Archive for the ‘guviblog’ Category
Ancora scimmioni
Ho tra le mani un piccolo libro appena uscito, King Kong. La “Grande Scimmia” dal cinema al mito e ritorno di Giovanni Russo. Non l’ho ancora letto, ma la prefazione di Alberto Abruzzese mi ha colpito per il titolo, che suona un po’ come la frase di lancio di un film d’altri tempi: King Kong, ovvero: può il post-umano distruggere il non-umano?
La domanda non è peregrina, dal momento che il barbarico scimmione ci si presenta ora agghindato di tutte le meraviglie del digitale, e che il sublime degli spettacoli naturali – foreste, eruzioni, catastrofi – è oggi insidiato dal sublime tecnologico, in cui l’uomo stesso inscena il suo superamento.
La domanda non è peregrina, ma sospetto che la risposta sia stata già fornita, quasi quarant’anni fa, dal regista giapponese Ishirô Honda in Kingukongu no gyakushu (1967), uscito in Italia come King Kong, il gigante della foresta. In breve, in questo film che a quanto pare ha tutti i crismi della fantascienza post-Hiroshima, il nostro scimmione deve scontrarsi con MechaKong, un gigantesco gorilla robot. Può il post-umano distruggere il non-umano?
Sto cercando di procurarmi il film, appena potrò assistere allo scontro epocale vi terrò informati sul suo esito, e sui destini della nostra civiltà.
Scimmioni mitologici
Non voglio rubare il lavoro all’amico e collega del blog Film, ma ho visto il King Kong di Peter Jackson e ho fatto un paio di riflessioni di cui volevo mettervi a parte. Soprattutto dopo aver letto quanto scrive Luca Sofri su Wittgenstein (12 dicembre): “Mi dispiace per Christian Rocca, ma King Kong è chiaramente un film contro la pretesa di esportare la democrazia con la forza e processare i tiranni locali”.
Quando ho letto queste righe ho capito che insomma, sarò pure un reazionario, ma sono più che certo che i grandi film di genere hollywoodiani vadano letti in chiave mitologica e non storico-politica, se necessario anche contro la conclamata intentio auctoris. Proprio come mi rifiuto di leggere nell’Invasione degli ultracorpi di Don Siegel – straordinaria ripresentazione del mitologema del Doppelgänger – un’allegoria della minaccia comunista e della caccia alle streghe maccartista, così non credo che, in King Kong (sia nel primo, del 1933, che nell’ultimo), il furto della mela da parte dell’attrice destinata a sedurre il gorilla sia solo un banale accenno alla povertà seguita alla Grande Depressione: che l’autore lo sapesse o no, ha rimesso in scena la storia della caduta nel Giardino dell’Eden, la felix culpa della conoscenza che prelude all’avventura in terre lontane ed esotiche. Leggi il seguito di questo post »
Extravaganzas
Non so se abbiate letto Alta fedeltà di Nick Hornby (suppongo di sì, perché l’anno scorso mi sembrava di esser rimasto l’unico a non averlo letto). Insomma, è venuta anche a me la febbre delle classifiche. Dunque, dopo i cinque libri più belli e i cinque più brutti letti nel 2005, eccovi la classifica, in ordine sparso, dei (sette) libri più stravaganti in cui mi sono imbattuto nell’anno appena tramontato:
1. Roth, Il seno
(metamorfosi di un professore universitario in una mammella gigante)
2. Ka-Tzetnik 135633, Shiviti. Una visione
(l’esperienza di Auschwitz rivissuta in forma di allucinazione sotto Lsd)
3. Bermejo Mora, Marcos Fashion: O de cómo sobrevivir al derrumbe de las ideologías sin perder el estilo
(nella Selva Lacandona, il subcomandante posa per la nuova collezione Benetton)
4. Bergler, The Psychology of Gambling
(il giocatore dostoevskiano al vaglio della psicanalisi)
5. King, Tantra per l’occidente
(un po’ di magia sessuale d’importazione)
6. Valéry, L’idée fixe
(letteralmente: ma di che parlava?)
