Guido Vitiello

Posts Tagged ‘Elie Wiesel

Himmler, Wiesel e la gloria

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Molti personaggi storici sono noti per una sola frase, ed è una frase che di solito non hanno detto. Maria Antonietta e le brioches, Lenin e gli utili idioti, Goebbels e la pistola come antidoto alla cultura: la strada del nozionismo è lastricata di apocrifi. Può capitare però che una frase sia stata detta e non detta, o meglio detta in un modo e trascritta in un altro, con variazioni piccole ma decisive. Una delle citazioni più ricorrenti sulla Shoah viene da un discorso segreto agli alti gradi delle SS che Heinrich Himmler tenne a Posen i primi di ottobre del 1943: “Questa è una pagina gloriosa della nostra storia che non è mai stata scritta né mai lo sarà”, si legge nella trascrizione agli atti del processo di Norimberga. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 21, 2016 at 2:42 pm

L’affaire Wiesel-Lanzmann (Mani bucate, 6)

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L’antico assioma secondo cui la verità sta nel vino richiede qualche corollario, che specifichi almeno cosa deve intendersi per verità. La chiosa decisiva l’ha aggiunta Erasmo negli Adagia: “Può capitare che si dica il falso, pur rivelando ciò che si ha nel cuore”. Non so se Claude Lanzmann fosse del tutto sobrio il 3 luglio scorso, quando la radio France Inter lo ha intervistato sulla morte di Elie Wiesel, ma di certo non lo sembrava. C’è chi per dissipare l’imbarazzo ha menzionato i suoi novant’anni, chi la sua sordità; attenuanti troppo deboli per abbuonargli un’affermazione falsa e maliziosa: “Elie Wiesel ha passato ad Auschwitz tre o quattro giorni in tutto”, ha detto Lanzmann, citando l’autorità di Imre Kertész, che lo avrebbe rivelato in Essere senza destino. I cronisti hanno setacciato il romanzo del sopravvissuto ungherese senza trovare menzione di Wiesel. Non è lì, infatti, che dovevano cercare. Le stesse parole le sentii pronunciare a Lanzmann nell’inverno del 2008, in un dibattito alla Cinémathèque di Parigi per una retrospettiva sul cinema e la Shoah. “È stato appena qualche giorno ad Auschwitz”, disse con una punta di sarcasmo; ma non si riferiva a Wiesel, si riferiva a Kertész. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 17, 2016 at 1:09 pm

Contro il male della banalità

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Ogni volta che si parla di banalità del male (ed è capitato spesso, in questi giorni, per via del 27 gennaio e del nuovo film sul processo Eichmann) mi torna in mente una pagina dell’autobiografia di Raul Hilberg, The Politics of Memory. Il bersaglio era Hannah Arendt e la sua immagine del tenente colonnello delle SS come un burocrate ottuso e disciplinato. Hilberg ricostruiva per sommi capi la stupefacente carriera di Eichmann, l’astuzia e la diplomazia fuori dal comune che dovette impiegare per portare a termine le sue atroci imprese, e concludeva grosso modo così: vedo il male, altroché, ma la banalità proprio non la vedo.

Mi torna in mente questa pagina non tanto per la questione della banalità del male ma per quella, assai meno importante, del male della banalità. Tutte le volte che la cultura pop – musica, cinema, tv, fumetti, pubblicità, social network – si accosta alla Shoah o si serve dei suoi simboli, l’accusa di “banalizzazione” è in agguato. Non so chi sia stato il primo a usarla. Di certo il più influente è stato Elie Wiesel nella sua requisitoria sul New York Times contro la miniserie Holocaust nel 1978, che s’intitolava appunto “Trivializing the Holocaust”. Poi la parola è diventata una specie di formula liturgica un po’ ovunque e soprattutto in Francia, ossia nella patria di quel Flaubert che avrebbe potuto metterla in appendice al dizionario dei luoghi comuni: “Film sulla Shoah: se piacciono al pubblico, dire che banalizzano l’indicibile”. Leggi il seguito di questo post »

