Guido Vitiello

Archive for the ‘Mani bucate’ Category

L’anno del pensiero magico

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Davanti a Notre-Dame in fiamme, mentre oscillavo come tutti tra due congetture – incidente o attentato? – ho trovato il tempo di compiere su di me un piccolo esercizio di introspezione, una cosa da psicologia sperimentale ottocentesca; e ne sono riemerso con l’idea che il terrorismo ha cambiato le nostre abitudini di vita meno di quanto ci piace credere, ma in compenso ha cambiato, e a fondo, le nostre abitudini mentali. La prima cosa che mi è passata per la testa, osservando quel rogo, è la reminiscenza di una pagina di Jung sul pensiero magico letta qualche tempo fa: “Per noi è naturale dire: questa casa è bruciata perché il fulmine l’ha incendiata. Per il primitivo è altrettanto naturale dire: un mago si è servito del fulmine proprio per incendiare questa casa”. E per noi abitanti del mondo dopo l’11 settembre? L’esitazione tra pensiero logico e pensiero magico è qualcosa a cui ci siamo assuefatti quasi senza accorgercene, nei grandi e nei piccoli eventi, che sia l’incendio di una cattedrale o di un autobus romano (e oscilliamo anche in quel caso tra due sigle diversamente minacciose: Isis o Atac?). Può durare un’ora, un giorno, una settimana: non sappiamo esattamente come reagire finché non arriva la rivendicazione, che è per noi nuovi primitivi la firma dello stregone che si è servito del fulmine. E può capitare in ipotesi che il mago – ora che le reti terroristiche sono strane varietà di franchising che possono decidere se consentire l’uso del loro marchio, se dare il loro patrocinio simbolico – metta la firma su un sortilegio che non ha compiuto, o su un incidente dovuto al caso. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 26, 2019 at 5:27 pm

Se lo demonizzate, poi vince per mille anni

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Posso pure dipingermi la faccia rosso fuoco, appuntarmi due vistose corna sulla testa e una coda forcuta sul coccige, farmi crescere una barba caprina, indossare eleganti calzature anch’esse caprine a zoccolo fesso, ma ci sarà sempre qualcuno più fesso del mio zoccolo pronto a dire che non è il caso di demonizzarmi, che quei tre sei sulla fronte sono uno scanzonato sberleffo postmoderno,  che quegli occhi iniettati di sangue saranno un’allergia, e soprattutto che l’antisatanismo viscerale è controproducente, perché se lo demonizzi poi quello, Satana, vince per un millennio almeno. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 26, 2019 at 5:02 pm

Tavola analitica dei liberali italiani

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Sul canovaccio del Tableau analytique du cocuage di Charles Fourier, che nei primi anni dell’Ottocento classificò ottanta tipi di cornuti d’ordine semplice e composto, voglio abbozzare una tavola analitica dei liberali italiani, un catalogo sommario dei nostri vezzi e delle nostre miserie. Mi limiterò ai tipi oggi più diffusi e perniciosi, trascurando magnifiche specie in via di estinzione come il Liberale snob o pannunziano (quello che indossa ancora i calzini del conte Carandini), il Liberale matto o dannunziano (quello convinto di essere il messia annunciato dalla vox clamantis di Mario Ferrara) e, più a destra, il Liberale straborghese o steampunk (quello che, in assenza di una borghesia civilizzatrice autoctona, si traveste da gentiluomo britannico del diciannovesimo secolo). Erano le nostre casate più nobili, i nostri zii eccentrici: saranno presto le nostre tribù perdute. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 13, 2019 at 7:52 pm

Il mistico del Dunning-Kruger

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Gianluigi Paragone 1-2

A ogni apocalisse la sua colonna sonora. Il tenente colonnello Kilgore bombardava villaggi vietcong diffondendo Wagner dagli altoparlanti degli elicotteri, tuffava il naso nell’inebriante odore del napalm e si preparava al surf sotto le bombe. Ora sentite questa: “Si scende a Roma. Nelle cuffie i Metallica. Tra le mani il libro di Elio Lannutti sulle banche”. Sembra un teenager in gita scolastica, è Gianluigi Paragone in un tweet di qualche anno fa, tornato a galla proprio adesso che il nono reggimento della cavalleria aerea grillina vuole paracadutarlo sulla commissione banche. Gli piace l’odore dei Savi di Sion al mattino. E cosa di meglio dell’heavy metal per metter paura a quei loschi depositi di metalli pesanti che sono le banche? Però proprio non me lo immagino su una tavola da surf. Anzi, ogni volta che vedo Paragone ripenso alla pagina di Eros e Priapo in cui Gadda illustra la “follia narcissica di un erotomane” con il ricordo di una domenica al mare: “Quando si fu alla battima da bagnarvi i piedi, un di noi, il folle, subito e’ corse un poco più avanti nel mare, e co’ i’ pretesto che senza mutandine te vi diguazzi meglio, in Tirreno, si ignudò: e le iscagliò a noi per palla. Orrorose enormità si palesarono ai poverini, bimbini e matrone ch’erano a pasticciare di arena con le lor pale, o ad ammollare come natanti pachidermi in quel punto. E lui si pavoneggiava felice, di certo pensando che i danesi, che gli svedesi, i norvegesi, i naturisti, i nudisti, così fanno. Ma qui s’era ad Ostia con gente di Porta Portese: e avevi poco a ignudarti, a fare il bullo naturista alla norvegese”. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 13, 2019 at 7:44 pm

