Il blog di Guido Vitiello

Usi del crocifisso di Morales (con invito a rileggere Revel)

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la-grande-parade-de-jean-francois-revel-4054-MLA115046210_5242-F“A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra” (principio evangelico). “Se qualcuno insulta tua madre, mollagli un pugno” (corollario di Bergoglio). “Se qualcuno ti regala un crocifisso ibridato con la falce e martello, daglielo tre volte in testa: la prima per la sua rieducazione estetica, perché non si rifila a un Papa un soprammobile kitsch di quella fatta; la seconda per il suo bene intellettuale, perché la Teologia della liberazione era anch’essa un soprammobile kitsch nonostante le atrocità dei militari e la nobiltà dei martiri; la terza per il puro piacere di sentire il rintocco della sua zucca vuota” (triplice assioma di Vitiello). Questo s’io fossi Papa; e poiché Papa non sono, neppure ho il genio gesuitico di tornarmene dalla Bolivia con due foto ricordo: una in cui Morales mi appioppa il suo monile, l’altra in cui esco in trionfo da un Burger King. Ma appunto non sono Papa, sono solo un tipo irascibile a cui capita di chiedersi, un po’ incredulo: possibile che nel 2015 stiamo ancora a battagliare sul comunismo e i comunisti? In questo stato d’animo non proprio pacificato ho letto un intervento dello scrittore Cristiano de Majo sulla rivista Studio intitolato Addio popolo.

De Majo è mio compare d’anagrafe (Napoli, 1975), ha l’aria più tranquilla di me, ma anche lui ha avuto un sussulto di esasperazione dopo i deliri suscitati in Italia dalla vicenda greca (“Il referendum è l’ouzo degli intellettuali”, recita un mio Raymond Aron apocrifo). Lo scrittore confessa di vivere con un misto di sofferenza e di riguadagnata libertà la sua dissociazione sempre più frequente da una sinistra letteraria, specie romana, il cui “tavolo da lavoro vintage è il vecchio pensiero marxista di cinquant’anni fa: gli intellettuali dalla parte del popolo”. Aggiunge che “se la transizione politica post-novecentesca sembra arrivata alla sua tarda mattinata, la transizione culturale si trova ancora alle prime ore dell’alba”, e che l’unica alternativa sul mercato sembra essere il giornalismo cinico e sarcastico del Foglio e di IL, con cui simpatizza pur sapendo che rischia di intrappolarlo in un circolo vizioso di riflessi pavloviani. C’è del vero, ma: 1) il sarcasmo è solo un’arma dell’arsenale, quella che si riserva a interlocutori con cui non ha molto senso interloquire, ché per il resto non è che da queste parti manchi una pars construens; 2) De Majo trascura un fattore cruciale, il tempo. Perché il cinismo non è la prima reazione, è l’ultima.

Lo invito a leggere un magnifico pamphlet mai arrivato in Italia, anzi glielo regalo io. Si chiama La grande parade (sottotitolo: saggio sulla sopravvivenza dell’utopia socialista) e lo ha scritto nel 2000 Jean-François Revel. Parata in senso sportivo, una mossa per schivare i colpi della storia; e parata in senso scenografico, una sfilata per stornare l’attenzione dal disastro mettendo sul banco degli imputati quella creatura da zoologia fantastica borgesiana che chiamano Neoliberismo. Nelle prime pagine Revel ricordava quando, nel 1990, la sparata di un consigliere di Gorbaciov (“Lenin resta un valore imperituro”) lo indusse a commentare che in Occidente una simile affermazione non poteva che far ridere. Ma subito aggiungeva, incredulo anche lui: “Non oserei più scrivere questa frase nel 2000”. Il libro di Revel offriva una straordinaria – e a suo modo perfidamente marxiana, o sartriana – fenomenologia della malafede, della falsa coscienza, del bovarismo ideologico, degli espedienti tortuosi per far sopravvivere sotto mutate spoglie la vecchia forma mentis e i vecchi abbagli. Ma era anche il libro di un uomo stanco, che aveva combattuto sullo stesso fronte di Aron per decenni e non riusciva a capacitarsi di doverlo fare ancora, undici anni dopo il 1989. Il cinismo sarcastico, caro De Majo, era già allora un approdo degli esasperati. Figuriamoci nel 2015.

(Per inciso, nel 1970 Revel aveva scritto il suo primo libro politico, Né Cristo né Marx; anche quello torna utile, per darlo in testa a Morales).

Articolo uscito sul Foglio l’11 luglio 2015 con il titolo Quando non bastano sarcasmo e cinismo sulla sinistra, leggere F. Revel

Written by Guido

luglio 12, 2015 a 1:14 pm

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