Guido Vitiello

La vera lezione del maestro di Foligno

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Il maestro di Foligno è finito nell’occhio del ciclone. Nell’occhio del ciclone? Ma come, ci rifili un cliché da titolista svogliato? Prima di lanciare questa accusa vi prego di dedicare mezz’ora del vostro tempo alla visione di The Eye of the Storm, un documentario televisivo del 1970 sull’esperimento di Jane Elliott, insegnante di terza elementare in una scuola di Riceville, Iowa – una signora con una terrificante acconciatura all’insù e quella montatura a occhi di gatto che la moda del tempo imponeva di abbinarle. Dopo l’assassinio di Martin Luther King jr., la maestra pensò bene di far sperimentare ai bambini della sua classe la dinamica della discriminazione razziale. Li divise in base al colore degli occhi – azzurri di qua, marroni di là. Spiegò che le persone con gli occhi chiari sono per natura più intelligenti, più pulite e più civili, e applicò per tutto il giorno alcune regole di apartheid scolastica: per esempio, niente giochi comuni in cortile tra i superbambini e i sottobambini.

Dopo una iniziale titubanza, durata forse un quarto d’ora, la razza dei piccoli Herren dagli occhi azzurri prese a spadroneggiare sui compagni dagli occhi marroni, che si fecero in risposta timidi e servili. Il giorno dopo, però, Elliott capovolse i ruoli: vi ho mentito, disse agli alunni, i superbambini sono gli altri. Bel guaio, adesso, per quel delizioso monello dagli occhi blu che ci aveva preso gusto, e si era presentato a scuola senza occhiali per far meglio lampeggiare le sue armi! I nuovi dominatori dagli occhi scuri esercitarono i loro privilegi naturali, ma con meno ferocia; perché il giorno prima erano stati loro a non poter chiedere una seconda porzione alla mensa e a dover bere dai bicchieri di plastica anziché dal getto della fontanella. L’esperimento fu ripetuto per anni, poi studiato per decenni dagli psicologi sociali. Nel 1990 una ricerca della Utah State University concluse che, a fronte di un beneficio didattico incerto, i bambini (e gli educatori) erano sottoposti a una tensione psicologica troppo forte.

Bene, voglio fare un esperimento mentale anch’io: poniamo per ipotesi che il maestro di Foligno fosse in perfetta buona fede, un tragico pasticcione mosso dagli stessi sani propositi di Jane Elliott; che volesse davvero, con quell’odiosa umiliazione in classe e quell’incitamento alla ferocia di gruppo, “far capire agli alunni l’aberrazione del razzismo”, come ha detto poi alla stampa. In altre parole, mettiamo che il suo fosse un grossolano esperimento “Blue eyes/Brown eyes” condotto senz’ombra di perspicacia psicologica o pedagogica (del resto, nel regno del passaparola frenetico e dei gruppi WhatsApp dei genitori, anche una maestra coscienziosa come Jane Elliott sarebbe stata sbranata prima ancora di sentir suonare la campanella e licenziata in tronco). Ebbene, l’esperimento è fallito, ma ha comunque qualcosa da insegnarci. Come gli alunni della Elliott poterono scorgere nella goccia d’acqua della loro microsocietà scolastica il riflesso di un sistema più grande, così il piccolo e balordo esperimento di Foligno può aiutarci a illuminare quel vasto esperimento a cielo aperto che è in corso da anni in Italia e in tutto l’Occidente. Ne ha scritto mesi fa Fintan O’Toole su The Irish Times, in un articolo giustamente famoso in cui cercava di estrapolare il metodo dietro alle continue provocazioni di Trump e di Salvini. Si tratta, disse, di test marketing, di sonde per sospingere un po’ più in alto (o in basso) l’asticella del tollerabile, per saggiare il punto di resistenza: “Non è facile indurre le persone ad abbandonare le loro idee di libertà e civiltà. Devi fare dei test sperimentali che, se ben condotti, servono a due scopi. Portano la gente ad abituarsi a qualcosa che in un primo momento potrebbe rifiutare; e ti consentono di perfezionarti e calibrarti. È ciò che sta accadendo oggi, e saremmo sciocchi a non vederlo”.

Il caso di Foligno serva almeno ad aprirci gli occhi, blu o marroni, su questo: l’Italia è una grande classe scolastica, e siamo tutti sottoposti a un’interminabile “lezione sperimentale”. Quest’anno il maestro ci ha insegnato che i rom italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere, che quella nomade chiusa nel cassonetto strillava troppo, e tante altre belle cose; ma a nessuno è venuto in mente di schiaffarlo fuori da tutte le scuole del Regno. Pare proprio che l’esperimento stia riuscendo, e che la nostra scuola di provincia sia di nuovo nell’occhio di un ciclone mondiale.

Il Foglio, 23 febbraio 2019

 

Written by Guido

febbraio 26, 2019 a 10:17 am

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