Il blog di Guido Vitiello

In terra caecorum. Racconti dal regno dell’oscurità

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L’epica è invenzione di un cieco, sarà per questo che è così difficile vederci chiaro. I suoi confini sono alquanto nebbiosi: che cosa deve avere, un racconto, perché si possa definirlo epico? Concilii di dèi e discese al regno dei morti, cataloghi di navi e descrizioni di scudi? Si potrebbe almanaccare all’infinito. Ma se accettiamo di andare a orecchio, un buon criterio c’è: un racconto epico lo si riconosce, infallibilmente, al suono del suo incipit. Apriamo due libri gemelli che quasi di certo non sanno della loro parentela. Il primo è Cecità di José Saramago: “Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde”. A orecchio, non è epica: il lettore si trova scaraventato senza troppi riguardi in mezzo a una strada, al semaforo, in un mondo con cui fatica a prender confidenza. E quando vedrà gli abitanti di questo mondo sprofondare nell’universale cecità, ci metterà un po’ a capire che la cosa riguarda anche lui.

Tutt’altra musica, il secondo esordio: “Quando un giorno, che sapete essere mercoledì, fin dal suo spuntare ha tutta l’aria di una domenica, potete star certi che da qualche parte c’è qualcosa che non va”. Così si apre The Day of the Triffids di John Wyndham, un classico di quella rinascenza epica che fu la fantascienza americana degli anni Cinquanta: nel giro breve di una frase adescatrice il nostro destino è agganciato alla vicenda di questo Everyman che si risveglia nel suo letto d’ospedale in una Londra muta e spettrale, gli occhi ancora fasciati dalle bende. Intontito dalla convalescenza, apprende che il ricovero gli ha impedito di ammirare, la sera prima, uno spettacolo stupefacente: una pioggia di meteoriti ha rischiarato il cielo di bagliori verdi, come notturni bengala. Quelli che l’hanno visto, però, sono di colpo diventati ciechi. Le conseguenze sono terribili. Il mondo è ripiombato in uno stadio hobbesiano, di guerra di tutti contro tutti. Precipitati nel buio e nell’anarchia, tra le razzìe delle bande e la minaccia dei trifidi – spaventose piante carnivore che si muovono da sole sui loro steli – gli uomini sono costretti a constatare che l’edificio della civiltà si reggeva per intero sul senso della vista, e che la primazia dell’uomo non dipende dal cervello, come per lo più si crede, ma “dalla sua capacità di percepire lo spettro di vibrazioni che va dal rosso al violetto. Senza questo, è perduto”.

Fatale che sia evocato, tra le pagine di The Day of the Triffids, quel detto latino dalle mille varianti per cui nella terra dei ciechi chi ha un occhio solo è re. Nel romanzo una scrittrice, anche lei scampata alla notte delle meteoriti, lo attribuisce al padre della fantascienza H.G. Wells, ma viene subito corretta: “Caecorum in patria luscus rex imperat omnis – lo ha detto per primo un gentiluomo dell’età classica di nome Fullonius; a quanto pare è tutto quel che si sa di lui. Ma non c’è patria organizzata, non c’è Stato qui: soltanto caos. Wells immaginò un popolo che si era adattato alla cecità. Non credo che succederà qui”. Se il romanzo di Wyndham poggia sulla premessa, antica almeno quanto Aristotele ed enunciata fieramente da Descartes, secondo cui la vista è tra i sensi le plus universel et le plus noble, il fulmineo racconto di Wells The Country of the Blind, apparso nel 1904, di quella premessa è il capovolgimento.

