Il blog di Guido Vitiello

Il festino della Santa Agenda Rossa

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501CCi vorrebbe un Ernesto De Martino, un Vittorio Lanternari, o anche solo un bravo sociologo delle sette e dei movimenti religiosi per illuminare della giusta luce l’incredibile spettacolo allestito il 19 luglio a via D’Amelio, culmine dei quattro giorni di celebrazioni per il ventunesimo anniversario della strage. Non è certo la prima volta che si organizzano veglie, comizi, cortei e fiaccolate per commemorare Paolo Borsellino, ed è probabile che seguano sempre lo stesso rito, ma devo confessare che non avevano prima d’oggi attirato la mia attenzione. Ne ho seguito tutto quel che ho potuto grazie alla diretta del Fatto quotidiano, con il rimpianto di non star lì sul luogo e, soprattutto, di non essere un conoscitore del folklore siciliano. Potrò dunque parlarne con l’ingenuità e lo stupore di un viaggiatore ottocentesco giunto alla tappa siciliana del suo Italienreise. Ebbene, quel che ho visto è strabiliante.

Non parlo della sera, quando erano di scena i personaggi di richiamo venuti giù da Roma. Tutto fin troppo prevedibile: Vauro che sbraita contro Napolitano, Travaglio che allinea ironie puerili sul professor Fiandaca, Sabina Guzzanti che fa sofismi sbilenchi sulla sentenza Mori. No, a farmi sgranare gli occhi è stato ciò che li ha preceduti. Se la sera la Guzzanti si lanciava in un sovreccitato elogio dell’illuminismo e definiva Borsellino “il primo santo laico”, nello spirito delle pantheonizzazioni rivoluzionarie e del culto di Marat, la sacra rappresentazione del pomeriggio pareva sbucata dalle pagine di Sud e magia. Altro che Lumi, a tener banco erano personaggi “incoscienti del progresso filosofico d’oltralpe, indegni de’ tempi”, per usare la formula con cui Giuseppe Pitrè ritrasse lo sprezzo del viceré Domenico Caracciolo che voleva, a fine Settecento, limitare per decreto i fasti di Santa Rosalia, attirandosi la ripulsa generale.

Ed ecco quel che ho colto nelle intermittenze dello streaming, sicché è possibile che incappi in qualche imprecisione. Bambine vestite di bianco, come alla prima comunione, che danzavano sventolando agende rosse in una coreografia dal gusto quasi maoista. Rita Borsellino che celebrava Via d’Amelio come luogo sacro, affollato di bambini perché dai luoghi sacri rinasce la vita. Un agente di scorta che proclamava che siamo tutti figli delle stragi, nati dal sangue, e che non una goccia di quel sangue deve andare sprecata. Salvatore Borsellino con il braccio levato ininterrottamente per ore, quasi in una fatica ascetica o penitenziale, per tenere alta l’Agenda rossa. E il momento di tutti più misterioso: Giorgio Bongiovanni, il giornalista e veggente antimafia con le stimmate, che alzava al cielo una targa dell’Agenda rossa con entrambe le mani fasciate, in un gesto inequivocabilmente liturgico. Era l’elevazione, l’ostensione di un testo sacro innanzi ai fedeli.

I conoscitori delle cose palermitane diranno forse che non c’è nulla di nuovo, e non condivideranno il mio stupore da neofita. Nelle sue pagine d’occasione sulle feste religiose in Sicilia, Leonardo Sciascia ricordava che i cortei dei Fasci siciliani si aprivano con le bandiere dell’Internazionale e le immagini dei santi patroni, e che tutti – i prefetti savoiardi, i fascisti, i massoni, i radicali, i socialisti e soprattutto i comunisti – dovettero venire a patti in un modo o nell’altro con le feste locali. Qui, tuttavia, pare di intravedere qualcosa di diverso da quel vecchio sincretismo, già che l’elemento politico e civile sprofonda senza residui nell’elemento religioso, ne è avvolto. Il popolo delle Agende rosse appare all’osservatore curioso come un piccolo culto del libro: ma del libro vuoto, del testo sacro assente, della rivelazione perduta, rimandata, inattingibile. Nell’Agenda trafugata di Borsellino c’è la verità – sulla trattativa, sulle stragi, sul peccato originale della Repubblica da cui nasciamo. Ma i suoi adepti non possono che sollevare al cielo un Vangelo fatto di pagine bianche, affidando alla magistratura la speranza che il segreto gnostico-misterico sia infine carpito, le pagine riempite.

Il professor Fiandaca, in un’intervista al Corriere, ha parlato di “un orientamento religioso-moraleggiante che devasta il diritto”, e dal punto di vista del diritto devastato la formula è ineccepibile; ma dal punto di vista di questo strano culto l’implicazione è perfino più inquietante: la magistratura è investita di una missione sacra, è chiamata a vincere gli ostacoli che si frappongono alla rivelazione, a combattere gli arconti, a disperdere le nubi che trattengono il grande segreto. Da profano giunto al termine di un immaginario viaggio in Sicilia a bordo del computer di casa, mi domando se il Pitrè avrebbe mai potuto immaginare un palco su cui magistrati palermitani, bambine in candide vesti e carismatici con le stimmate si avvicendano nell’adorazione di un Libro vuoto.

Articolo uscito sul Foglio il 23 luglio 2013

Leggi anche: Antropologia dell’antimafia.

MaoAgenda

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