Guido Vitiello

L’Arcano Pontefice. Quasi un thriller esoterico

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Canovaccio di un thriller esoterico ambientato nei sotterranei del Vaticano, ad uso dello scrittore ribaldo in cerca di fortuna. Il processo canonico del beato Giovanni Paolo II fila spedito, fin troppo si direbbe, e si è a un passo dalla dichiarazione di santità. L’avvocato del diavolo, che ha l’ingrato ufficio di frugare il curriculum del canonizzando per coglierlo in flagranza di peccato o d’eresia, da mesi ormai si macera nella noia: tolta qualche lettera di fuoco dal Sudamerica per l’incresciosa vicenda del monsignor Romero, un esagitato dossier dei lefebvriani e un faldone d’illeggibili documenti sull’affaire Marcinkus, non trova materia per comporre le sue animadversiones. Finché, in un giorno assolato, il nostro sbadigliante advocatus diaboli, ormai fiaccato dal demone meridiano dell’accidia, riceve una busta anonima con un vecchio ritaglio di giornale: una fotografia un poco sgranata dove Wojtyla appare seduto a una scrivania con davanti qualche foglio, un microfono, una pila di libri.

“L’avrà spedita qualche lunatico, che ci vede chissà cosa d’arcano o di losco”, pensa fra sé, e fa per sbarazzarsene. Ma ecco, quasi svagatamente l’occhio gli va a cadere su un dettaglio curioso, una minuzia che lo fa sussultare di spavento: tra i libri ammonticchiati davanti al papa appaiono due volumi in tedesco, sul cui dorso si distinguono a fatica le parole Die großen Arcana des Tarot, gli arcani maggiori dei tarocchi. Che il Vicario di Cristo coltivasse in segreto la cartomanzia e la divinazione? Un eretico insediato per trent’anni al cuore della Chiesa di Roma? Sarebbe un tremendo e inequivocabile Segno dei Tempi, un’avvisaglia dell’Apocalisse imminente. S’impone di fugare ogni sospetto, e di gran corsa, tanto più che le moltitudini dei fedeli di tutto il mondo fremono per acclamare il nuovo santo. Ma le prime indagini, disgraziatamente, lasciano intuire retroscena oscuri e poco commendevoli: l’autore dell’opera misteriosa, che si firma Anonimo d’Oltretomba, è un antroposofo russo, seguace di Rudolf Steiner, che negli anni più tesi della Guerra fredda aveva lavorato per il Foreign Service della Bbc monitorando le trasmissioni radiofoniche sovietiche. Scienze occulte, arti magiche, sentore di zolfo e una spy story tra i ghiacci siberiani: mescolati con buon mestiere, sono gli ingredienti per un sicuro successo editoriale, con le sue brave 550 pagine di prammatica e il titolo a rilievo in oro. Ma, inutile dirlo, è tutto campato in aria.

O meglio: quasi tutto. La fotografia di Wojtyla esiste davvero, e comparve a pagina 27 della Weltbild il 18 novembre 1988. Die großen Arcana des Tarot è la traduzione tedesca di un libro che uscì anonimo – e postumo – nel 1980, con il titolo Méditations sur les 22 arcanes majeurs du Tarot. Non sappiamo se il papa polacco l’abbia mai letto o anche solo sfogliato. C’è chi assicura però che il suo successore Joseph Ratzinger ne conobbe l’esistenza negli anni in cui era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e che ne incoraggiò perfino una traduzione in russo. La prefazione alla prima edizione, oltretutto, era firmata da uno dei grandi teologi del secolo scorso, lo svizzero Hans Urs von Balthasar, tanto da far supporre che Giovanni Paolo II – che lo fece cardinale – l’avesse ricevuto in dono proprio da lui.

Tre custodi dell’ortodossia cattolico-romana e un libro sui tarocchi. Che storia è mai questa? Per raccapezzarsi un poco è bene leggere dalla prefazione di von Balthasar, che dirada subito il sentore di zolfo e poco ci manca che lo cambi in odore di santità: “Un pensatore e orante cristiano d’una purezza che impone l’ammirazione dispiega davanti a noi, ispirandosi alle scienze cabalistiche e ad alcuni elementi d’alchimia e d’astrologia, i simboli dell’ermetismo cristiano ai suoi diversi livelli – mistica, gnosi e magia – simboli riuniti nei cosiddetti ventidue ‘grandi arcani’ del gioco dei tarocchi e che, per mezzo delle sue meditazioni, egli cerca di ricondurre alla saggezza più profonda, perché universale, del mistero cattolico”. Il libro misterioso sulla scrivania del papa non era dunque opera di un tenebroso cultore delle arti magiche. Certo, mette in guardia von Balthasar, al nostro Anonimo d’Oltretomba capita di scantonare ora a destra ora a sinistra del corso principale dell’ortodossia, ma glielo si perdona di buon grado per “l’abbondanza quasi soverchiante dei lumi autentici e fecondi che porta”.

