, 2013 at 9:02 pm


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