Sesso, umor nero e metafisica: Martin Amis torna ad Auschwitz

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FullSizeRenderIl nuovo romanzo di Martin Amis, The Zone of Interest, è una macchia di Rorschach. Chi volesse farsene un’idea a partire da quel che legge sui giornali si troverebbe nella stessa condizione di un poliziotto che debba disegnare l’identikit di uno sconosciuto mettendo insieme testimonianze che lo descrivono come uno spilungone, quasi nano, obeso ma segaligno, e poi biondo, con i capelli di un nero corvino, anzi del tutto calvo. Il poveretto penserà di avere a che fare con un mutante o un mostro mitologico. È grosso modo l’impressione che si ricava dalla lettura delle recensioni a The Zone of Interest apparse sulla stampa britannica, israeliana, tedesca, americana (negli Stati Uniti il romanzo è appena uscito). La cosa certa è che Amis ha scritto, vent’anni dopo Time’s Arrow, un nuovo romanzo sulla Shoah. Per il resto, c’è chi assicura che si tratta di una profonda meditazione sul perché di Auschwitz, anzi sull’impossibilità di trovare un perché, nel solco di Primo Levi; c’è chi lo descrive come una commedia pervasa di un umor nero feroce e dissacratore, forse un po’ stonato in tempi di antisemitismo risorgente; c’è chi dice che il libro offre una traduzione romanzesca dell’idea arendtiana della “banalità del male” e del genocida come impiegato; c’è chi ne parla come di una storia d’amore che inclina al sentimentalismo kitsch; c’è chi lo presenta come un intreccio di atrocità ed erotismo al limite della pornografia, popolato di comandanti perversi e guardiane sadiche che hanno un tocco di “kinky lesbianism”. È possibile che un libro sia al tempo stesso La notte di Wiesel, Le benevole di Littell e Ilsa la belva delle SS? Leggi il seguito di questo post »

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ottobre 5, 2014 at 1:52 pm

Lager Gomorra. Roberto Saviano lettore di Primo Levi

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700_dettaglio2_SeQuestounuomoPer diventare cuoco ad Auschwitz devi saper tirare di boxe, spiegò a Primo Levi un medico ungherese dopo l’arrivo nel campo, perché ti capita di dover stendere a pugni chi allunga le mani sui viveri. Chissà, dopo un tale apprendistato, come Levi avrebbe schivato il micidiale uno-due che gli è piovuto addosso in questi giorni. Prima Gad Lerner che gli mette in bocca l’espressione “razza ebraica”, un colpo sotto la cintola di quelli che l’arbitro dovrebbe espellerti da tutti i ring del regno; poi l’abbraccio di un pugile più leale, Roberto Saviano – ma un abbraccio nella boxe è insidioso, serve a impacciare i movimenti dell’avversario. L’occasione è l’audiolibro di Se questo è un uomo letto da Saviano, di cui Repubblica ha anticipato, il 6 novembre, uno stralcio dell’introduzione. Prendiamone una frase, una citazione di Philip Roth su Levi: “Dopo averlo letto non puoi più dire di non esserci stato ad Auschwitz. Non vieni soltanto a conoscenza di quello che è successo, ma sei lì”. Davvero Roth disse questa frase? Lo stesso Saviano ne dubita, tanto che confessò a Enzo Biagi di crederla una leggenda. Ma è una leggenda che gli è cara, e che ama ripetere spesso, anche in una variante estrema (non si può dire “di non essere stati in fila fuori da una camera a gas”). E non c’è da stupirsene, già che questo Roth dal suono apocrifo sembra tagliato su misura per la retorica della testimonianza dell’autore di Gomorra: l’idea cristologica dello scrittore che si cala negli inferi con tutti e cinque i sensi e ne emerge per donare ai lettori la “presenza reale” della parola. Leggi il seguito di questo post »

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novembre 11, 2013 at 11:14 am

