Il blog di Guido Vitiello

“Dovrebbe accadere un cataclisma” (piccolo angolo della paranoia)

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Dal Pendolo di Foucault, capitolo 30, pagina 161: “Lo incatenano nell’isola di Patmos e il poveretto incomincia ad aver le traveggole, vede le cavallette sulla spalliera del letto, fate tacere quelle trombe, da dove viene tutto questo sangue… E gli altri a dire che beve, che è l’arteriosclerosi… E se fosse andata davvero così?”. L’apostolo Giovanni sarebbe dunque uno di quei tipi strambi che non mancano mai in un buon thriller fantapolitico, l’ubriacone paranoico con la testa piena di congetture che vive in una stamberga tappezzata di ritagli di giornale, fotografie, appunti scarabocchiati, frecce che connettono tutto con tutto secondo leggi imperscrutabili di causalità. Se fossimo in un film, però, il finale sarebbe facile da prevedere: una mattina tutti si svegliano al suono delle trombe dell’Apocalisse e capiscono che il pazzo aveva ragione. Bene, tenete presente questa premessa quando mi ritroverete con la barba sfatta, tra portacenere traboccanti e lattine di birra accartocciate, ai piedi di una grande bacheca di sughero. Sotto la scritta a pennarello “Segni dei Tempi 1992-2017” noterete alcuni foglietti strani.

Primo, un ritaglio dal Corriere della Sera del 1 maggio 1994 con la nota intervista golpista al procuratore Borrelli: “Dovrebbe accadere un cataclisma per cui resta solo in piedi il Presidente della Repubblica che, come supremo tutore, chiama a raccolta gli uomini della legge. E soltanto in quel caso potremmo rispondere con un servizio di complemento”. Il cataclisma non è mai stato così vicino, fratelli! Secondo documento, di alcuni mesi prima. Da una lettera dello stesso Borrelli a Matteo Montan, allora giornalista della Gazzetta di Parma e autore del racconto fantapolitico Golpe Di Pietro, pubblicato nella primavera del 1993: “Ho dato una rapida scorsa al suo racconto che trovo brillantissimo e divertente e che con ogni probabilità è il veicolo più certo per tramandare ai secoli venturi i nostri poveri nomi”. Nella fantasia di Montan, l’operazione Piazza Pulita porta i magistrati al governo. All’alba del 30 maggio 1993 si avvistano oscuri segni nel cielo: un aereo decolla da Milano, uno da Palermo, uno da Napoli. Come cavalieri dell’Apocalisse, i magistrati del pool di Borrelli e le avanguardie dell’antimafia giudiziaria planano sul Quirinale, dove ricevono l’incarico dal Presidente (Davigo sarà ministro della difesa). I vertici delle forze armate, accusati di aver intascato mazzette miliardarie, finiscono in carcere. Altre indagini decapitano i servizi segreti. Resta solo in piedi la magistratura. C’è poi un terzo documento, una copertina dell’Espresso del marzo 1992, pochi giorni dopo l’arresto di Mario Chiesa. Si vede Beppe Grillo urlante accanto al titolo “Non ci resta che l’insulto”. Occhiello: “Le tangenti di Milano, gli effetti sul voto, la rabbia”.

Frecce a pennarello tracciate da una mano instabile convergono su un ultimo ritaglio, l’unico non ingiallito, dal Foglio del 4 gennaio 2017. Una frase del fratello weimariano Massimo Bordin è circondata da punti esclamativi da paranoico: “Difficilmente sarà Grillo il vero pericolo per la democrazia. I regimi autoritari si insediano conquistando il consenso con l’efficienza. (…) Bisogna preoccuparsi di quello che verrà dopo costoro”. Già, chi verrà dopo Grillo, quando tutto sarà sfasciato? Quale Secondo avvento annuncia la sua voce sbraitante nel deserto? A questo proposito, sulla mia bacheca di sughero troverete appuntata anche una frase del visionario di Patmos, quello che vedeva le cavallette. Dal vangelo di Giovanni, capitolo 1, versetto 15: “Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me”. Coloro che vengono dopo Grillo erano prima di Grillo. Erano lì ad aspettare dal 1992. Chiamatemi quando vi sveglieranno le trombe del Giudizio.

Il Foglio, 4 marzo 2017

Written by Guido

marzo 8, 2017 a 12:30 pm

Una Risposta

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  1. “ Sabato 10 maggio 1997 – Ho sognato che incontravo Francesco Saverio Borrelli che mi salutava affettuosamente perché, scoprivo, ci conoscevamo. Ci conoscevamo perché Francesco Saverio Borrelli nel ‘79 faceva il giornalista a Napoli, c’eravamo conosciuti in qualche occasione e avevamo fatto anche amicizia. Lui mi spiegava che aveva cominciato a fare il giornalista nel ‘44, io gli raccontavo che nell’83 avevo smesso. Comunque, continuando a parlare con grande cordialità, lui finiva per farmi capire che voleva essere invitato a cena, e io accettavo con entusiasmo, anzi, dicevo, ci sarà anche un mio nipote che fa il magistrato, anzi dev’essere da queste parti – era un posto affollatissimo, c’era un convegno o forse più d’uno -, e gli dicevo che a cena gli avrei fatto vedere le mie « didascalie » che sono composte di una foto e di un testo scritto, ma il testo scritto non è come nelle didascalie vere puramente illustrativo, per esempio, sotto una foto di Francesco Saverio Borrelli, « Francesco Saverio Borrelli », ma nemmeno come nelle vignette umoristiche, dove il testo opera una pura e semplice distorsione caricaturale, paradossale, di quello che è rappresentato nell’immagine, però, sì, fra i due elementi, l’immagine e il testo, si crea come un’attrazione, un movimento, uno sfregamento, come di due masse magnetiche, come di due corpi celesti, che girano uno in un senso e l’altro nel senso opposto, una specie di turbine, o di dialettica, dagli effetti curiosi, imprevisti. E poi cercavo di presentare Francesco Saverio Borrelli alla mia compagna spiegandogli che lei non l’avrebbe riconosciuto perché non guarda il telegiornale, ma la confusione era al massimo perché la mia presentazione si confondeva con quella di qualcuno che stava presentando una professorossa volevo dire professoressa – c’erano anche professoresse e scolaresche vocianti in quel posto euforicamente sovraffollato -, comunque poi è arrivato anche il nipote magistrato, e anche il figlioccio e io ho detto che avrei invitato anche lui, e poi mi stavo già allontanando e Francesco Saverio Borrelli, continuando a parlarmi co-me si parla fra la gente che parla, mi diceva qualcosa di molto divertente su una specie di Madonna « dalle mille lingue » e faceva anche il gesto delle mille lingue che escono dalla bocca, con una mimica molto comica, molto napoletana, anche se lui napoletano non era, e, mentre mi stavo allontanando è arrivato anche D’Alema, che mi ha subito stretto la mano ed era convinto di conoscermi, ma io sapevo di no, e pensava che io fossi più giovane, e io ho detto no, mi dispiace, mi dispiace per me, ho aggiunto. Comunque avrei invitato a cena anche lui. (Non sogno quasi mai, ormai, ma quando sogno mi diverto moltissimo) “.

    acabarra59

    marzo 9, 2017 at 10:17 am


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