Le cinque lezioni dell’affaire Marchesini

Un vademecum per lettori selvaggi che vogliano orientarsi nel sottobosco dell’affaire Marchesini, in quattro tappe bibliografiche più una quinta esoterica. L’antefatto, o il fatto mancato, è questo: il critico Matteo Marchesini doveva pubblicare ad aprile, per Bompiani, una raccolta di saggi intitolata Casa di carte. La letteratura italiana dal boom ai social. Aveva già divulgato la copertina, che equivale a spedire le partecipazioni di nozze, ma Antonio Franchini l’ha mollato all’altare. Gli ha fatto capire che non intende pubblicare un libro dove si pestano, tra cento altri, i pugili della sua scuderia: Montesano, Scurati, Moresco. “O togli i pezzi, o Casa di carte non esce”. Dunque non esce; ma qualche lezione da cavarne c’è – sullo stato dell’editoria, della società letteraria e di quella che fu la critica militante. Leggi il seguito di questo post »
Il povero notista non c’entra. Massimo Franco, in arte Don Abbondio

Se Manzoni non si curò molto di descrivere l’aspetto di Don Abbondio, se attese otto capitoli prima di abbozzarne, quasi controvoglia, un ritratto a pennellate grosse (due folte ciocche di capelli, due folti sopraccigli, due folti baffi…), è perché voleva fare del suo curato una macchia di Rorschach in cui ciascun lettore potesse riconoscere personaggi contemporanei a lui più familiari, dentro o fuori la Chiesa. La stessa idea, se non proprio con le stesse parole, la suggerì Angelandrea Zottoli in un libro del 1933, Il sistema di Don Abbondio, che Leonardo Sciascia considerava il miglior viatico ai Promessi sposi come romanzo disperato sul potere italiano. Zottoli rivedeva Don Abbondio sotto mille maschere, e quasi glielo rimproverava: “Vi si trova dove meno vi si aspetta, perché, alla prova, non c’è uniforme in cui le vostre membra non riescano ad aggiustarsi, non covricapo a cui la vostra fronte non si adatti”. Nei momenti più incongrui, pensando ad altro e ad altri, ecco che “un gesto, una parola ci sorprende e ci ferma. Ma sì; è inutile, per quanto inverosimile essa ci possa apparire, riluttare alla realtà: è don Abbondio che ci sta di fronte”. Da due secoli siamo tutti condannati a queste reminiscenze involontarie, improvvise come un singhiozzo. Eugenio Scalfari, per esempio, qualche anno fa credette di rivedere Don Abbondio in Ferruccio de Bortoli, ma si sbagliava (il suo ruolo nell’affare Boschi-Ghizzoni – “un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo” – porta semmai l’impronta del Conte Zio). Leggi il seguito di questo post »
Demonologia delle fake news

L’angelo di Dio si prese l’anima, quello infernale si accanì sul corpo: il contenzioso sovrannaturale sul destino di Bonconte ebbe tutto sommato una soluzione semplice, con mutua soddisfazione dei litiganti. Ma cosa fare quando sono due diavoli a disputarsi la tua carcassa? A Parigi, negli anni Trenta, l’ambasciatore della Russia bolscevica e quello dell’Italia fascista si fecero avanti quasi simultaneamente per farsi carico della tomba di un uomo caro a entrambi i regimi, Georges Sorel, che il governo francese aveva abbandonato all’incuria. Oggi molti altri pretendenti potrebbero reclamare il sepolcro dell’autore delle Réflexions sur la violence, già che il mito populista e nazionalista – lo ha notato, di passaggio, Giuliano Ferrara sul Foglio del 9 gennaio – non è un’utopia, “ma appunto un mito soreliano, una ‘chiamata alle armi’”. Leggi il seguito di questo post »
Holocaust History and the Readings of Ka-Tzetnik
Holocaust History and the Readings of Ka-Tzetnik provides the first extensive exploration of the reception of Ka-Tzetnik’s work and the role that his books have played in the larger discussion of the Holocaust and its memorialization around the world. Including contributions from an international and interdisciplinary group of experienced scholars, the book examines the literary merits, historical context and public resonance of Ka-Tzetnik’s stories. It also places his novels in the context of post-WWII debates about how the memories and testimonies of the victims of the Holocaust can be represented and made publicly accessible through literature. There is also detailed coverage of key topics, like Holocaust memory and sexual violence in the concentration camps, and thorough historical analysis of key works like House of Dolls included throughout. This is an important study for all scholars and students with an interest in the Holocaust and Holocaust literature.
Holocaust History and the Readings of Ka-Tzetnik, a cura di Annette F. Timm, Bloomsbury 2018. Nel volume c’è il mio saggio The Eroticization of Witnessing: The Twofold Legacy of Ka-Tzetnik (pp. 139-152)
La Società dei bugiardi. Una profezia del 1712

