Il blog di Guido Vitiello

Tutta colpa di René Girard

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Ho letto, dietro cortese ma irremissibile suggerimento-precetto di Edoardo Camurri, Tutta colpa di Tondelli di Nicola Pezzoli. Il libro, uscito un paio d’anni fa per i tipi di Kaos, racconta le peripezie di un aspirante scrittore – che è oltretutto, per comica disavventura, il sosia perfetto di Pier Vittorio Tondelli – tra agenti letterari e case editrici, uffici manoscritti e scuderie di giovani talenti. Nulla da fare: Pezzoli, malgrado anni di promesse e rassicurazioni, proprio non riesce a veder stampato un suo romanzo. Riesce però, in ultimo, a farsi pubblicare la cronaca picaresca dei suoi fallimenti editoriali.

Non per nulla Camurri – uno dei pochi a parlare del libro, sulle pagine del Foglio – lo ha accostato ad Antonio Moresco e alle sue Lettere a nessuno, ipotizzando la nascita di un nuovo genere, quello della lagna letteraria: «Libri scritti da scrittori che raccontano il fatto di essere (o di essere stati) scrittori inediti». Certo, il tono dei due non potrebbe essere più diverso: laddove Moresco è borioso e petulante fino all’esasperazione, Pezzoli è ilare, brioso e scanzonato. E anche se non ce la sentiamo di rimpianger troppo la mancata pubblicazione del suo Mi hai reso scrotoleso, almeno a giudicare da quel che se ne intravede e se ne intuisce, è senz’altro una fortuna che Tutta colpa di Tondelli abbia visto la luce: la cronaca del giovane autore «preso per i Tondelli» è davvero esilarante.

Gran parte delle peripezie editoriali di Pezzoli si svolge presso la casa editrice Transeuropa, di cui sapevo e so poco, e che nella mia mente ho sempre associato al nome di Tondelli e a una nidiata di scrittori giovanil-giovanilistici piuttosto atroci, come Brizzi e Ballestra per intenderci. Poi, anni fa, quando cercavo un editore per il mio libro sul romanzo poliziesco e il sacrificio umano, qualcuno mi suggerì il nome di Transeuropa, legandolo a quello di René Girard. Ora, io già all’epoca avevo letto e riletto tutte le opere di Girard – perfino quelle che scriverà negli anni a venire – ma proprio non riuscivo a trovare nella mia mente un plausibile anello di congiunzione tra Il capro espiatorio e Jack Frusciante, se non forse nel desiderio di immolare Brizzi per averlo scritto. Finché non mi sono imbattuto nel libro di Pezzoli e nel resoconto della sua ultima conversazione con il dominus di Transeuropa, prima della rottura finale:

Mi disse che di lì in avanti lo scopo delle «nostre vite» sarebbe stata la ri-esegesi delle opere di Tondelli alla luce degli scritti di un tal René Girard, fissatissimo con un concetto di Sua invenzione (il desiderio mimetico triangolare con mediatore esterno) e col linciaggio dei capri espiatori, un perenne «tutti contro uno» che ossessivamente vedeva ovunque, compreso il duello tra Romolo e Remo: a parer suo i Romoli, stronzi e vigliacchi, dovevano esser stati almeno un centinaio. E quindi dovevo precipitarmi a comprare «tutti gli scritti del pensatore francese» per studiarli a fondo, in parallelo con la rilettura dell’opera omnia del Pier Vittorio. Poi si lanciò in una logorroica farneticazione filosofica conclusa così: «È di vitale importanza per la salvezza del mondo che qualcuno – e qualcuno chi, se non noi? – cominci a sapere queste cose… Che qualcuno cominci a essere preparato». Infine mi esortò a «battermi come una tigre», quindi riappese.

Vai a sapere quanto c’è di caricaturale e di parodistico in questo resoconto; di certo è molto caricaturale la sintesi-lampo del pensiero di Girard che offre Pezzoli (per dirne una, il desiderio mimetico diventa un supplizio perché il mediatore è interno al triangolo, e questo ne fa un rivale). Come che sia, incuriosito dall’accostamento, sono andato sul sito dell’editore e ho trovato in bella vista questo bizzarro proclama identitario: «La storica sigla editoriale Transeuropa accetta la sfida del futuro portando con sé due “bussole”: Tondelli e Girard».

Tondelli e Girard. Per me l’accoppiata suona come, non so, Aldo Nove & Wittgenstein, o Ammaniti & Marsilio Ficino, o Wu Ming & Plotino: buona per una gag, per l’avanspettacolo, meno per un progetto editoriale. Ma mai dire mai. Così, oltre a scoprire l’eccellente Collana Girardiana, che raccomando a tutti, ho avuto modo di esaminare uno dei frutti di questa ierogamia incestuosa, un libro di racconti di scrittori giovani e meno giovani che si chiama I persecutori. Ne avevo sentito parlare qualche tempo fa, anzi mi era persino passato sotto il naso ai tempi in cui lavoravo al Riformista, senza però che avessi sospettato legami con l’incolpevole Girard. È per questo che ne scrivo con grande ritardo.

Ora, il problema non è tanto che questi narratori, salvo un paio di nomi di talento, siano prima di tutto persecutori della lingua italiana (basta scorrere la quarta di copertina per constatarlo: «nella tua testa si fantasmizza questa biondina di ventitré anni»; oppure l’abominevole «i corpi della guerra – resistiti, resistenti e residuali – prendono in bocca il sesso occidentale»); il problema non è nemmeno il diffondersi, in qualche ambiente editoriale e letterario, di una strana «moda» che ha visto mescolarsi Girard, un po’ di tardo marxismo gruppettaro e un po’ di cattolicesimo da dissenso post-conciliare altrettanto gruppettaro. Il problema, semmai, è il cortocircuito dell’intera operazione editoriale, che emerge nella involuta prefazione dei curatori:

Se Girard ha cominciato dalla letteratura, mettendone in luce il suo potere veritativo, rivelatore delle dinamiche umane, allora forse è il caso di tornare alla letteratura con questa cassetta degli attrezzi, e provare a raccontare. Così abbiamo chiesto ad alcuni narratori di cimentarsi con questa messa in scena, di raccontare il mondo sulla traccia consapevole delle dinamiche descritte da Girard.

Appunto. Girard ha cavato buona parte delle sue teorie da Dostoevskij, Proust e Stendhal: non per caso parla di una verità romanzesca. Dunque, a rigore, un «racconto girardiano» è quel che lo stesso Girard definirebbe un racconto dostoevskiano, o stendhaliano, o proustiano. C’è, di tutta evidenza, un passaggio di troppo. Usare delle nozioni critiche forgiate nella fucina della letteratura per poi rifonderle e farne nuova letteratura mi pare una macchinosa operazione di riciclaggio. È come trasformare un acquario in una zuppa di pesce e poi pretendere di ottenere un nuovo acquario (che s’immagina poco movimentato) a partire da quella stessa zuppa. Mutatis mutandis, mi vien da pensare all’uso che si fa di Carl Gustav Jung in certe narrazioni contemporanee, specie televisive. Riassumendo, alla buona:

1. Jung, dall’interpretazione dei sogni dei suoi pazienti, dai trattati di alchimia, dalle fiabe, dalla tradizione letteraria europea (e non solo) ha tratto un buon numero di archetipi e di narrazioni ricorrenti; e fin qui tutto bene.

2. Questi archetipi e queste narrazioni ricorrenti, con la mediazione via via più bignamizzata di Campbell e poi di Vogler, vengono cooptati nei manuali di sceneggiatura: da strumenti descrittivi diventano strumenti prescrittivi. Se scrivi una storia, ti dicono, devi metterci l’eroe che lotta con l’ombra, il senex, il puer aeternus e non so che altro. Nascono così, per citare l’esempio meglio riuscito, narrazioni come Lost.

3. Lo stadio successivo è quello in cui il critico si compiace perché il suo acume lo ha portato a scovare, quasi fossero tesori sepolti, gli archetipi e i simboli all’interno della narrazione, e si lancia, poniamo, in un’interpretazione junghiana di Lost (è il caso di Marc Oromaner). Che è un po’, ne converrete, come recensire la carbonara rilevando con grande perspicacia critica che dentro ci sono l’uovo, il pecorino e la pancetta.

Ecco, quantomeno I persecutori dichiara da subito i suoi ingredienti, e ci risparmia l’ultimo passaggio. Ma questo non basta a renderlo meno indigesto.

Written by Guido

novembre 19, 2010 a 3:24 pm

Una Risposta

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  1. […] di autore non pubblicato, ed è, questo, l’unico suo libro che viene pubblicato. Ne ho già scritto. La risposta scanzonata alle petulanti Lettere a nessuno del petulante Antonio Moresco, il libro […]


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