Il blog di Guido Vitiello

I santini di Giovanni Falcone e l’antimafia devozionale

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cadaveri-eccellenti-movie-poster-1976-1020540741I soldati che crocifissero Gesù si giocarono a sorte le sue vesti, e la metafora si presta bene a certi tentativi di accaparrarsi l’eredità morale di Giovanni Falcone. Ma è decisamente più adeguata una scena di Amore e guerra, il film di Woody Allen ambientato in Russia al tempo delle campagne napoleoniche: quella in cui la vedova di un soldato caduto sul fronte si spartisce con la sua rivale le reliquie dell’uomo amato da entrambe. “Io vorrei che ci dividessimo le sue lettere”, le dice singhiozzando. E poi: “Lei vuole le vocali o le consonanti?”. Umorismo surreale ma neppure tanto, perché è grosso modo quel che accade con le parole di Falcone, ritagliate e incollate per servire i propositi più vari. Dal “cadavere eccellente” del magistrato ucciso al gioco surrealista del cadavre exquis il passo è breve.

Qualche settimana fa Giorgio Bongiovanni, il veggente e ufologo con le stimmate animatore di Antimafia Duemila – organo ufficioso della Procura di Palermo, a detta di Ingroia – si è scagliato contro Giovanni Fiandaca, colpevole di non voler ospitare nella Facoltà di Giurisprudenza l’incontro organizzato dalla rivista per l’anniversario della strage di Capaci (si è poi svolto venerdì scorso al Conservatorio). Fiandaca era scettico già sul titolo, “Ibridi connubi”, ma Bongiovanni, trionfante, gli ha ricordato che si trattava di ipsissima verba di Falcone, per l’esattezza di parole pronunciate a Courmayeur nell’aprile del 1986. La formula, ibridi connubi, vuol dire tutto e nulla, potrebbe adattarsi indifferentemente agli esperimenti di Mendel sui piselli o all’accoppiamento tra Pasifae e il toro di Creta; e anche letta nel contesto originario si presta a molte interpretazioni. Ma è fin troppo evidente il sottinteso dei promotori: lo spirito di Falcone vive ancora nei pm del processo sulla trattativa, che è la madre di tutti gli ibridi connubi. L’anno scorso il titolo era “Menti raffinatissime”, con sottintesi e allusioni dello stesso tipo.

Sminuzzato in formule, massime e aforismi, Falcone si propaga nell’arcipelago dell’antimafia telematica sotto la forma tradizionale del santino: un ritratto (spesso dal contorno sfumato) e accanto una frase devozionale in corsivo. C’è quella sugli uomini che muoiono e le idee che camminano sulle gambe di altri uomini, quella sulla mafia che un giorno finirà, quella sul pavido che muore tutti i giorni. A volte le parole sono prese da Cose di Cosa nostra – libro citato più che letto, come ha ricordato Massimo Bordin sul Foglio di sabato – a volte da altre fonti, a volte sono in odore di apocrifo. A Borsellino in questo è andata peggio, e il bravissimo Enrico Tagliaferro ha ricostruito con perizia da filologo le manipolazioni dietro un’improbabile frase attribuita al magistrato (“Mi uccideranno ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”), a volte presentata addirittura come “tratta dall’Agenda rossa”, per aggiungere un tocco di demenzialità. Tra gli aforismi di Falcone ce n’è uno che va per la maggiore, di questi tempi: “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande”, frase che si adatta bene allo schema della trattativa e che torna utile per alludere alle minacce a Nino Di Matteo.

Se non fosse che il gioco non è dei più edificanti, verrebbe voglia di immettere in rete dei contro-santini con le frasi di Falcone che di solito vengono espunte dal canone. Piero Milio ne raccolse alcune in un libro quasi clandestino, Giustizia assistita: “Per fare un processo ci vuole altro che sospetti”; “Bisogna distinguere le valutazioni politiche dalle prove giudiziarie”; “L’informazione di garanzia non è una coltellata che si puo infliggere così, è qualcosa che deve essere utilizzata nell’interesse dell’indiziato”; “Al di sopra dei vertici organizzativi, non esistono terzi livelli di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa Nostra”; “Quanti altri danni deve produrre questa politicizzazione della giustizia?”; “Bisogna stare attenti a non confondere la politica con la giustizia penale. In questo modo l’Italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba”; “La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità. La cultura del sospetto è l’anticamera del khomeinismo”; “A me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nella assoluta aleatorietà del risultato giudiziario”.

Ecco, gli incontri dei prossimi anni tra pm e ufologi potrebbero scegliersi titoli come questi: “Assoluta aleatorietà”; “La tomba del diritto”; “L’anticamera del khomeinismo”. E nessuno potrà mettere in dubbio che sono parole di Falcone.

Articolo uscito sul Foglio il 30 maggio 2015 con il titolo Le lezioni rimosse di Falcone per i mozzorecchi di oggi

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