Una modesta proposta per tirar giù dal letto quei liberali sonnacchiosi che vorrebbero sbarazzarsi della questione fake news con una scrollata di spalle, un truismo da parroco di campagna (“la propaganda esiste fin dall’alba dei tempi”), un argomento fantoccio (“allora volete imbavagliare la rete!”), un bon mot sui russi in colbacco o sulle spie venute dal semifreddo e, a infiocchettare il discorso, la citazione dirimente di qualche padre nobile della libertà d’opinione, possibilmente settecentesco e in parrucca, per poi tornare a dormire il sonno dei giusti. Lasciate stare Voltaire, dico io, tanto più che quella frase (“Non sono d’accordo con le tue idee ma…”) è un fake, gliela mise in bocca Evelyn Beatrice Hall centotrent’anni dopo la sua morte, e se proprio volete un gentiluomo di quei tempi tornate piuttosto al trattatello satirico di John Arbuthnot sull’arte della menzogna politica, Proposals for printing a very curious discourse, in two volumes in quarto, intitled Pseudologia politikè; or, a treatise of the art of political lying (1712), lungamente attribuito a Jonathan Swift. Qui lo cito nella traduzione impreziosita e imbufalita da Giuseppe Prezzolini, che in coda ci infilò pure, beato anacronismo, il nome di D’Annunzio. Leggi il seguito di questo post »
Memorie dal futuro. In morte di Aharon Appelfeld

Entri nello Holocaust Memorial Museum, a Washington, e la prima cosa che ti trovi davanti è la fotografia a tutta parete di un ammasso di corpi ischeletriti e carbonizzati sotto gli occhi dei soldati alleati: “Americans encounter the camps”, si legge nella didascalia. Se il museo fosse un film, diresti che ti hanno svelato subito il finale. Poi, con quell’immagine in testa che non ti dà pace, percorri tutto l’itinerario, una lunga discesa nell’abisso dal 1933 al 1945, e a ogni nuova stanza ti ripeti: ecco, era ancora possibile impedirlo, se solo i protagonisti del dramma avessero saputo cosa li attendeva nella stanza successiva. Ti vien voglia di gridargli: scappate finché c’è tempo, non fidatevi dei falsi amici, delle rassicurazioni, delle promesse – e questo perché tu, visitatore, hai già visto l’immagine terribile all’inizio della mostra, ma loro, quelle facce nelle foto e nei filmati d’archivio, non potrebbero neppure concepirla. Se fosse un film, il museo di Washington sarebbe un melodramma, perché il segreto del melodramma, la molla che ci porta infallibilmente alle lacrime, è proprio qui: noi spettatori viviamo in una sorta di futuro anteriore, sappiamo come andrà a finire; ma i personaggi non lo sanno, e non abbiamo modo di dirglielo, è troppo tardi. Per questo milioni di persone in tutto il mondo piansero a dirotto quando, alla fine degli anni Settanta, fu trasmesso il melodramma televisivo Holocaust della Nbc. Leggi il seguito di questo post »
L’anarchia scende dall’alto

