Guido Vitiello

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Sulla capitolazione dello Stato davanti alla piazza

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l43-montecitorio-130420152243_bigÈ dalla fine di febbraio, da quell’urlo barbarico lanciato a Piazza San Giovanni – “Arrendetevi, siete circondati!” – che non riesco a togliermi dalla testa un’eco; l’eco non già della voce di Grillo, ma del filosofo e giurista Antonio Pigliaru e delle sue Osservazioni sulla cosiddetta capitolazione dello Stato davanti alla piazza. Pigliaru le scrisse nel 1960 a margine dei “fatti di luglio”, i moti di piazza che portarono prima al rinvio del congresso del Msi convocato a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, poi alla caduta del governo Tambroni. “C’è questa tragica esperienza della piazza: che cosa rappresenta di fronte allo Stato? in che senso e in che misura degrada – se lo degrada – lo Stato?”. Vale la pena destreggiarsi tra le impervietà della prosa idealistica e gentiliana di Pigliaru, perché di tutta evidenza la sua favola parla di noi: “‘Capitolare’ equivale, per lo Stato, ad un effettivo alienare la sua volontà ad un’altra volontà, cioè ad un effettivo alienarsi dello Stato a ciò che non è Stato; al limite, a ciò che è l’altro Stato (oppure a ciò che è il non-Stato)”. Ma che cosa accade quando la piazza richiama lo Stato alla sua stessa ragion d’essere, quando redarguisce uno Stato infedele? In questo caso, il cedimento non è una resa, è un segno di forza: “Lo Stato non capitola quando un governo cede alla ragione, anche se questa è espressa in modo troppo pressante, e anche quando questa si manifesta nelle forme discutibili dell’azione diretta o di piazza: non capitola perché, in questo caso, il suo cedere a certe ragioni è effettivamente un reintegrare la logica dello Stato, e dunque un modo di reale restituzione dell’azione dello Stato alla propria verità”. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

aprile 29, 2013 at 5:21 pm