Anche il lettore profano, che non si curi troppo d’ortodossia e d’eresia, incontrando le Méditations sur les 22 arcanes majeurs du Tarot scoprirà in esse una delle grandi e misconosciute opere mistiche del secolo appena trascorso, degna forse di stare nello stesso scaffale di La colonna e il fondamento della verità, il capolavoro del 1914 del filosofo russo ortodosso Pavel Florenskij. Ad accomunare le due opere, d’altro canto, è già la forma adottata, quella del trattato epistolare. Florenskij compone dodici lettere all’amico, ciascuna delle quali è preceduta da un emblema, un’immagine allegorica con motto in latino; nelle Méditations le lettere all’ami inconnu sono ventidue, e si svolgono ognuna a partire da una carta o lama degli arcani maggiori dei tarocchi: il Bagatto, la Ruota della fortuna, l’Imperatore, l’Eremita, il Diavolo, il Giudizio. Ma chi era l’Anonimo d’Oltretomba, prima che abbandonasse il nome e la vita terrestre?

Si chiamava Valentin Tomberg, ed era nato a San Pietroburgo nel 1900, secondogenito di un alto ufficiale zarista. Educato protestante, già negli anni di gioventù entrò in contatto con la Chiesa ortodossa e con i circoli che s’ispiravano alla teosofia, fino all’incontro illuminante con l’antroposofia di Rudolf Steiner, nel 1917. Il fatale Ottobre era alle porte. La madre di Valentin Tomberg finì fucilata da cecchini bolscevichi, in piena strada, nel fervore rivoluzionario. Lui riparò in Estonia, dove si arrabattò a vivere come bracciante agricolo e farmacista, pittore ed insegnante. Studiò le religioni e le lingue antiche e moderne, conobbe qualche tempo di quiete solo quando ottenne un posto come impiegato dell’amministrazione postale. Nel frattempo saliva rapidamente i gradi della Società Antroposofica estone, ma non conobbe mai di persona Rudolf Steiner, a cui pure indirizzò alcune lettere. Venne l’occupazione tedesca, Tomberg prese con sé la moglie e il figlio e trovò scampo ad Amsterdam, dove si affiancò alla resistenza antinazista. Si dedicò agli studi di diritto, che riuscì a completare solo dopo la guerra, e in due trattati giuridici fece i conti con la vicenda politica hitleriana. Internato in un campo per displaced persons ebbe modo di stringere legami con alcuni sacerdoti cattolici, e dopo un breve soggiorno nel monastero di Beuron si convertì al cattolicesimo romano e si unì alla Chiesa. Gli antroposofi presero male la sua conversione, tant’è che ancor oggi alcuni di loro gli danno del gesuita. Dal 1948 abitò a Londra, e qui – lo si è accennato – lavorò per il Foreign Service della Bbc: doveva compilare rapporti dettagliati sulle trasmissioni sovietiche per conto del governo britannico e americano. Gli ultimi anni della sua vita, spesi in un cottage a Reading, sul Tamigi, li passò redigendo la sua opera monumentale sui tarocchi, completata il 21 maggio del 1967, e altri scritti mistici ed ermetici apparsi dopo la morte, che lo colse nel 1973 in vacanza a Majorca.

Malgrado il riserbo dell’anonimato, qualcosa di questa vita fortunosa e picaresca, stretta nella tenaglia dei due totalitarismi, fa capolino nelle Méditations, traluce da quelle sontuose vetrate simboliche che sono gli arcani maggiori. Sotto la lama del Matto, la ventunesima, si affaccia così la figura del Folle del bene, che ha trovato la sua incarnazione letteraria in Don Chisciotte – ed è a lui che Tomberg si rivolge, per rivisitare con i suoi occhi di loco y bueno la propria storia e la storia: “Ti s’incontra spesso nelle condizioni storiche difficili, simili al paesaggio arido e tormentato dove il cuore s’ispessisce e s’irrigidisce la nuca. Sei tu, è la tua voce che risuonò più forte del rullìo dei tamburi intorno alla ghigliottina nel giorno di termidoro o di fruttidoro dell’anno II o III, lanciando un grido dall’alto del patibolo: Vive le roi!, prima che la tua testa mozzata rotolasse nella cesta. Sei ancora tu che, in presenza di una plebe rivoluzionaria giubilante, strappasti dal muro e lacerasti un manifesto rosso che annunciava al popolo di San Pietroburgo l’alba della Nuova Era in Russia – e che però fosti di lì a poco trafitto dalle baionette delle Guardie rosse. Sei sempre tu che dichiarasti nobilmente alle autorità militari tedesche dei Paesi Bassi invasi e occupati nel 1941, che la Germania, occupando il paese, infrangeva le Convenzioni dell’Aia”.

