Guido Vitiello

Posts Tagged ‘Giorgio Napolitano

Non sono un rottamatore, sono un rottame

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Ogni volta che m’imbatto nella coppia Settis-Montanari ripenso a una frase di Amore e guerra di Woody Allen: “E c’erano il vecchio Grigorij e suo figlio, il giovane Grigorij. Stranamente il giovane Grigorij era più vecchio del vecchio Grigorij. Nessuno riusciva a capire come fosse andata”. Il duo, con la sua miscela combustibile di estremismo senile e senilismo estremo, sta lanciando gloriosi fuochi d’artificio nei cieli della campagna referendaria – il vecchio Grigorij che scrive una lettera esagitata a Napolitano, rimestando nella broda cospiratoria su JP Morgan come un teenager grillino, e viene da questi pubblicamente sbeffeggiato con signorile, diabolica eleganza; il giovane Grigorij che risponde all’affronto e suona il trombone militare in difesa del vecchio Grigorij, vantandone il prestigioso curriculum e le due lauree ad honorem in giurisprudenza (abbondandis in abbondandum!). Ma non è in nome della giovinezza che darò il mio voto, è in nome di considerazioni perfino più senili di quelle che ispirano il novantunenne Napolitano. Considerazioni semplici al limite della banalità, prudenti al limite del conservatorismo e sconsolate al limite della rassegnazione. Leggi il seguito di questo post »

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ottobre 17, 2016 at 1:17 pm

Lo Stato e l’Antistato. Nascita di una mitologia

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cartolina colore duelloL’opera dei pupi è cancellata, con grande disappunto dei pupari e di chi era già pronto ad applaudirli. Rinaldo non duellerà con Rodomonte, Napolitano non dovrà incrociare le spade con Riina. Era tutto sceneggiato con minuzia, per il debutto nel teatrino del Quirinale: cuntami ‘u cuntu della trattativa, non già tra i paladini di Carlomagno e i saraceni, ma tra lo Stato e la mafia. O meglio, come suggerivano i professionisti dell’allegoria, tra il capo dello Stato e il capo dell’Antistato. Ma che cos’è l’Antistato? Confesso di non raccapezzarmici. La parola ronza spesso nel dibattito pubblico, e vedo che ha una storia secolare: a frugare negli annali la si trova riferita ai partiti rivoluzionari, ai gruppi anarchici, al crimine organizzato, alle associazioni segrete; la si potrebbe inseguire fino ai primi anni Venti, quando la usarono, con intendimenti opposti, Benito Mussolini e Lelio Basso. Leggi il seguito di questo post »

Giudici responsabili, per legge

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CalamandreiNon è dalla benevolenza del fornaio che ci aspettiamo il pane, come sa ogni liberale dai tempi di Adamo Smith. Dovremmo forse attenderci giustizia dalla benevolenza del giudice? L’11 giugno scorso, incontrando i magistrati in tirocinio, Giorgio Napolitano ha pronunciato una frase su cui i quirinalisti hanno dato fondo alle sottigliezze esegetiche, già che il presidente citava una precedente esternazione: “Occorre che ogni singolo magistrato sia pienamente consapevole della portata degli effetti, talora assai rilevanti, che un suo atto può produrre anche al di là delle parti processuali”. Sagge parole, che però si potrebbero tradurre con la massima di San Filippo Neri: “State buoni se potete”. E va bene che non spettava a Napolitano dire di più, ma che molti abbiano lodato la forza del suo richiamo è il segno di un’impotenza prossima alla rassegnazione. Proviamo a tradurre anche questa in parole: siccome non vogliamo o non possiamo sciogliere i nodi della giustizia, ci rimettiamo al senso di responsabilità di ciascun magistrato, sperando che si ricordi che c’è un paese là fuori. Con il risultato che, da anni, si parla di giudici più che di giustizia: delle loro inclinazioni politiche, dei loro amori, dei poster che espongono in ufficio e perfino dei loro calzini. A che cosa porti tutto questo, lo si vede bene. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 13, 2013 at 12:15 pm

