Guido Vitiello

La guerra delle menzogne

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Che allo Stato spetti il monopolio della violenza, nessuno lo mette in questione, salvo quei pochi che si dedicano alla guerriglia o alla malavita. Ma, domandava Jonathan Swift in un libello di trecent’anni fa, «il diritto di coniare bugie appartiene totalmente al governo?». Nient’affatto, come può dedurre chi svolga in modo conseguente i princìpi stessi della democrazia: «Siccome il governo dell’Inghilterra è in parte democratico, così il diritto di inventare e di spargere bugie è anche in parte del popolo». Non c’è monopolio statale della menzogna, e anzi è più che lecito usarne per fini di lotta politica: «Siccome i ministri usano spesso menzogne per sostenersi al potere, è ben ragionevole che il popolo usi la stessa arma per difendersi e cacciarli via». All’epoca di Swift si trattava di confezionare libelli o rumores per poi darli alle stampe. Oggi la guerra delle menzogne si combatte in larga parte su internet: alcuni nemici di Barack Obama, per esempio, durante la campagna elettorale insinuarono che il candidato fosse musulmano, nato fuori dagli Stati Uniti e amico dei terroristi; e riuscirono a diffondere la diceria ad ogni angolo della rete, al punto che per smentirli il futuro presidente dovette esibire il suo certificato di nascita.

E proprio un amico e consulente di Obama, Cass R. Sunstein, giurista di Harvard, ha tentato di comprendere la logica che soggiace alla diffusione di false voci e leggende metropolitane. Il suo breve libro, Voci, gossip e false dicerie (Feltrinelli), non lesina classificazioni, come già il libello di Swift. Il trattatista settecentesco distingueva tra rumores detrattori (volti cioè a rovinare una reputazione), aggiuntori (che al contrario conferiscono una gloria fuori misura) e translatori (dove i meriti dell’uno sono attribuiti illegittimamente all’altro). Sunstein distingue invece tra wish rumors e dread rumors, a seconda che le dicerie soffino sul fuoco della speranza o su quello del terrore. In ambo i casi, le voci si propagano seguendo quelle che l’autore chiama cascate sociali, in base cioè alla semplice legge del passaparola. E non incontrano soverchie resistenze. Questo perché, spiega Sunstein, è all’opera la cosiddetta polarizzazione dei gruppi: per quanto internet sia un vasto mercato delle idee dove si trova di tutto, molti si fermano sempre e solo al proprio banco di fiducia, dove incontrano per lo più persone che hanno le loro stesse persuasioni, e a forza di confermarsi a vicenda giudizi e pregiudizi finiscono per alimentarli e renderli ancor più inespugnabili. E così la rete è popolata di persone beatamente persuase che nessun aereo è caduto sul Pentagono l’11 settembre, che il riscaldamento globale è una frottola, che non siamo mai stati sulla Luna, che ad Auschwitz si moriva di tifo.

Verba volant, d’accordo, ma anche i discorsi più alati a fine volo da qualche parte devono pur schiantarsi: e così le vociferazioni calunniose possono provocare danni tutt’altro che verbali – quando s’insinua per esempio che una banca è a corto di riserve, o che una società è sull’orlo del fallimento. La più grande strage avvenuta in Iraq in un solo giorno, racconta Sunstein, non si deve a una bomba, ma a una diceria: il 31 agosto 2005 si diffuse la voce che era imminente l’attentato bomba di un kamikaze sul ponte al Aiammah, che attraversa il fiume Tigri a Baghdad. La voce suscitò il panico tra i partecipanti a una processione religiosa sul ponte, e nel fuggi fuggi generale il parapetto d’acciaio cedette, e centinaia di fedeli caddero nel fiume. Rimasero uccise circa mille persone – un bilancio che riporta alla mente la fatale burla di Orson Welles. Forse tutto questo dovrebbe portarci a rileggere la metafora mcluhaniana, così lungamente fraintesa, del “villaggio globale”; che non era, per il grande studioso canadese, il compimento del sogno irenico dell’incontro tra i popoli, bensì, proprio come i villaggi concreti, un campo di forze attraversato da voci di ogni segno: il regno pettegolo delle commari e dei mestatori, degli intriganti e dei linguacciuti.