Non sono frasi che ci aspetteremmo di leggere in un trattato di ermetismo cristiano, sia pur insolito. Ma sono, appunto, poco più che cenni furtivi: ben altra, e ben più rarefatta e cristallina, è l’aria che si respira sulle cime delle Méditations, dove s’incontrano a ogni pagina il Vedanta e lo Zohar, Giovanni della Croce e Plotino, Agostino e Pitagora, Filone d’Alessandria e Meister Eckhart, così come, tra i moderni, Kant, Deussen, Bergson, Kierkegaard, Solovev, Berdiaev, ma anche Baudelaire e Dostoevskij. L’erudizione dispiegata nell’opera di Tomberg è prodigiosa, eppure ogni pagina è intonata a una tale levità, una tale mitezza, una tale cordialità e letizia che si ha l’impressione di sentir parlare il più gradito degli amici.

Ma perché un’opera mistica che si vuole cattolica prende le mosse proprio dai tarocchi? Che cosa credette di vedere, Tomberg, nelle ventidue carte dei Trionfi marsigliesi? Nulla a che spartire con i banchetti delle cartomanti, Dio ne scampi, e in fin dei conti poco in comune anche con quella bizzarra, spesso farneticante tradizione di lettura iniziatica degli arcani maggiori che si sviluppò dal Settecento. “L’opera di Tomberg s’innalza ben al di sopra del livello di tutte queste imposture”, avverte Hans Urs von Balthasar nella sua prefazione ammirata. D’altro canto, l’Anonimo d’Oltretomba è di tutt’altra pasta di quei pedanti propugnatori della philosophia perennis o di una Tradizione immutabile, che compongono frigidi e minuziosi inventari di archetipi, simboli sacri e tavole numerologiche. “L’Ermetismo senza la grazia non è che storicismo ed erudizione sterile, l’Ermetismo senza sforzo non è che estetismo sentimentale”, si legge nella sesta lettera, l’Innamorato. Tentativi nobili di riconciliare il simbolismo dei tarocchi con il Cristianesimo ce n’erano stati, certo, uno su tutti The Greater Trumps di Charles Williams, l’amico di T.S. Eliot che frequentava il circolo di C.S. Lewis e J.R.R. Tolkien. Ma le Méditations sono ben più che questo, e farebbe torto alla bellezza e libertà dell’opera chi volesse leggervi un espediente apologetico per costringere le scienze occulte, come i Magi d’Oriente, a genuflettersi davanti alla capanna di Betlemme. Gli arcani maggiori, per l’Anonimo d’Oltretomba, sono prima d’ogni altra cosa meravigliose immagini simboliche da contemplare e meditare. Non ha millanterie e borie faustiane, non pretende per sé altra autorità che non sia quella dell’esperienza interiore, e pur praticando il metodo ermetico delle analogie e delle corrispondenze sa bene quanto in esso vi sia di fallibile e d’aleatorio, quanto si presti al rischio di equivoci, errori e illusioni.

