Il blog di Guido Vitiello

Giudici responsabili, per legge

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CalamandreiNon è dalla benevolenza del fornaio che ci aspettiamo il pane, come sa ogni liberale dai tempi di Adamo Smith. Dovremmo forse attenderci giustizia dalla benevolenza del giudice? L’11 giugno scorso, incontrando i magistrati in tirocinio, Giorgio Napolitano ha pronunciato una frase su cui i quirinalisti hanno dato fondo alle sottigliezze esegetiche, già che il presidente citava una precedente esternazione: “Occorre che ogni singolo magistrato sia pienamente consapevole della portata degli effetti, talora assai rilevanti, che un suo atto può produrre anche al di là delle parti processuali”. Sagge parole, che però si potrebbero tradurre con la massima di San Filippo Neri: “State buoni se potete”. E va bene che non spettava a Napolitano dire di più, ma che molti abbiano lodato la forza del suo richiamo è il segno di un’impotenza prossima alla rassegnazione. Proviamo a tradurre anche questa in parole: siccome non vogliamo o non possiamo sciogliere i nodi della giustizia, ci rimettiamo al senso di responsabilità di ciascun magistrato, sperando che si ricordi che c’è un paese là fuori. Con il risultato che, da anni, si parla di giudici più che di giustizia: delle loro inclinazioni politiche, dei loro amori, dei poster che espongono in ufficio e perfino dei loro calzini. A che cosa porti tutto questo, lo si vede bene.

Un libro recente permette di ragionare sul confine turbolento tra la persona del magistrato e la sua funzione. S’intitola L’onere della toga, lo ha scritto Lionello Mancini, cronista giudiziario del Sole 24 Ore, e lo pubblica Rizzoli con una prefazione del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. È un libro meno agiografico di quanto lasci supporre il lancio da western (“Vite blindate, sempre in tensione, spese in nome della Giustizia”), e neppure è troppo appiattito sulle posizioni della corporazione, men che mai di certe sue avanguardie spericolate (l’autore e ancor più il prefatore fanno esercizi letterari degni dell’Oulipo per evocare Ingroia senza menzionarlo mai). Mancini fa il ritratto di cinque magistrati con un senso piuttosto tormentato della propria funzione, di quelli che, avrebbe detto Sciascia, soffrono il loro potere più che goderne. Il problema sorge quando dal caso personale ci s’innalza alla regola generale. Osserva per esempio Pignatone che la vicenda di uno dei cinque (non ne faremo il nome, per non rinfocolare antiche polemiche) dimostra, meglio di tante diatribe teoriche, che la possibilità di passare dalla funzione requirente alla giudicante arricchisce il magistrato senza minarne la terzietà. E sia. Ma la deduzione andrebbe ribaltata: la toga, per dirla con una rozza metafora sartoriale, non va tagliata su un redivivo Dante Troisi, ma sul magistrato medio e mediocre, perché non abbia a far danni. Tutt’al più si deve aver cura delle implicazioni umane della definizione delle funzioni. Scriveva Calamandrei nell’Elogio dei giudici che il ruolo di “parte imparziale” del pubblico accusatore è in sé un paradosso: “Avvocato senza passione, giudice senza imparzialità: questo è l’assurdo psicologico, nel quale il pubblico ministero, se non ha uno squisito senso di equilibrio, rischia a ogni istante di perdere, per amore di serenità, la generosa combattività del difensore o, per amore di polemica, la spassionata oggettività del magistrato”. Questo squisito equilibrio possiamo sperarlo, non presumerlo; e non è facile reclutare a concorso migliaia di Kierkegaard o di Camus che sappiano assumersi l’onere di un “assurdo psicologico”.

Non abbiamo bisogno di alte coscienze in grado di sceverare in sé accusa e giudizio, ma di carriere separate; non di magistrati con senso di responsabilità, ma di magistrati responsabili per legge. E questo, se non si era inteso, è un appello a firmare i referendum radicali sulla giustizia.

Articolo uscito sul Foglio il 12 luglio 2013
Firma i referendum

Written by Guido

luglio 13, 2013 a 12:15 pm

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