La macchina a terrore più internet

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Dormi tranquillo, Rousseau? No che non dorme tranquillo. Da quando Casaleggio padre lo ha immischiato nelle sue fantascientifiche strampalerie e l’erede dinastico gli ha intitolato una piattaforma fallata, il tenero Gian-Giacomo si è rivoltato nella tomba tante di quelle volte, ma tante di quelle volte, che i suoi compagni di sepoltura al Panthéon hanno pensato bene di fare una colletta per regalargli uno spiedo da girarrosto. “Dormi tranquillo, Rousseau?” era anche il titolo di un paragrafo di La machine à terreur di Laurent Dispot, un libro del 1977 che illumina la lenta trasformazione del Movimento Cinque Stelle, dopo gli entusiasmi corali dei V-Day e dei meet-up, in una fraternità cainita fondata sulla delazione, sull’annientamento simbolico dei traditori e dei sospetti, sul dossieraggio reciproco, sulle calunnie incrociate, sull’immolazione di ogni affetto privato – padri, amici, amanti – in cima alla pietra sacrificale della piattaforma. Se la rivoluzione industriale ha prodotto la macchina a vapore, scriveva Dispot, l’altra rivoluzione, quella francese, ha messo a punto la macchina a terrore, perfezionata poi dagli ingegneri leninisti. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

marzo 29, 2019 at 11:58 am

La nuova cultura del piagnisteo. La saga del politicamente scorretto

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Robert Hughes coniò la formula culture of complaint per descrivere la parabola del politicamente corretto, ma oggi è il soi-disant politicamente scorretto la più rumorosa cultura del piagnisteo. Dove ti giri, è tutto un lagna-lagna. Passano il giorno a lanciare scherni irripetibili, ma se Guy Verhofstadt si permette di usare per il nostro primo ministro una paroletta meramente descrittiva – burattino – per poco non invadono il Belgio. Il loro passatempo strapaesano è svillaneggiare Emmanuel Macron nei modi più grossolani, ma quando il presidente francese parla del populismo come di una lebbra, ecco che, poverini, si sentono etichettati uno ad uno come lebbrosi e si ammantano di indignazione virtuosa. Si compiacciono a dar fondo alle metafore zoologiche quando un immigrato è coinvolto in qualche crimine, ma se l’Espresso affianca Soumahoro e Salvini sotto l’insegna vittoriniana “Uomini e no” fanno i finti o i veri tonti e si mettono a starnazzare contro la disumanizzazione dell’avversario. Mario Giordano invoca quotidianamente la ruspa come un indemoniato, ma se gli fanno sommessamente notare che è sensibile al clima di intolleranza lui non solo abbandona lo studio di Piazza Pulita, ma il giorno dopo ci monta una campagna piagnucolosa, come già l’“eroe” (così Salvini) Maurizio Belpietro contro i giornalisti tedeschi che pretendono di darci lezioncine sulla Rai sovrana. Il ministro di polizia s’inventa una gogna al giorno, minorenni e scortati compresi, ma la sua capotifoseria Maria Giovanna Maglie scrive accorate lettere a Dagospia per lamentare che è il suo cocco a subire il clima d’odio, e come potrebbe non reagire? Per questa turpe china si arriva a Francesco Borgonovo che attacca Luigi Manconi, autore di una finissima meditazione su moralità e politica che l’allegra brigata salviniana ha dolosamente frainteso, di alimentare il clima d’odio – un po’ come se Charles Manson reclamasse perché i vicini di casa mettono Mozart a un volume troppo alto. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

marzo 25, 2019 at 1:18 pm

La piccola apocalisse di Freccero

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Compito per casa di storia delle idee: usando le tante edizioni italiane della Società dello spettacolo di Guy Debord, comporre l’albero genealogico di quella inafferrabile chimera chiamata “situazionismo” per capire come, di malinteso in malinteso, siamo arrivati allo sbandamento attuale in cui si evoca il situazionismo anche per le scampagnate grilline tra i gilet gialli, per i bucatini al ragù del ministro di polizia e in generale per chiunque faccia il matto in pubblico. Sarebbe un albero ben rigoglioso. Alla radice starebbe l’edizione De Donato del 1968, ma da lì si snoderebbero le ramificazioni più intricate: il Debord da ciclostile semiclandestino, il Debord dei filologi e dei dottrinari, il Debord dei marxisti accademici, il Debord degli studiosi di comunicazione, il Debord dei creativi, degli autori televisivi e dei pubblicitari che fatturano con l’alibi del trotzkismo. Per portarmi avanti con i compiti, mentre scrivo ho sotto gli occhi, accanto a quella del 1968, altre due edizioni diversamente emblematiche. Una è l’edizione SugarCo del 1990, in una collana diretta da Nanni Balestrini; ha una nota di Giorgio Agamben e una copertina sciantosissima dello stilista Missoni. L’altra è l’edizione Baldini & Castoldi, nella ristampa del 2013. Sulla copertina c’è il monoscopio caro ai vecchi spettatori della Rai catodica, e come la giri trovi una prefazione dell’attuale direttore di TeleVisegrad Carlo Freccero, che così ripercorre la traiettoria dei vecchi contestatori: “Quegli stessi che parlavano di lavoro salariato e plusvalore, che credevano al materialismo come unica chiave di lettura della società, sono diventati ‘creativi’, pedine di una società in cui la produzione è soprattutto produzione immateriale (…). Molti operatori del mondo dello spettacolo amano oggi definirsi situazionisti”. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

marzo 16, 2019 at 9:46 pm