L’esordio non suona meno epico: “Trecento miglia e più da Chimborazo, un centinaio dalle nevi del Cotopaxi, tra le più selvagge solitudini delle Ande ecuadoriane, giace, separata dal mondo degli uomini, quella misteriosa vallata montana, il Paese dei Ciechi”. Un tempo la valle era accessibile, e tra i regni della cecità e della visione si poteva transitare liberamente. Ma dopo l’eruzione del Mindobamba “tutto un fianco dell’antica giogaia araucana smottò con un boato e precluse per sempre il Paese dei Ciechi all’esplorazione degli uomini”. Generazione seguì a generazione, quindici in tutto, e nella valle andò perduta ogni memoria della vista. “Accadde allora che un uomo venne nella comunità dal mondo esterno. E questa è la storia di quell’uomo”. L’Everyman di Wells si chiama Nuñez, un montanaro della regione di Quito che un giorno, arrampicando, precipita dal versante sconosciuto della montagna Parascotopetl e rotola giù per un pendio abissale. Riapre gli occhi in una valle verdeggiante, dove intravede delle casupole di pietra di foggia inconsueta, senza finestre, dalle intonacature scombinate, e un corteo di uomini dall’aspetto degno e reverente, che per quanto si sbracci sembrano ignorarlo: intuisce di essere giunto al Paese dei Ciechi di cui parlano le leggende, quasi una buia Atlantide, e si ripete, come un ritornello, che in terra di ciechi il monocolo è re. Ma via via che si addentra in questa civiltà mite e prospera, è portato a concludere che il re monocolo è un “inutile e maldestro straniero fra i suoi sudditi”. Per poco non si persuade che la vista sia l’aberrazione, la causa della sua disarmonia, “mentre il mondo di là dai monti diventava sempre più remoto e irreale”.

Di Nuñez tornato dal Paese dei Ciechi non ci è detto nulla: il racconto si arresta sulla soglia. Ma c’è chi, cittadino di lungo corso in terra caecorum, ha varcato una o più volte il confine tra i due regni, e di quell’andirivieni ha voluto lasciar traccia.

Le autobiografie dei ciechi dovrebbero comporre uno scaffale a sé, un ideale punto di fuga della biblioteca verso cui convergono la mistica, la fantascienza e la letteratura di viaggio. “Mi sentivo bastardo tra due mondi, nessuno dei quali sembrava fatto per me”. Così si legge in Le solstice d’été, il libro di memorie di Guy Favrie, che entrò nel Paese dei Ciechi a ventott’anni e ne emerse, monocolo e vittorioso, quindici anni più tardi, grazie ai prodigi della chirurgia. Fin dalla nascita, a Parigi nel 1947, Favrie fu conteso tra due regni: “Sono nato, e quasi morto”. Dovettero conquistarlo al mondo al decimo mese, con un cesareo, quasi volesse trattenersi più che poteva nella notte del grembo. Quando era già dato per morto, un infermiere gli assestò un provvido sculaccione: “In pieno corridoio, sotto la luce fredda e scialba, lancio il grido insperato che mi dà la vita”. Suona come l’inizio di una favola gnostica. Questa caduta originaria prolunga la sua ombra sulla vita di poi: una cataratta congenita costrinse Favrie a vivere in un universo dai contorni molli, sbiaditi. A quattordici anni, di colpo, perse l’uso dell’occhio sinistro. “La vita mi cacciava a poco a poco dai suoi paradisi. I due decimi del mio occhio destro lasciavano scorrere, davanti alla mia coscienza in rivolta, un piccolo popolo di ombre mobili che non rassomigliavano all’idea che mi facevo della felicità. Pian piano le forme sfumarono, i colori s’incupirono”. Anche l’occhio destro, affetto da una miopia degenerativa, si affiochì in una penombra ottusa: “Vivevo in un universo surrealista in cui i volti delle persone erano dei semplici ovali beige, senza bocca, senza naso, senza sguardo”. Favrie attraversò la vita come straniero in terra straniera, aggrappandosi a una sottana come all’unico filo di Arianna: prima la madre, poi la moglie. Si arrabattò con i mestieri più inverosimili: prestigiatore, speziale, magazziniere della General Motors, infine chinesiterapeuta.

Poi, l’operazione che gli offre il lasciapassare per l’altro regno. Si risveglia bendato, come l’eroe di Wyndham, e tra le bende vede la luce filtrare. Col cuore in gola comincia, nuovo Adamo, a nominare le cose che i suoi occhi incontrano: “Vi vedo! Avete una cravatta, una camicia bianca, un abito marrone!”. Per una seconda volta è gettato nell’esistenza: “Senza carapace, la pelle a vivo, ero come una bestiola scagliata sotto il sole”. La beffarda luce elettrica del suo primo vagito accoglie anche la seconda nascita, non appena Favrie si guarda allo specchio. E chi ricordi la pagina in cui Elie Wiesel, al ritorno dall’altro mondo di Auschwitz, descrive l’incontro con il proprio volto, ne avvertirà forse un’eco: “Vedermi mi procurò un autentico terrore. (…) Il tipo che scoprivo aveva un’aria cupa, vagamente sinistra. Non mi riconoscevo in quel riflesso”. Continua a radersi con un rasoio elettrico per non doversi incontrare nello specchio ogni mattino. Cova l’idea del suicidio, e grida il suo rimpianto di essersi fatto traghettare all’altro regno – “un universo che avevo desiderato con tutta la mia anima, ma per cui rimanevo un estraneo”.