Noi che non siamo teologi, e men che mai esoteristi, possiamo prenderci il lusso di considerare i tarocchi di Tomberg come quelli di Madame Sosostris, la famous clairvoyante che dispone gli arcani maggiori nei versi della Terra desolata di T.S. Eliot: in una parola, d’intenderli poeticamente. D’altro canto, più che una dottrina le Méditations propugnano un’arte di vedere, una disciplina dell’attenzione. Tomberg sembra seguire alla lettera un’indicazione di Simone Weil: “Metodo per comprendere le immagini, i simboli ecc. Non cercare di interpretarli, ma stare a guardarli finché non ne sgorghi la luce”. E invero, la sua consonanza con la mistica e filosofa francese – che non menziona mai e che forse neppure conosceva – è stupefacente. Che si parli di creazione o di teodicea, di amore del prossimo o di bellezza soprannaturale, dell’idolatria della forza e del nesso tra la libertà e il vuoto, l’accordo tra le due intelligenze è quasi perfetto. L’idea, cara a Simone Weil, di un’attenzione così pura e spoglia da confondersi con la preghiera, trova, nelle Méditations, un’esatta illustrazione nell’immagine del Bagatto, il giocoliere del primo arcano, un giovane dal largo cappello che ha una bacchetta in una mano e nell’altra una moneta, e “tiene questi due oggetti con agio perfetto, senza serrarli o mostrare altro segno di tensione, d’imbarazzo, di fretta o di sforzo. Opera con una spontaneità perfetta – è un gioco facile, non già un lavoro. Neppure segue il movimento delle sue mani; il suo sguardo è altrove”. È la regale indifferenza della sprezzatura, del non sappia la tua destra, dove la concentrazione e l’attenzione interiore non è affare di fronti corrugate e muscoli tesi allo spasimo, ma nasce dall’oblio di sé.

Annotava ancora Simone Weil, ed è tra i suoi pensieri più noti, che due forze regnano sull’universo, la luce della grazia e la pesanteur, parola che Franco Fortini volle tradurre sciaguratamente con ombra, e che è invece senz’altro gravità, analoga alla forza che tiene i corpi inchiodati a terra. Di questa contesa cosmica tra la gravità e la grazia le Méditations di Tomberg offrono un’immagine incomparabile: l’Impiccato, dodicesima lama dei tarocchi. “La posizione d’un uomo rovesciato, a testa in giù, appeso per un piede a un portico, con la gamba libera ripiegata all’altezza del ginocchio e le mani legate dietro la schiena, evoca naturalmente di primo acchito l’idea di gravitazione, e della tortura che il conflitto con essa può infliggere all’uomo”. È quella stessa pesanteur che Simone Weil aveva descritto per lampi e che Tomberg cerca di vedere all’opera a ogni livello dell’essere, dall’organismo biologico fino al Grande Animale sociale. Ebbene, “l’Impiccato rappresenta lo stato dell’uomo nella cui vita la gravitazione dall’alto ha sostituito quella dal basso”. È l’uomo aggiogato alla forza d’attrazione celeste, che trascorre su questa terra con la levità di chi ha il suo tesoro nei cieli. Attorno a questa immagine quasi surrealista le Méditations sprigionano un vortice irresistibile d’altre analogie e connessioni poetiche: la Caduta dalla beatitudine di Adamo ed Eva, che piombano a terra come un frutto maturo spiccato dall’albero, e vi restano inchiodati; l’immagine aerea del Cristo che cammina sulle acque, sovrano sulla gravità; le ascensioni psicosomatiche di Teresa d’Avila e le levitazioni tutte mondane e faustiane del protoeresiarca Simon Mago. Chi s’imbatte in queste pagine folli e ispirate – non importa se credente o dubbioso, Gentile o Giudeo – resterà ammaliato dalla loro forza, dalla contagiosa confidenza del loro tono, dalla felicità del loro ritmo.

Di questo vasto arazzo, va da sé, non abbiamo seguito che qualche filo sparso: valga da invito a conoscerne e studiarne tutta la trama. Di certo ne abbiamo illuminato quel poco che bastava per sciogliere il nostro mystery esoterico nei sotterranei del Vaticano. Si acquieti il lettore, l’Apocalisse non è alle porte e l’Anticristo non siede a San Pietro. Torni pure ad assopirsi, quel povero diavolo d’un avvocato del diavolo, e si arrenda volentieri al demone meridiano, che poi nel nostro meridione è il demone della controra: il sospetto di cartomanzia è fugato, il processo di canonizzazione è salvo. E anche il beato Giovanni Paolo II dorma sonni tranquilli, così come, in modo altrimenti beato, dorme da quasi quarant’anni il nostro anonimo amico: D’outre-tombe votre ami vous salue, cher ami inconnu.

Articolo uscito sul Foglio il 7 maggio 2011 con il titolo I tarocchi del Papa santo.

AGGIORNAMENTO. Delle Méditations esiste l’edizione italiana, pubblicata con il titolo Meditazioni sui Tarocchi da Estrella de Oriente, nel cui catalogo si trovano anche altre opere di Valentin Tomberg, tanto del periodo antroposofico quanto di quello cattolico.

2 Risposte

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  1. grazie

    michele

    maggio 24, 2011 at 4:19 PM

  2. Splendido. Grazie

    Letizia Tomassi

    settembre 16, 2014 at 10:33 am


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