7. Caillois, L’occhio di Medusa
(l’equivalente letterario delle Wunderkammern secentesche. Imperdibile)
Zona Cesarini
A forza di vedere tutti questi blog pieni di classifiche e bilanci di fine anno, un po’ d’invidia mi è venuta. Così ho deciso di stilare anch’io le mie top five, seppure in ritardo: i cinque libri più belli che ho letto nel 2005, e i cinque più brutti. A conti fatti non è stata una grande annata, ma è anche colpa mia che ho dato fiducia a troppi libri che non la meritavano. Ovviamente siete chiamati anche voi a compilare le vostre classifiche!
Sugli altari…
1. Zolla, Storia del fantasticare
(il capolavoro di Zolla, senza se e senza ma)
2. Hoffmannsthal, L’uomo difficile
(uno di quei libri che mi rendono pericolosamente reazionario in letteratura)
3. Didi-Huberman, Images malgré tout
(il libro definitivo sulla Shoah e la sua rappresentazione)
4. Harrison, Il dominio dei morti
(tra tante chiacchiere postmoderne, un po’ di sano umanismo old-fashioned)
5. Bortolotto, Wagner l’oscuro
(barocco, involuto, pretenzioso, ma è Bortolotto)
…e nella polvere
1. Nothomb, Acide sulfurique
(un romanzo compiaciutamente, crassamente orrendo)
2. Pizarnik, La contessa sanguinaria
(la solita solfa su estetismo e barbarie, ottima per adolescenti post-punk inclini al suicidio)
3. Von Franz, Le fiabe del lieto fine
(ho sempre detto che gli junghiani – non Jung – sono per lo più una truffa culturale)
4. Stephen King, Cose preziose
(una buona trovata bruciata da un romanzone statico e prolisso)
5. Miller, Tropico del Capricorno
(un autore a cui ho scoperto di essere pesantemente allergico)
Un melanesiano da Ikea
Nelle prime pagine del suo libro migliore, La société de consommation, Jean Baudrillard ricorda i cosiddetti cargo cult degli indigeni melanesiani, che una volta all’anno vedevano sbucare dal nulla aerei e navi carichi di viveri e coltivavano attese millenaristiche legate a questo “miracolo” coloniale:
Gli indigeni melanesiani erano affascinati dagli aerei che passavano nel cielo. Ma questi oggetti non scendevano mai verso di loro. I Bianchi, invece, riuscivano a captarli. Questo perché disponevano sul terreno, in determinati spazi, degli oggetti simili che attiravano gli aerei in volo. Così gli indigeni si misero a costruire un simulacro d’aereo con rami e liane, delimitarono un terreno che illuminarono con cura di notte e si misero ad attendere pazientemente che degli aerei reali vi si posassero.
L’altro ieri, quasi senza accorgermene, ho fatto qualcosa di molto simile. L’alimentazione di un single che non sa cucinare può raggiungere abissi di desolazione inenarrabile. A volte tutto quello che hai in frigorifero rientra nella inservibile categoria “snack & sfizi”. Altre volte hai anche degli ingredienti primari, ma non sai assolutamente come combinarli. E davanti allo spettacolo miserando di un frigorifero in cui, rannicchiato in un angolo, un pezzo di parmigiano vive la sua lenta agonia e lotta contro la decomposizione, capita di abbandonarsi a fantasie millenaristiche.
Così l’altro giorno, da Ikea, ho comprato a 6,95 euro un set di venti contenitori di plastica di ogni foggia e dimensione, ideali per contenere sughi, verdure, contorni, minestroni, lasagne, timballi e quant’altro. Tutte cose che non so fare.

Da bravo melanesiano li ho disposti sul davanzale, e attendo pazientemente che prima o poi del cibo reale vi si posi.
Cavallo: animal noto
In un raptus di dignità linguistica ferita, Vittorio Alfieri scaraventò dalla finestra il Galateo di Monsignor Della Casa, perché, a suo dire, un libro che cominciava con la parola conciosiacosache non meritava di essere letto.
Se avessimo ancora occhi per leggere (e per piangere), in questo gelido inverno alimenteremmo i nostri caminetti con un libro che contiene brani come quello che segue:
La differenziazione stabilita da Altman tra semantica e sintassi s’iscrive d’altronde in una teoria della significazione testuale, che distingue due livelli: la significazione linguistica delle componenti del testo e la significazione testuale che queste componenti acquisiscono nella struttura interna del testo. Nel western ad esempio, il cavallo ha un primo livello di significazione che rinvia al concetto “cavallo”: è un animale.
Il libro è I generi del cinema di Raphäelle Moine, e per carità non è tutto così astruso. Ma insomma, tutti questi arzigogoli per dire che il cavallo in sostanza è un cavallo, e che poi nel contesto del western assume anche tanti altri significati… Mah. Vien da rimpiangere la tautologica semplicità del Vocabolario degli Accademici della Crusca, che alla voce cane recitava così: “Animal noto, e domestico dell’huomo”.
Il ritratto di Lady Daena
Uno dei più inflazionati insegnamenti zen recita grosso modo così: “Trova il volto che avevi prima di nascere e che avrai dopo la tua morte”. Non sappiamo bene di che si tratti, ma la formula sembra suggerire che questo volto archetipico sia lo stesso al di qua e al di là della soglia dell’esistenza.
Nell’angelologia iranica le cose stanno diversamente, a sentire quel che ne scrive Giorgio Agamben nell’opuscolo Genius:
Secondo questa dottrina, alla nascita di ogni uomo presiede un angelo detto Daena, che ha la forma di una bellissima fanciulla. La Daena è l’archetipo celeste alla cui somiglianza l’individuo è stato creato e, insieme, il muto testimone che ci spia e accompagna in ogni istante della nostra vita. E, tuttavia, il volto dell’angelo non resta immutato nel tempo, ma, come il ritratto di Dorian Gray, si trasforma impercettibilmente a ogni nostro gesto, a ogni nostra parola, a ogni pensiero. Così, al momento della morte, l’anima vede il suo angelo che le viene incontro trasfigurato secondo la condotta della sua vita in una creatura ancora piu bella o in un demone orrendo, che bisbiglia: “lo sono la tua Daena, quella che i tuoi pensieri, le tue parole, i tuoi atti hanno formato”. Con un’inversione vertiginosa, la nostra vita plasma e disegna l’archetipo alla cui immagine siamo stati creati.
Compiti per casa: prendete un foglio di carta e disegnate la vostra Daena. Mi auguro che somigli ancora alla bellissima fanciulla che vi ha visto nascere, solo un poco velata dagli anni e dalle tribolazioni. Se invece viene fuori una specie di gorgone, chiamate un esorcista. Uno bravo.
Greta Garbo, il Sol dell’Avvenire
Il numero di Internazionale in edicola in questi giorni ospita un bell’articolo di Zadie Smith sulla bellezza triste e altera di Greta Garbo. “Nel viso di Greta c’era qualcosa di essenziale, platonico, senza individualità”, osserva la scrittrice anglogiamaicana rievocando quel che di lei diceva Roland Barthes. E in effetti la Garbo più di ogni altra diva ha dato spunto alle elucubrazioni dei dotti e dei filosofi – alcune felici e ispirate, altre raffazzonate e sciocche.
La pagina più incredibilmente stupida sulla bellezza della Garbo (che fortunatamente Zadie Smith non cita) la dobbiamo all’ungherese Béla Balász, che cosi scrive in un libro peraltro importante, Il film. Evoluzione ed essenza di un’arte nuova (Einaudi 1952):
Greta Garbo è triste. Non solo in determinate situazioni, per certi precisi motivi. La bellezza di Greta Garbo è una bellezza sofferente, che avvolge tutta la vita e tutto il mondo circostante. Questa tristezza è un’espressione esattamente determinabile: è la tristezza della solitudine e della estraneità, quella tristezza che non conosce la comunanza con gli altri uomini. Nella figura della Garbo è racchiuso il triste destino della purezza di una interiore nobiltà ripiegata su se stessa, della rabbrividente sensibilità del “noli me tangere”. Anche quando si immerge nel personaggio di una corrotta sgualdrina. Il suo cupo sguardo nasce dal profondo e penetra profondamente. Anche allora Greta Garbo si sente come esiliata in terra straniera, e non sa come abbia potuto giungervi. Leggi il seguito di questo post »
…e il settimo si riposò
L’editoriale di Internazionale di questa settimana raccoglie i buoni propositi della redazione per il 2006. Vi lascio a meditarli e rimeditarli fino al 2 gennaio. La domenica sarò chiuso per ferie, come ogni creatore che si rispetti.
A voi il compito di indovinare quale, tra questi propositi, è il mio. Dal gioco sono ovviamente esclusi parenti, amici, ex fidanzate e colleghi. Che però probabilmente sono gli unici che si divertirebbero a farlo. Dunque mi rimangio tutto, il gioco è aperto a chi gli pare. Ovviamente sarò ben lieto di raccogliere anche i vostri, di propositi. I buoni e i cattivi.
Quanto a me, ci sono almeno un paio di propositi imprescindibili, oltre a quello misterioso: comprarmi una Gibson Les Paul e ricominciare a scrivere poesie. Buon anno intanto, ed ecco a voi l’editoriale:
Smettere di fumare, essere unito civilmente con il mio compagno, vendere tantissimi libri, ricominciare a suonare la tromba, laurearmi entro la primavera, tenere alte le vele della navicella dell’ingegno, imparare una nuova lingua, lavorare un po’ meno, fare un figlio, sviluppare le conoscenze lavorative, organizzare la squadra di calcetto di Internazionale, ingrassare, tagliarmi i capelli più spesso, leggere tanti tanti libri, convincere la redazione che posso lavorare per Internazionale anche da seimila chilometri di distanza, leggere il cinese, non cominciare a vedere una nuova serie tv, bere e mangiare in compagnia, passare più tempo con la mia fidanzata, imparare a fare il soffritto per il sugo, “preferirei di no”, parlare di più con i miei vicini di casa, riuscire a fare tutto quello che vorrei fare, schiacciare la malafede, partecipare. Questi sono i buoni propositi per il 2006 della redazione di Internazionale. E i vostri?
Battiato, il Quarto Uomo
Che Franco Battiato fosse un allievo spirituale di G. I. Gurdjieff lo sapevo, così come sapevo che le sue canzoni sono disseminate di riferimenti agli oscuri insegnamenti del maestro armeno. Tanto per dirne una, Colin Wilson in G. I. Gurdjieff. La guerra contro il sonno della coscienza ricorda che Gurdjieff e il suo amico Sarkis Pogossian, studente in teologia e figlio di un tintore turco, copiarono di nascosto in casa di un prete armeno una misteriosa mappa dell’Egitto prima delle sabbie, e partirono poi alla volta di Alessandria su una nave da guerra inglese. L’Egitto prima delle sabbie è per l’appunto il titolo di uno dei dischi strumentali e sperimentali del primo Battiato.
O ancora, in Le sacre sinfonie del tempo Battiato menziona “le insidie di energie lunari” che lo distolgono dalla ricerca della perfezione… Ora, John G. Bennett, in L’enigma Gurdjieff, ricorda che nella cosmologia del maestro armeno la luna è vista come una sorta di “vampiro” delle energie terrestri. E così via: l’Ottava e il Café de la Paix, i “pensieri associativi” e il “bisogno di una propria evoluzione”: tutti riferimenti gurdjieffiani più o meno celati.
Credevo, però, che tra tutti questi prestiti Battiato avesse almeno la paternità della sua espressione più felice, quella che lo ha reso celebre. E invece qualche giorno fa, leggendo L’evoluzione interiore dell’uomo, un’introduzione agli insegnamenti psicologici di Gurdjieff scritta dal suo allievo “cartesiano” e sistematico P. D. Ouspensky, mi imbatto in un passo in cui i vari tipi di esseri umani sono classificati in base al livello raggiunto sulla via dell’evoluzione:
L’uomo n. 4 non è nato tale, ma è il prodotto di una cultura di scuola. Differisce dall’uomo n. 1, 2 e 3 per la conoscenza di se stesso, per la comprensione della propria situazione e per il fatto di avere acquisito un centro di gravità permanente.
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.