Sulla capitolazione dello Stato davanti alla piazza

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l43-montecitorio-130420152243_bigÈ dalla fine di febbraio, da quell’urlo barbarico lanciato a Piazza San Giovanni – “Arrendetevi, siete circondati!” – che non riesco a togliermi dalla testa un’eco; l’eco non già della voce di Grillo, ma del filosofo e giurista Antonio Pigliaru e delle sue Osservazioni sulla cosiddetta capitolazione dello Stato davanti alla piazza. Pigliaru le scrisse nel 1960 a margine dei “fatti di luglio”, i moti di piazza che portarono prima al rinvio del congresso del Msi convocato a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, poi alla caduta del governo Tambroni. “C’è questa tragica esperienza della piazza: che cosa rappresenta di fronte allo Stato? in che senso e in che misura degrada – se lo degrada – lo Stato?”. Vale la pena destreggiarsi tra le impervietà della prosa idealistica e gentiliana di Pigliaru, perché di tutta evidenza la sua favola parla di noi: “‘Capitolare’ equivale, per lo Stato, ad un effettivo alienare la sua volontà ad un’altra volontà, cioè ad un effettivo alienarsi dello Stato a ciò che non è Stato; al limite, a ciò che è l’altro Stato (oppure a ciò che è il non-Stato)”. Ma che cosa accade quando la piazza richiama lo Stato alla sua stessa ragion d’essere, quando redarguisce uno Stato infedele? In questo caso, il cedimento non è una resa, è un segno di forza: “Lo Stato non capitola quando un governo cede alla ragione, anche se questa è espressa in modo troppo pressante, e anche quando questa si manifesta nelle forme discutibili dell’azione diretta o di piazza: non capitola perché, in questo caso, il suo cedere a certe ragioni è effettivamente un reintegrare la logica dello Stato, e dunque un modo di reale restituzione dell’azione dello Stato alla propria verità”. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 29, 2013 at 5:21 pm

Il testamento tradito di Gerardo Chiaromonte

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Chiaromonte“La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto ‘al momento giusto’”, diceva Elias Canetti. Forse non mostruosa, ma certo terribile e vana, è anche la frase inversa: qualcuno è morto al momento sbagliato. Eppure, a rileggere oggi I miei anni all’Antimafia 1988-1992, il dattiloscritto incompiuto di Gerardo Chiaromonte pubblicato nel 1996 dall’editore Calice con prefazione di Giorgio Napolitano, si è attraversati a ogni pagina da quel pensiero insensato. Chiaromonte morì il 7 aprile del 1993. Dell’ultimo libro, e postumo, di un uomo pubblico si è soliti dire che è un testamento; si omette di precisare che un testamento letterario è, per definizione, un insieme di disposizioni che gli eredi si guarderanno bene dal tenere in conto.

Il tono dominante di quei ricordi della Commissione antimafia, che Chiaromonte presiedette nel periodo cruciale culminato con le uccisioni di Falcone e Borsellino e con l’avvio di Mani pulite, è il rammarico. Rammarico di chi vede il proprio partito – il Pci, poi il Pds – correre all’abbraccio con la Vergine di Norimberga delle avanguardie giudiziarie e delle loro appendici politico-giornalistiche. Se il memoriale del senatore migliorista è un documento così unico, è perché consente di assistere, passo dopo passo, a quella lunga discesa nel buio. Chiaromonte annota la sua “angoscia” – usa questa parola – quando una parte dei suoi compagni si accoda alla Rete di Leoluca Orlando nella campagna contro Falcone. E si avvilisce quando i dubbi del magistrato sul “terzo livello” politico di Cosa nostra provocano l’ira non solo di Orlando, ma “purtroppo anche di quegli esponenti del Pds che, in modo assai schematico, parlavano e sparlavano di cose di mafia”. Leggi il seguito di questo post »

Antropologia dell’antimafia. La primavera di Ingroia

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Se il comunismo, come voleva Lenin, è il potere dei soviet più l’elettrificazione, si potrebbe dire che per alcuni la lotta alla mafia è il potere delle procure più l’elettrificazione. Due sono infatti le categorie che adottano quotidianamente l’espressione “caduta di tensione” come parte del loro gergo professionale: gli ingegneri elettrici e i magistrati siciliani. Escludendo che al centro dei loro crucci sia l’insufficiente fornitura energetica degli uffici giudiziari, la luce che salta o le fotocopiatrici che si spengono di colpo, a quale tipo di elettricità alludono? Non sempre è chiaro, e la stessa formula può indicare cose diverse a seconda di chi la pronuncia. Lamentando un calo di tensione nella lotta alla mafia, per esempio, Falcone e Borsellino si riferivano spesso al grado di collaborazione delle istituzioni politiche, all’organizzazione e al coordinamento dell’attività delle procure, al rischio di adagiarsi sui successi ottenuti, tutt’al più a uno stato d’animo generale di scoramento. Quando a usare la stessa espressione sono Giancarlo Caselli, Roberto Scarpinato o Antonio Ingroia c’è un sottile ma decisivo slittamento semantico, e il senso è più vicino a quello che intendeva Eugenio Scalfari quando, nell’agosto del 1988, rimproverava Leonardo Sciascia per aver attaccato, con il suo articolo sui professionisti dell’antimafia, le “strutture che cercavano di mantenere alta la tensione pubblica contro la mafia”; dunque, essenzialmente, il Coordinamento Antimafia palermitano – un comitato di salute pubblica stupido e fanatico, agli occhi di Sciascia – e l’esasperato presenzialismo del sindaco Leoluca Orlando al suo primo mandato. Leggi il seguito di questo post »