Il blog di Guido Vitiello

La cultura italiana e la Shoah

leave a comment »

Quando uno studioso italiano dice di occuparsi di Holocaust Studies, può capitare che i colleghi lo guardino perplessi, quasi fossero in presenza di un monomaniaco che ronza attorno alla sua idée fixe. Cercheranno per prima cosa di capire se è ebreo o meno, e appurato che non è ebreo gli domanderanno: “E come mai ti sei scelto un argomento così specifico?”. Negli Stati Uniti lo guarderanno altrettanto perplessi, ma per la ragione speculare: “Un argomento così generico? E di che cosa ti occupi, in particolare?”. È grazie al benemerito iperspecialismo degli Holocaust Studies anglosassoni se oggi possiamo leggere il volume di Robert S.C. Gordon, The Holocaust in Italian Culture – 1944-2010 (Stanford University Press). Che esordisce lamentando, innanzitutto, che in Italia si sia scritto e si scriva così poco sul tema.

Il libro di Gordon, professore a Cambridge, ha il pregio – così raro, sotto i nostri cieli – di abbracciare una concezione inclusiva e non schizzinosa di cultura, che passa senza imbarazzi da Primo Levi a Francesco Guccini, da Salvatore Quasimodo a Roberto Benigni, dal Museo della Shoah – un case study che è ormai una tela di Penelope – ai film erotici ispirati al Portiere di notte di Liliana Cavani. Ma non è questa l’unica ragione per cui in Italia un libro come il suo non lo ha scritto (né forse lo scriverebbe) nessuno. C’è anche il modo franco e pragmatico di accostarsi ai grandi testimoni e intellettuali, che non sono meta di pellegrinaggi riverenti né vanno a comporre una galleria di “medaglioni”, ma al contrario sono calati senza troppi riguardi nel dibattito che infuriò loro intorno, considerati all’interno dell’industria culturale che li armò (o, all’occorrenza, disarmò). E così Pier Paolo Pasolini diventa, per Gordon, il grande disseminatore di analogie concentrazionarie nel discorso pubblico italiano. La sua opera, specie negli ultimi anni tra gli Scritti corsari e Salò, rappresenta “il dispiego più elaborato, rischioso, a volte decisamente schematico, distorto e storicamente sospetto, eppure immensamente potente, di elementi dell’Olocausto, trasformato in metafora o allegoria ai fini della sua aggressiva critica ideologica”: il nuovo fascismo, il genocidio culturale. Il ruolo di Primo Levi è invece letto da Gordon sulla falsariga di quello di Elie Wiesel negli Stati Uniti, il ruolo cioè di principale mediatore della conoscenza della Shoah presso il grande pubblico. Con tutti i rischi del caso: uno dei capitoli più originali riguarda le vicissitudini e i travisamenti di una formula di Levi, quella della “zona grigia”, metafora dei gradi di responsabilità intermedia tra la vittima e il carnefice nei Lager. Nel 1986 Giorgio Bocca, con gran dispetto di Levi, ricorse alla zona grigia per discolpare Kurt Waldheim, l’ex nazista che l’Austria stava per eleggere presidente, e forse anche sé stesso, per i suoi trascorsi giovanili di fascista e razzista. Con gli anni la metafora della zona grigia estese il suo imperio fino a includere il dibattito più generale sul fascismo e sul grado di adesione degli italiani al regime, fu ripresa da De Felice e da Pavone, e finì per intrecciarsi a un altro stereotipo ricorrente: “Italiani brava gente”. Da un lato, dunque, una notte in cui tutte le vacche sono non nere ma grigie, in cui meriti, colpe e responsabilità sbiadiscono nell’indistinzione; dall’altro l’ideologia del buon italiano, della mitezza congenita del carattere nazionale: il risultato è la dissoluzione della storia in psicologia, nei travagli delle scelte individuali o tutt’al più familiari. La consacrazione televisiva di Giorgio Perlasca – eroe al tempo stesso buono e grigio – segnò il massimo intreccio dei due stereotipi gemelli, rivelando il “potere combinato della zona grigia e del mito del buon italiano” sulla memoria nazionale.

Mitologie compiacenti a parte, un’occasione per fare i bravi l’abbiamo proprio adesso: se non siamo stati capaci di scrivere un libro come quello di Gordon, affrettiamoci quanto meno a tradurlo.

Articolo uscito sul Foglio il 23 ottobre 2012 con il titolo Il libro sulla Shoah nella cultura italiana che non siamo capaci di scrivere.

Written by Guido

ottobre 24, 2012 a 6:48 pm

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: