Guido Vitiello

Archive for the ‘Il Foglio’ Category

Lo Stato etico come Stato etnico

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Quando picchi alla porta di Sua Eccellenza il Sottosegretario alle Poste e Telegrafi per chiedergli un favore, non compi un atto di servilismo, compi un atto di suprema moralità. “Sappi anzi che non v’è che un sol modo di essere galantuomo: adorare lo Stato in cui s’incarna la moralità, o, come si dice oggi, lo Stato etico”. Oggi, ovvero: nel 1925, l’anno in cui Piero Gobetti, in veste di editore, stampa Lo spaccio del bestione trionfante, il pamphlet antigentiliano di Adriano Tilgher. Novant’anni dopo trionfano altri bestioni, e che bestioni, ma certe formule per forza d’inerzia si trascinano di bocca in bocca, fino ad approdare alla bocca di chi non ha la minima idea di ciò che dice. Il capogruppo grillino al Senato, l’onorevole Danilo Toninelli, ha detto che il Movimento Cinque Stelle “vuole creare uno Stato etico”. Ora, Toninelli non è propriamente Giovanni Gentile, e dietro il suo sguardo di vitrea concentrazione s’intuisce piuttosto una di quelle zone cieche dove neppure un refolo dello spirito come “pensiero che pensa” è mai giunto all’autocoscienza. Ma per il suo tramite parla il bestione, e già che il bestione trionfa faremmo bene a prenderlo sul serio. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 2, 2018 at 11:03 am

Davanti Sant’Enzo

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Dopo una lunga stagione di oblio volontario e di cattiva coscienza, il caso Tortora è ormai parte del calendario liturgico nazionale. Tra la tarda primavera e la tarda estate i giornali commemorano ogni stazione della via crucis: l’anniversario dell’arresto, l’anniversario della condanna, l’anniversario dell’assoluzione, l’anniversario della morte. L’anniversario del referendum no, quello non è abbastanza cristologico, potrebbe turbare l’animo dei fedeli radunati per la sacra rappresentazione della passione. Ce lo vedete, voi, un Cristo che si schioda dalla croce e si mette a raccogliere firme contro Caifa? Leggi il seguito di questo post »

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giugno 2, 2018 at 10:55 am

Non l’assassino ma l’assassinato è colpevole

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Prodigo irresponsabile che sono: si avvicina di nuovo lo spettro delle file ai bancomat, e io mi ostino a tenere una rubrica che invita a sperperare soldi in libri. Stavolta, però, prometto di non indurre in tentazioni troppo grandi le mani bucate del lettore. Appena trecentocinquanta lire – la moneta delle memorie più dolci e delle premonizioni più nere. Quand’ero bambino, per quel che posso ricordare dei tabelloni dei gelatai, con quella somma ti ci compravi uno Zaccaria, un cono sormontato da una cupola di cioccolato; quand’era bambino mio padre, nel 1946, potevi invece procurarti un Golia, che non era un gelato ma un libro di Giuseppe Antonio Borgese sulla marcia del fascismo in Italia (“forse il più grande libro che si sia scritto sul fascismo”, diceva Leonardo Sciascia: e con buona ragione). Borgese lo aveva pubblicato in inglese a New York nel 1937, e quando Mondadori nel dopoguerra poté stamparne la traduzione italiana dovette farlo in edizione provvisoria. Sul retrofrontespizio della mia copia da trecentocinquanta lire si legge: “Le enormi difficoltà tecniche e di approvigionamento di materie prime ci costringono a rinunciare, per il momento, a quella cura e perfezione tipografiche che sono tradizionali della nostra Casa”. Non so cosa ne abbiano trattenuto o respinto poi gli storici, ma Golia è prima di tutto l’opera di uno scrittore, che da ogni pagina di cronaca sa spremere una stilla di verità letteraria, e che continuamente dietro le maschere dei teatranti politici vede occhieggiare gli archetipi romanzeschi. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 2, 2018 at 10:46 am

Interludio tragico nel paese del melodramma

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Il paese del melodramma è piuttosto avaro di occasioni tragiche, e quando se ne intravede una all’orizzonte bisogna correre sui tetti ad ammirarla come un prodigioso fenomeno astronomico, una rara eclissi di sole; purché, beninteso, si abbia l’accortezza di indossare gli occhiali giusti. Per fissare le cronache di questi giorni senza ustionarsi la retina consiglio di ricorrere a un filtro molto antico, la Poetica di Aristotele e la sua dottrina della tragedia. Solo così potremo osservare chiaramente la peripeteia, la catena di azioni che produce l’opposto di ciò che avrebbe voluto, la catastrofe provocata dalle migliori intenzioni; solo così arriveremo preparati al momento dell’anagnorisis, il riconoscimento o discoprimento della terribile verità, il cadere della benda dagli occhi dell’eroe quando è ormai troppo tardi per rimediare. L’errore o la colpa dei nostri eroi tragici – la loro ostinata amartia, per usare la parola aristotelica – è stato credere che il M5S fosse altra cosa da quel che è, da quel che è sempre stato e da quel che ha sempre sbandierato di essere. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 20, 2018 at 8:02 PM

Pubblicato su Il Foglio, Mani bucate

Dalla locomotiva di Guccini all’autobus di Bertoli

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Lenin che arriva in treno alla Stazione Finlandia di Pietrogrado nell’aprile del 1917, di ritorno dall’esilio svizzero, dopo aver attraversato mezza Europa; Lenin camuffato da operaio che sale su un tram semivuoto per andare a Palazzo Smolny, nella notte del 24 ottobre, e prepararsi alla presa del potere. Solo del primo viaggio i mitografi bolscevichi hanno fatto un’epopea, lasciando in ombra il secondo, perché una locomotiva che sfreccia nel buio con i suoi tre fari accecanti si presta meglio a suggerire l’idea dell’inesorabilità storica della Rivoluzione. Il tram e i suoi fratelli, in quei primi anni del Novecento, al massimo erano serviti al neonato cinematografo per illustrare la comicità della vita metropolitana: gente sballottata dalle oscillazioni del filobus, grassone che cadono in grembo ai passeggeri, vecchiette che rincorrono l’omnibus e picchiano il conducente. La reputazione rivoluzionaria dell’autobus è perfino più bassa. Una raccolta di saggi di fine anni Ottanta (Viaggio e modernità. L’immaginario del mezzo di trasporto tra ‘800 e ‘900) lo presentava come il simbolo del quotidiano ritorno dell’identico – stesso orario, stesso percorso, stesse facce – e di una politica ridotta a mugugno: “Cento lire in più per la nuova tariffa oraria scatenano la rabbia dei narcisisti qualunquisti che puniscono l’aumento con pratiche catartiche di minaccia e di scempio…”. Sarà anche per questo che tutti conoscono La locomotiva di Francesco Guccini e ben pochi si ricordano de L’autobus di Pierangelo Bertoli. Canzone meno memorabile, ma più futuribile: perché se la ballata del ferroviere vendicatore dei proletari era già alla sua epoca un pezzo di modernariato, a metà tra il canto anarchico e l’inno carducciano, l’autobus di Bertoli parlava oscuramente dell’avvenire, e prefigurava nel 1979 l’Italia in cui ci sarebbe toccato di vivere. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 20, 2018 at 7:52 PM

Pubblicato su Il Foglio, Mani bucate

Il Consiglio di Persia

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Un centone sciasciano potrebbe intitolarsi “Il Consiglio di Persia”. Lo immagino come una sotie senza grandi pretese e, neppure a dirlo, senza agganci che non siano fortuiti con fatti realmente accaduti e personaggi esistiti o esistenti: solo una bella favola orientale raccontata da un illuminista, intorno alle vicende di una penisola immaginaria al largo delle cui coste galleggia un’isola metaforica. Sarebbe – come già Il Consiglio d’Egitto di Sciascia, che le fa da remota ispirazione – la storia di un grandioso imbroglio filologico, giudiziario e politico, così ben riuscito da attirarsi il plauso degli imbrogliati e perfino una recalcitrante ammirazione da parte di chi ne aveva smascherato il trucco. L’intrigo parte, stavolta, non da un misterioso codice arabo conservato in Sicilia, manoscritto di una vita di Maometto, ma da un fogliaccio fotocopiato e rimaneggiato da un calunniatore maldestro; una patacca, insomma, messa al servizio di un disegno audacissimo: la riscrittura – “dal nulla o quasi” – della storia non già dei musulmani di Sicilia, come nel Consiglio d’Egitto, ma di una sanguinosa stagione di stragi attraversata, un quarto di secolo prima, dagli abitanti della penisola immaginaria e dell’isola metaforica. Del resto, si legge nell’originale sciasciano, “c’era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla”. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 20, 2018 at 7:42 PM

Pubblicato su Giustizia, Il Foglio, Mani bucate

Il bispensiero selvaggio

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La geopolitica di 1984 è il modello occulto del tripolarismo italiano. C’è l’Oceania, ossia il M5S, e poi ci sono l’Eurasia e l’Estasia, scambievoli rimanenze dei due vecchi poli. L’Oceania può indifferentemente allearsi con l’Estasia e muovere guerra all’Eurasia, oppure può allearsi con l’Eurasia e muovere guerra all’Estasia; in entrambi i casi, lo farà sbandierando una coerenza incoercibile. Siamo vicini alla Lega. Siamo sempre stati vicini alla Lega. Siamo vicini al Pd. Siamo sempre stati vicini al Pd. Siamo sempre stati con la Nato. Siamo sempre stati a favore dell’euro. Siamo sempre stati contro l’euro. Siamo sempre stati con Putin. È un gioco di prestigio mentale, che nell’incubo totalitario di Orwell riesce facilmente perché il partito, controllando il presente, controlla il passato: “A livello ufficiale, il cambiamento nelle alleanze non si era mai verificato: l’Oceania era in guerra con l’Eurasia, quindi l’Oceania era stata sempre in guerra con l’Eurasia. Il nemico contingente incarnava sempre il male assoluto; ne conseguiva che qualsiasi intesa con lui era impossibile, tanto nel passato che nel futuro”. La truffa del programma del M5S, il gioco delle tre carte e dei venti pdf, si spiega solo nei termini di quello che Orwell chiamava doublethink, o “bispensiero”: “Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullavano a vicenda sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe; fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale proprio nell’atto di rivendicarla”. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 1, 2018 at 1:42 PM

Pubblicato su Il Foglio, Mani bucate

La trance ipnotica del fesso

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Avete mai fatto caso all’aspetto di un uomo ipnotizzato da una solenne fesseria? È molto diverso dall’ipnotizzato comune, che si fa riconoscere all’impronta per le pupille dilatate, la mimica inerte, la mandibola cascante, la loquela rallentata e quasi impedita. Al contrario, l’uomo imbambolato dal pendolo ipnotico di una fesseria di solito parla moltissimo, saetta gli occhi, smania, si fa rubizzo, e ripete quella sua grandiosa balordaggine con il fervore di chi abbia trovato un mantra prezioso. Più si accalora, più possiamo star certi che è caduto nella trance ipnotica del fesso. Nessuno può dirsi al sicuro, specie dopo il 4 marzo, quando hanno preso a circolare cretinaggini dal potente incanto mesmerico. Ogni giorno vedo amici intelligentissimi capitolare davanti a due solenni scemenze, figlie di una premessa maggiore anch’essa scema. Ecco il mio schiocco di dita per risvegliarli. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 21, 2018 at 5:44 PM

Pubblicato su Il Foglio, Mani bucate

Lettera a un abitante di Sirio sulla giustizia italiana

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Caro filosofo che vivi su Sirio,

In uno dei pianeti che girano intorno alla stella chiamata Sole capita di leggere, come fosse la cosa più normale del mondo, parole come queste: “Una delle differenze principali in materia di giornalismo giudiziario tra l’Italia e altri paesi occidentali è la capacità della magistratura italiana rispetto a quelle estere di produrre notizie, scoop, fatti di interesse pubblico. Lo dico senza tema di smentite: non esiste una magistratura così potente e così capace di produrre notizie come quella italiana”. A parlare così è un cronista giudiziario terrestre, Marco Lillo, sull’ultimo numero di una rivista il cui nome, caro filosofo di Sirio, dovrà per forza suonarti familiare: MicroMega. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 21, 2018 at 5:42 PM

Pubblicato su Giustizia, Il Foglio, Mani bucate

Il sorrentinismo è un momento del berlusconismo

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Conosco un solo attore che avrebbe potuto interpretare Berlusconi in un film su Berlusconi, ed è Ugo Tognazzi; e un solo regista che sarebbe stato in grado di girarlo, Pietro Germi. Nel mio cast ideale, aggiungo, il ruolo di Emilio Fede sarebbe spettato di diritto ad Alberto Lionello; per Galliani avrei rasato a zero Adolfo Celi, e l’intuito mi dice che Paolo Villaggio sarebbe stato un ottimo Lele Mora. Ma sono tutti morti. Ne consegue che l’unico luogo in cui allestire un set come si deve per un film su Berlusconi è, al momento, l’oltretomba. Anche perché, qui nel mondo dei vivi, ci sono già uno sceneggiatore, un regista e un attore impegnati a tempo pieno nel work in progress del grande film su Berlusconi, e tutti e tre si chiamano Silvio Berlusconi. Finché lui sarà capace di tirar fuori scene come l’allattamento di un agnellino con il biberon, è inutile perfino tentare. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

aprile 21, 2018 at 5:18 PM

Pubblicato su Cinema, Il Foglio, Mani bucate