Sono mesi, ormai, che non riesco più a chiamarlo Corriere della Sera. Avevo deciso di ribattezzarlo “Il Facta Quotidiano”, ma un amico mi ha subito obiettato che almeno Facta provò a proclamare lo stato d’assedio. In via Solferino invece, mentre monta l’onda più limacciosa e nera della storia repubblicana, se va bene fanno il morto a galla, se va male il surf con i pantaloncini a fiori. Onore a Facta, dunque; e restando nell’album di famiglia della testata, onore alla dignità tragica di Luigi Albertini, che aveva un concetto alto dei compiti storici della borghesia e che finì per scontare il suo benintenzionato abbaglio, l’illusione che si potesse salvare il vecchio tronco dello Stato liberale immettendovi la linfa del fascismo – che era semmai la scure pronta ad abbatterlo. La candela della ragione borghese che il Corriere teneva sotto il moggio di calcoli imprudenti irraggiava meglio altrove, sulla Stampa di Salvatorelli e negli interventi di Ambrosini che dal 1919, sul quotidiano torinese, scandì il suo ritornello impeccabile: “L’anarchia scende dall’alto”. Leggi il seguito di questo post »
Stepàncikovo, Italia. Solo Dostoevskij può spiegare Travaglio
I tribunali dei talk-show funzionano a pieno regime da un quarto di secolo senza uno straccio di codice di procedura; ma se qualcuno mi dà una mano con il latino suggerisco di piantare almeno la bandierina di un brocardo, traducendo una frase di Rodolfo Wilcock che ogni imputato televisivo dovrebbe stamparsi nella mente: “L’ingiustizia è la giusta punizione di chi si offre al giudizio dei suoi inferiori”. Questo ho pensato quando Maria Elena Boschi ha chiesto di rendere dichiarazioni spontanee al pubblico ministero Marco Travaglio; o quando anni fa Pietro Grasso, avvilendo inutilmente la dignità della sua carica, sollecitò un confronto con quello stesso accusatore. Riconoscere senza necessità un giudice e un foro competente è un primo atto di sottomissione da cui ne discendono mille altri, ben più gravi della buona o cattiva figura che si può fare in udienza. Ma in quest’ansia di scagionarsi davanti a Travaglio, di dimostrare la propria innocenza al suo cospetto, c’è un tratto misterioso che solo la grande letteratura può illuminare. Leggi il seguito di questo post »
Sansepolcristi imbiancati

Nel dicembre di tre anni fa, quando fra i grillini radunati in piazza del Campidoglio per defenestrare la giunta Marino spuntò fuori una bandiera di Forza Nuova, un cronista ne chiese conto al giovane Di Maio, che era già vicepresidente della Camera, e il giovane Di Maio commentò: “Non me ne frega niente”. Il senso della sua frase era più o meno questo: siccome non penso di essere fascista, non ho nessun problema a manifestare insieme ai fascisti. Come in un déjà-vu, anzi un déjà-ouï, quel rimbrotto stizzito mi riportò alla mente un vecchio dialogo tra Marco Pannella e Giorgio Almirante in una tribuna politica della primavera del 1982, trasmessa e ritrasmessa mille volte nelle notti di RadioRadicale. Al segretario del Msi che punteggiava i suoi interventi di continui “me ne frego”, Pannella rispondeva, grosso modo: vedi, il tuo tic linguistico dimostra che rappresenti il fascismo come sottocultura, come folklore; la vera eredità del fascismo come cultura politica – questo era il sottinteso di Pannella, che pochi mesi prima era andato a dire le stesse cose ai missini riuniti in congresso – l’hanno riscossa i partiti dell’arco costituzionale. Leggi il seguito di questo post »
Il secondo tragico Bel-Ami

Si presenta alla cena di gala con un frac preso a nolo, per giunta della taglia sbagliata; è a disagio, “leggermente imbarazzato” dice il narratore, e scivola ancor più nel panico quando a tavola si trova davanti una schiera di calici di varia foggia e non sa da quale, secondo galateo, dovrà bere. Chi ci ricorda? No, non è Fantozzi alla cena aziendale della Serbelloni Mazzanti Viendalmare. È Georges Duroy al suo debutto mondano, così come Maupassant lo descrive nelle prime pagine di Bel-Ami. Due personaggi all’apparenza inconciliabili, se non fosse che un compendio vivente lo abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: Luigi Di Maio, il secondo tragico Bel-Ami. Non so cosa indossasse quella sera a Cernobbio, quando il rag. Monti, probabilmente dopo aver divorato un tordo in un boccone, salutò in lui “un raffinato borghese”; so però che soltanto un Bel-Ami ibridato con Fantozzi avrebbe potuto suggellare con queste parole la fine dell’amore con la collega Silvia Virgulti Viendalmarketing: “È una risorsa preziosa del gruppo e continuerà ad esserlo”. Leggi il seguito di questo post »

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