Ma le menzogne del popolo sono tiri di schioppo a fronte delle divisioni corazzate di cui dispongono i governi. Quella delle armi di distruzione di massa irachene è solo la più nota delle frottole politiche recenti (chissà se Sunstein la censirebbe tra le voci diffuse per mero interesse o per dedizione a una causa creduta giusta): la riflessione sulla bugia e l’arte del governo ha una storia millenaria, da Platone ai nostri trattatisti rinascimentali, dalla riflessione sugli arcana imperii fino all’intervento di Hannah Arendt sui Pentagon Papers. C’è un momento nel secolo scorso, tuttavia, in cui quello della menzogna politica diventa un problema impellente, un’urgenza: e questo perché la menzogna ha assunto proporzioni quantitative tali da farle compiere un salto di qualità. È l’epoca dei totalitarismi. In queste settimane Lindau ripubblica un libretto del filosofo e storico della scienza Alexandre Koyré, scritto nei primi anni Quaranta, che s’intitola per l’appunto Sulla menzogna politica. «Non si è mai mentito così tanto… infatti, giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, dei cumuli di menzogne si riversano sul mondo. I discorsi, gli scritti, i giornali, la radio… tutto il progresso tecnico è posto al servizio della menzogna. L’uomo moderno – ancora una volta, è all’uomo totalitario che pensiamo – è immerso nella menzogna, respira la menzogna, è sottomesso alla menzogna ogni istante della sua vita».

A rigore, non si tratta neppure di menzogne, poiché l’idea del falso presuppone quella del vero, tenacemente negata dalle filosofie totalitarie, le quali «proclamano unanimemente che la concezione della verità oggettiva, valida per tutti, non ha alcun senso; e che il criterio della “Verità” non è il suo valore universale, ma la sua conformità allo spirito della razza, della nazione o della classe, la sua utilità razziale, nazionale o sociale». È un pragmatismo spinto all’estremo, figlio delle “gagliarde illusioni” di Nietzsche più che dei ragionamenti di Dewey, lo stesso che un misconosciuto teorico della menzogna politica, Paul-Louis Landsberg, descriveva in quegli anni nella sua esemplare Introduction à une critique du mythe. La parola, il discorso, la rettorica politica non è lo specchio che riflette la realtà, tutt’al più deformandola un poco secondo le convenienze: è lo specchio ustorio che aspira a incendiarla.

Il salto di qualità introdotto dai totalitarismi si è ormai compiuto, e non è detto che dopo la loro sconfitta si sia tornati a più miti consigli. Per secoli, spiega Koyré, le menzogne politiche furono tollerate e ammesse con riluttanza, come una triste necessità del governare, che però si ribaltava in azione virtuosa, in “bello mentire”, in occasione della guerra, stato d’eccezione retto da leggi proprie: à la guerre comme à la guerre. «Ma se da evento eccezionale, episodico, passeggero, la guerra diventasse uno stato continuo e normale?». La domanda di Koyré risuona beffarda alle orecchie di noi contemporanei, anche di quelli che hanno la fortuna di non vivere sotto regimi totalitari. Perché nella perenne intermittenza tra guerre gabellate per missioni pacifiche e tregue armate – quella che il poeta Valerio Magrelli ha battezzato la “guace”, viscosa mescolanza di guerra e pace – domina ovunque un’idea tutta pragmatica della “verità”, arma da brandire nell’agone politico a costo di affilarla con la pietra della calunnia.

Per questa guerra delle menzogne permanente e asimmetrica tutti sono equipaggiati, quelli che dispongono di un semplice portatile e di una connessione come quelli che detengono imperi mediatici. Ma proprio come accade per il monopolio della violenza, che lo Stato riconquista ad ogni insurrezione di banda armata a spese delle libertà di tutti, così accade per il monopolio della menzogna: quando i governi lo avocano a sé producono quello che Sunstein, adottando il gergo legale anglosassone, chiama chilling effect, il raffreddamento dovuto all’intimidazione, che va a danno di tutti.

È storia di questi giorni, in Italia. Ed è una guerra senza vincitori.

Dal Riformista del 30 luglio 2010

Written by Guido

luglio 30, 2010 a 10:25 pm

Pubblicato su Il Riformista

2 Risposte

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  1. pardon guido , stavo cercando il tuo vecchio blog su internazionale e vedo che purtroppo è stato soppresso

    l’archivio dei tuoi scritti su internazionale le trovo qui?

    comunque un vero peccato che non sia presente anche
    su internazionale…

    rob

    ottobre 9, 2010 at 2:52 pm


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