Guido Vitiello

Prediche inutili e recensori truffatori

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Tempo fa sostenevo che si potesse comporre un giornale perfettamente al passo con l’attualità solo riciclando e assemblando vecchi articoli, o perfino esumando pagine di giornali estinti, fatti salvi i dovuti aggiustamenti e la sostituzione di qualche nome, sigla o luogo. Proponevo di chiamarlo Qohelet Daily, in omaggio al suo biblico ispiratore, o anche (Nihil Novi Sub) Sole24Ore.

Ebbene, questo articolo di Piero Gobetti, comparso per la prima volta nel novembre del 1918 su “Energie nove”, è la prova che la mia idea non era poi così peregrina*. Cambiate qualche parola qua e là, mettete un altro editore al posto di Treves, e pubblicate questo articolo su un qualunque quotidiano, domattina stessa: è più vivo e vero oggi che novant’anni fa.

Anzi, i recensori di cui parla Gobetti si affannerebbero a lodarlo e a farlo proprio, per fugare il sospetto che si parli di loro: excusatio non petita, come si dice, accusatio manifesta.

Sicché siamo giunti alla forma più antipatica e ormai predominante della recensione pagata o almeno ispirata dall’autore e dall’editore del libro. È la recensione che vuol dir tutto e che non dice mai niente. Leggetene una decina se ci resistete e le avete lette tutte. E si capisce. Da una parte la rivista impone al redattore di parlare di quei tanti libri. È il cottimo del lavoro intellettuale. Ma a leggere tutti quei libri di cui c’è da parlare c’è da non svegliarsi più. E poi, quand’anche si fossero letti, che se ne può dire? Osservava il Tozzi in una recensione a se stesso a proposito di novelle che di qualche centinaio di volumi usciti in questi ultimi anni non resterà in piedi una novella sola. E lo stesso si può dire dei romanzi, della produzione drammatica, della lirica; è letteratura che nasce morta e si fa solo leggere dagli ufficiali di cavalleria e dalle signore e signorine mondane. Ma di romanzi, e di drammi e di poesia e di novelle bisogna parlare nelle riviste. E bisogna parlar bene perché chi fa la recensione è amico del tal autore oppure, romanziere anche lui a tempo perso, s’aspetta di vedersi lodata per contrappeso la sua robaccia. E ancora: bisogna mostrare ossequio verso la tal casa editrice che paga così bene, bisogna badare a non offendere quell’altra che deve pubblicare il romanzo sospirato della propria fama. Ed ecco il nostro bravo autore di recensioni pieno d’affanno a metter le cose a posto, per non offendere nessuno, in modo che benedetto articolo pagato venga fuori.
Insomma poiché bisogna mettere pur insieme dieci righe e non bisogna compromettersi, tutte le ‘frasi’ sono accarezzate, ripetute, tenute in serbo volta a volta tanto che con un po’ di pratica si potrebbe dire quando si ripeteranno. Se per caso il romanziere o il novelliere o l’editore hanno avuto la buona idea di mettere al libro una prefazione, la recensione ve la copia a man bassa, approfitta di tutte le frasi e di tutte le confessioni per uscire un po’ da quell’esasperante generalità ch’è costretta a conservare sempre. Perché l’autore delle recensioni è un uomo pur lui, e anzi a pensare al tremendo lavoro a cui è soggetto c’è da avere pietà per il poverino.
Voi ci ridete, ma è un vero dramma che si svolge nell’animo del poveruomo costretto a parlare senza dir nulla. E bisogna esser pietosi e questo dramma indovinarlo e leggerlo tra le linee ben pagate. Nonostante la lunga pratica che gli ha fatto apprendere ormai la tecnica della recensione, spesso lo si sente fremere mentre parla e tentare magari una solenne stroncatura, ma il contratto con l’editore o la convenzione segreta coll’autore sono lì, eterni persecutori, a fargli moderare le frasi e attenuare le insinuazioni. Talvolta lo trovate che s’affanna e sta per lanciare il suo articolo contro il libro che non vale niente, assolutamente niente. Uno sguardo al frontespizio: e l’augusto nome di Treves lo costringe a rileggere il libro che dev’essere buono, buono a ogni costo o così bisogna dire al lettore perché Treves non può stampare che libri buoni.
È spettacolo immondo questo che offre la cultura italiana ed è spettacolo che ha da finire. La recensione fatta prima di leggere il libro o fatta in vista dell’interesse commerciale è un’immoralità ed è un delitto verso la serietà degli studi. Oltre che truffa volgare è tempo rubato al progresso intellettuale. Noi mettiamo in guardia i giovani, i lettori nostri tutti contro l’indegna speculazione e ci auguriamo che le riviste si ribellino una buona volta alla servile e falsa propaganda. E dalle pagine di questa giovane rivista, sorta a libertà e a disinteresse, parte con orgoglio la protesta e l’augurio legittimo che la cultura si mantenga serena e onesta e sdegni armi men nobili e degradanti.


*Devo la segnalazione a Paolo Gervasi

Written by Guido

ottobre 17, 2010 a 4:59 pm

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