***

Chi va dicendo che l’amore è cieco farebbe bene a inforcare gli occhiali e aprire il De Amore di Andrea Cappellano, sommo trattatista dell’amor cortese. Discutendo di quali persone siano adatte all’amore, Cappellano premette che ne sono esclusi, insieme ai vecchi e ai lussuriosi volgari, i ciechi. Caecitas impedit amorem è la sua formula perentoria. Se l’innamoramento nasce ex visione et immoderata cogitatione, dalla visione della Dama e dall’arrovellarsi sulla sua immagine, chi non conosce immagini non ha su che ruminare.

Man mano che la sua vista scemava, John M. Hull comprese suo malgrado che il Medioevo cortese aveva ragione. Nato nel 1935 da un pastore metodista, lasciò presto l’Australia natale per l’Inghilterra, dove divenne professore di studi religiosi a Birmingham. “La cecità falsa questa primigenia unione tra desiderio e immagine”, annota in Touching the rock, diario scritto tra il 1983 e il 1986. “Che immagine potremmo formarci del desiderio sessuale di Adamo prima di Eva? Egli sapeva di desiderare qualcosa, ma non sapeva cosa; soltanto alla vista di Eva l’irrequietezza di un desiderio ancora informe si è mutata nell’appassionata ricerca di una persona ben precisa”.

Se il memoriale di Favrie ricorda una favola gnostica, i diari di Hull echeggiano la Notte oscura di Giovanni della Croce. Della cecità, via via che ne veniva inghiottito, Hull giunse a lodare “la numinosa oscurità e le qualità fulgidamente distruttive”. L’opera essenziale che essa compie in noi è una spoliazione, una liberazione dall’idolatria delle immagini. Prima viene il divorzio tra immagine e desiderio. Poi nella mente di Hull comincia a scomparire la memoria dei volti, “file e file di ritratti alle pareti” dove a un certo punto appare un’assenza, una sagoma rettangolare su un muro annerito: “Diventerò anch’io uno spazio vuoto sulle pareti della mia galleria di ritratti?”. Presto perde anche l’immagine di sé. Si scioglie in puro suono, poi in puro spirito: “Tendo alla dissoluzione. Non sono più contenuto in un luogo particolare, quale sarebbe simboleggiato dall’integrità del corpo”. Solo quando la pioggia lo avvolge, ridestando sensazioni in ogni parte del corpo, il suo io riprende forma e confini.

Nella cecità sente cadere la distinzione tra noto e ignoto, interno ed esterno, ciò che è qui e ciò che non è qui, essere e non essere. Uno scampolo di onniscienza divina, che gli porta alle labbra le parole del Salmo 139: “Tenebre e luce sono uguali per te”. La vista dà l’accesso al mondo profano della stabilità e della continuità, che si lascia esplorare e signoreggiare: gli occhi obbediscono alla volontà, si possono indirizzare a piacimento, aprire e chiudere. Ma là dove vive il cieco è tutto azione e passione, i fenomeni affiorano inattesi dal nulla, quasi convocati all’esistenza, e l’esperienza fondamentale è quella di essere visitati: dagli uomini, dai suoni, da Dio. La Bibbia è il metro su cui Hull misura la sua ascesi, la sua notte oscura dei sensi: si convince che “lo spazio acustico è il mondo della verità rivelata” – una variazione del paolino fides ex auditu – e il suono gli appare il segno di una trascendenza pura, sgombra dalle immagini. “Per questo io continuo il mio viaggio, non attraverso le tenebre, ma verso di esse”.