Elogio della libera morte. Su Jean Améry

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Ogni suicidio, scrisse Balzac, è un poema solenne di malinconia: “Dove troverete, nell’oceano della letteratura, un libro che emerga e possa competere in genialità con questo trafiletto: ‘Ieri alle quattro una giovane donna si è buttata nella Senna dall’alto del Ponte delle Arti’”. Già, dove? Le sfide sono fatte per essere raccolte, ancorché con qualche secolo di ritardo. La pelle di zigrino fu pubblicato nell’agosto del 1831. Esattamente un secolo e un mese più tardi, nel settembre del 1931, il mensile Modern Mechanix, una delle tante riviste americane d’informazione tecnica e consigli per il fai-da-te, ospitò un sublime trafiletto dal titolo “Precaution for Would-be Suicides”: “Se state meditando di commettere suicidio, assicuratevi di prendere questa precauzione: usate proiettili nuovi. I proiettili vecchi sono senz’altro carichi di germi che potrebbero infettare la ferita e causarvi la morte. Se usate proiettili nuovi, potreste riprendervi dal tentato suicidio”. Altro che poema solenne di malinconia, caro Balzac, questo è un romanzo distillato in cinquanta parole. E che romanzo! Un romanzo esilarante, tragico, surreale, grottesco. Il suo apparente paradosso – che colui che vuol togliersi la vita debba aver cura di non contrarre infezioni mortali – presuppone in effetti una scissione, una fenditura che percorre tutto l’essere dell’aspirante suicida, tra la logica della vita e la logica della morte, tra un corpo che per quanto si tenti di domarlo è riottoso fino all’ultimo e non vuol saperne di morire, e una coscienza che ha deliberato contro il miglior consiglio delle viscere, contro l’inesausto e fedele affaccendarsi degli organi. Che si possa marciare uniti, anima e corpo, al traguardo supremo dell’estinzione, è un’ipotesi che i redattori di una rivista di fai-da-te, che immaginiamo pragmatici, ben posati, restii alle intemperanze liriche, non vogliono prendere neppure in esame. Per lo sfrigolìo e le scintille prodotte da questo cortocircuito logico-esistenziale non c’è rimedio tecnico: la raccomandazione contraddittoria si limita a render conto delle due direzioni nelle quali è strattonato chi si colloca sulla soglia tra la vita e la morte. Leggi il seguito di questo post »

La cultura italiana e la Shoah

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Quando uno studioso italiano dice di occuparsi di Holocaust Studies, può capitare che i colleghi lo guardino perplessi, quasi fossero in presenza di un monomaniaco che ronza attorno alla sua idée fixe. Cercheranno per prima cosa di capire se è ebreo o meno, e appurato che non è ebreo gli domanderanno: “E come mai ti sei scelto un argomento così specifico?”. Negli Stati Uniti lo guarderanno altrettanto perplessi, ma per la ragione speculare: “Un argomento così generico? E di che cosa ti occupi, in particolare?”. È grazie al benemerito iperspecialismo degli Holocaust Studies anglosassoni se oggi possiamo leggere il volume di Robert S.C. Gordon, The Holocaust in Italian Culture – 1944-2010 (Stanford University Press). Che esordisce lamentando, innanzitutto, che in Italia si sia scritto e si scriva così poco sul tema.

Il libro di Gordon, professore a Cambridge, ha il pregio – così raro, sotto i nostri cieli – di abbracciare una concezione inclusiva e non schizzinosa di cultura, che passa senza imbarazzi da Primo Levi a Francesco Guccini, da Salvatore Quasimodo a Roberto Benigni, dal Museo della Shoah – un case study che è ormai una tela di Penelope – ai film erotici ispirati al Portiere di notte di Liliana Cavani. Ma non è questa l’unica ragione per cui in Italia un libro come il suo non lo ha scritto (né forse lo scriverebbe) nessuno. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

ottobre 24, 2012 at 6:48 pm