Il blog di Guido Vitiello

Dalla culla alla tomba (Mani bucate, 34)

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Giovanni Leone, quando era presidente della Camera, a un deputato che durante un intervento si era scusato di “non essere giurista”, rispose: “Onorevole, non si scusi. Lei è napoletano e quindi è automaticamente un giurista”. L’aneddoto – che d’ora in poi userò come lasciapassare per le mie incursioni in questa terra straniera – è citato in un libro del 1973 scritto da un uomo dal nome invidiabile: Corrado Pallenberg. Pallenberg non era un giurista, e – cosa più grave – non era neppure napoletano. Romano, figlio di un pittore tedesco, faceva il giornalista tra l’Italia e l’Inghilterra dopo anni avventurosi che lo avevano visto ufficiale di complemento in Abissinia, poi nella campagna di Russia, infine partigiano. Ma proprio questa natura di eccentrico e di intruso gli valse gli elogi di Giuseppe Branca, che aveva finito appena il suo mandato da presidente della Corte Costituzionale quando scrisse la prefazione del libro. Anch’esso dal titolo notevole: Culla del diritto, tomba della giustizia. Diagnosi del collasso del sistema giudiziario italiano, Palazzi Editore. È di questo volumetto dimenticato, salvo precedenti a me ignoti, la paternità di una metafora cara a Sciascia, che la usò prima nel 1981 nel Teatro della memoria (“questo nostro paese che si proclama culla del diritto ma certamente ne è bara”), poi in un’intervista del 1984 a una rivista di Racalmuto dal nome anch’esso splendido: “Malgrado tutto”.

Leggere oggi il libro di Pallenberg è illuminante. Non solo perché lo si potrebbe ristampare pressoché identico moltiplicando qualche cifra – l’autore era allibito al pensiero che nelle nostre carceri ci fossero circa 6.500 detenuti in attesa di giudizio – ma anche perché in Italia, strano luogo distopico dove le notizie non invecchiano mai, tutt’al più si ripresentano in maschera, anche alle vicende giudiziarie basta cambiare nomi, luoghi e poco altro. Si è parlato in questi giorni del caso di Angelo Massaro, l’uomo di un paese in provincia di Taranto rimesso in libertà dopo ventun anni passati in carcere per un delitto non commesso, condannato sulla base di un’accusa de relato e di una parola male interpretata. “Anche l’errore giudiziario che costò ad Antoninò Spanò più di vent’anni di galera avrebbe potuto essere evitato se solo fosse stato controllato l’alibi che egli aveva fornito”, racconta Pallenberg. Ma l’accertamento era parso superfluo perché, aveva ironizzato il pubblico ministero, in un paesino vicino Messina la gente non ha neppure l’orologio. La Corte apprezzò l’ironia e condannò l’imputato per omicidio, anche sulle parole di una testimone che in seguito riconobbe di essersi fatta influenzare dalle chiacchiere del villaggio. L’alibi fu controllato vent’anni dopo, e con un osceno gioco al ribasso e al risparmio si stabilì che Spanò fosse risarcito con ottanta milioni di lire. Gli diedero un acconto di venti milioni “e forse, ma solo forse, quando questo libro vedrà la luce, avrà potuto incassare anche il resto”. Pallenberg non poteva prevedere che Spanò sarebbe morto proprio nel 1973, dando un tocco beffardo al suo titolo cimiteriale.

Ma proprio per la sua natura di eccentrico e di intruso poteva posare su questo bosco di lapidi sfregiate un occhio limpido che i magistrati, i cronisti giudiziari e a volte anche gli avvocati, appannati dall’assuefazione, hanno perso. Pallenberg si stupiva che tutti costoro se ne stessero “ad esaminare i rami, i ramoscelli, le foglie e le nervature delle foglie con tale minuzia da perdere di vista l’albero, per non parlare del bosco”. Ma il bosco era già in fiamme. E per salvarne qualcosa – così si chiudeva il libro – bisogna che i politici “si decidano ad affrontare questo angoscioso e indilazionabile problema con la ferma volontà di risolverlo il più rapidamente possibile, invece di continuare a rimandarlo, come è avvenuto dalla fine della guerra in poi, sempre alla prossima legislatura. Finché ciò non sarà stato fatto, non ci potremo considerare un paese veramente civile”. Quarantaquattro anni fa.

Il Foglio, 3 marzo 2017

Written by Guido

marzo 4, 2017 a 1:12 pm

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