***

“Nei miei ricordi, la mia storia comincia alla maniera di una favola banale, ma pur sempre di una favola. C’era una volta, a Parigi, tra le due guerre mondiali, un ragazzino felice. E quel ragazzino ero io”. Il terzo testimone dal Paese dei Ciechi, Jacques Lusseyran, le tenebre non sa neppure cosa siano: “I vedenti parlano sempre della notte della cecità. Dal loro punto di vista è naturale. Ma questa notte non esiste. In tutti i momenti della mia vita cosciente – e perfino nei sogni – vivevo in una continuità luminosa”. La biografia della sua incredibile giovinezza si intitola non per caso Et la lumière fut. E la luce fu, proprio nell’istante in cui sembrava l’avessero spenta: “Benedico ogni giorno il cielo di avermi reso cieco quando ero bambino, quando non avevo ancora compiuto otto anni”. Miope già nella primissima infanzia, Lusseyran fu accecato – feroce umor nero – dai vetri infrangibili dei suoi stessi occhiali, sbattendo sullo spigolo di una cattedra. Così cominciarono le sue fortune: “Dal giorno in cui sono diventato cieco, non sono mai stato infelice”. Sprofondato nel suo mondo interiore, scoprì che la cecità è una droga, tende allo spasimo le esperienze; a volte, racconta, “questa sonorità di tutte le cose, questo mormorio universale si faceva così forte che una vertigine mi coglieva e portavo le mani alle orecchie”. Il mondo gli appariva bello “di una bellezza che solo le poesie e i quadri di artisti allucinati permettono di concepire: Poe, Van Gogh, Rimbaud”. Più che un Rimbaud, tuttavia, Lusseyran scrive come un San Bonaventura dei ciechi, o ancor più come un Roberto Grossatesta, il francescano che vedeva nella luce la forma prima di tutte le cose. Curioso incontrare una frase come questa nelle memorie di un cieco: “L’universo esiste nella luce, per mezzo della luce e a causa della luce”.

Ci sono pagine superbe in cui Lusseyran descrive la pressione delle sue dita su una mela, il fascio di vibrazioni che se ne irraggia; rievoca l’intimità in cui si rifugiava tastando i pomodori del giardino, la stoffa delle tende, una zolla di terra. Le sue osservazioni sull’attenzione come “tatto spirituale” richiamano quelle, così affini, di Simone Weil o di Cristina Campo: “Dovevo mantenermi in uno stato così diverso dalle mie abitudini che non riuscivo a conservarlo a lungo. (…) Non dovevo essere curioso, né impaziente, né soprattutto orgoglioso della mia destrezza. Dopotutto questo stato non è altro che quello che si usa chiamare ‘attenzione’, ma posso testimoniare che, portata a un tale grado, l’attenzione non è cosa facile”.

Presto Lusseyran imparò a riconoscere la “musica morale” delle voci: certe concitazioni della pronuncia che tradiscono la collera, gli intervalli lievi ma bruschi nella parlata degli ipocriti. Nel 1937, al Goetheanum di Dornach, tempio dell’antroposofia di Rudolf Steiner, restò ammaliato dalle sonorità della lingua tedesca. Anche per questo non poté tollerare lo scempio che ne facevano, alla radio, i propagandisti del Terzo Reich. A diciassette anni, nella primavera del 1941, fondò un gruppo di resistenza al nazismo, i Volontari della Libertà. Ma due anni dopo, tradito da uno dei compagni, cadde nelle mani della Gestapo: Ich bin der Blinde, sono il cieco, disse ai suoi catturatori. Lo spedirono a Buchenwald. La marcia interminabile dei convogli, il carnaio nella baracca degli invalidi, il lavorìo incessante dei crematori: nelle sue pagine l’universo concentrazionario si fa impasto di odori, umori, suoni, superfici. Nel lager, Lusseyran si guadagnò per la sua forza d’animo un raro rispetto: cessarono di rubargli il pane e la zuppa, presero a chiamarlo “il cieco francese” e a consultarlo come un vecchio oracolo.

Sulla vita di Lusseyran dopo la liberazione, Et la lumière fut tace. Sappiamo che emigrò negli Stati Uniti, dove morì nel 1971 in un incidente d’auto. Nei suoi libri e nelle sue conferenze continuò ad arringare in difesa della cecità con il piglio dell’ex partigiano: “La funzione della cecità è di ricordare che il dispotismo di uno dei nostri sensi, la vista, è ingiusto (…). Più ancora: la sua funzione è di ricordare l’origine interiore di ogni conoscenza”.

Chissà che Nuñez, risalita la parete del Parascotopetl, non abbia usato le stesse parole.

Articolo uscito sul Foglio il 6 agosto 2011 con il titolo In terra caecorum.

Written by Guido

agosto 9, 2011 a 10:33 am

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