Il blog di Guido Vitiello

Strane storie. Il cinema e il “romanzo delle stragi”

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Chi ricorda il finale di America oggi (1993), il film polifonico di Robert Altman ispirato ai racconti di Carver? Una moltitudine di personaggi, storie e voci era accomunata, prima dei titoli di coda, da una fragorosa scossa di terremoto che faceva tremare tutta Los Angeles. Se ne parlò, all’epoca, come di un raffinato espediente narrativo, con annesse discettazioni sul postmoderno (allora molto in voga). Allo spettatore italiano, tuttavia, quel finale poteva facilmente ricordarne un altro, di molti anni prima, ambientato non già a Los Angeles ma a Roma: lo scoppio della bomba che riannodava per un istante le vicende dei tre protagonisti di Un sacco bello (1980) di Carlo Verdone. Un’esplosione seguìta dal suono delle sirene che alludeva probabilmente agli attentati dinamitardi al Campidoglio dell’aprile 1979, ma che per il pubblico dell’epoca riportava alla mente molte altre bombe – una lunga sequela di stragi a cui si sarebbe aggiunta, pochi mesi dopo l’uscita del film, quella della stazione di Bologna.

Che perfino in una commedia di costume, in cui si può presumere che gli spettatori cercassero un’occasione di svago, s’insinuasse l’ombra degli anni di piombo e della strategia della tensione potrà stupire, ma non è una rarità: anzi, è proprio il cinema “minore” e di genere ad aver provato – spesso con più tempestività e coraggio dei grandi autori – a raccontare, comprendere e, per così dire, sceneggiare quel che accadeva nel paese. È quanto sostiene da anni Christian Uva in un percorso di ricerca inaugurato, nel 2006, con Destra e sinistra nel cinema italiano (scritto con Michele Picchi), proseguito con Schermi di piombo e con Il terrore corre sul video. Il capitolo più recente di questo ciclo è Strane storie. Il cinema e i misteri d’Italia (Rubbettino), una raccolta di saggi – per lo più di studiosi e storici del cinema, ma anche di esperti di terrorismo e violenza politica – che mette ordine nella vasta filmografia che ha toccato, più o meno direttamente, Piazza Fontana e Ustica, Portella della Ginestra e il caso Moro, l’eversione rossa e i tentativi di golpe nero.

Il volume curato da Uva copre l’intero spettro del cinema italiano – il documentario, il film d’autore, il cinema politico degli anni Settanta, la commedia, il giallo-thriller, il blockbuster storico. Anche qui, tuttavia, è non di rado il cinema minore ad aver offerto le rielaborazioni più libere e audaci delle vicende nazionali, se non addirittura le uniche: per sentir parlare di trame neofasciste, per esempio, bisogna rivolgersi a una commedia surreale, Vogliamo i colonnelli (1973) di Mario Monicelli. In altri casi l’attualità è declinata in tutti i registri messi a disposizione dalla nostra tradizione cinematografica: la deflagrazione di Piazza Fontana risuona – ora assordante, ora lontana – in documentari di battaglia come 12 dicembre (prodotto da Lotta Continua), film politici d’autore come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Elio Petri, film di genere come La polizia ha le mani legate (1975), un “poliziottesco” di Luciano Ercoli, per arrivare al film di Marco Tullio Giordana, atteso per il 2012, che s’intitolerà Romanzo di una strage. Di quest’opera non si sa ancora molto, ma è certo che il titolo, ispirato a un celebre articolo di Pier Paolo Pasolini, la dice lunga sul modo in cui il cinema italiano si è accostato agli episodi più oscuri della storia recente. Romanzo di una strage è una formula ambivalente, che da un lato sembra alludere alla finzione che si impossessa della realtà, all’ossessione cospiratoria che si fa criterio supremo della narrazione (fino a esiti caricaturali come Piazza delle Cinque Lune, il thriller di Renzo Martinelli sul caso Moro). Dall’altro, tuttavia, il titolo pasoliniano va dritto al cuore del problema: l’opacità della storia italiana, disseminata di segreti di Stato, omissis, depistaggi e insabbiamenti, rende non solo possibile, ma inevitabile una buona dose di affabulazione e d’invenzione. E il fatto che il cinema sui misteri d’Italia sia affollato, come rileva Uva, di “inserti” documentari incastonati nella finzione – tra i molti esempi, l’audio originale della bomba di Piazza della Loggia in Le mani forti (1997) di Franco Bernini o le voci autentiche delle minacce a Giorgio Ambrosoli in Un eroe borghese (1994) di Michele Placido – testimonia uno sforzo di rielaborare, mettere in forma una materia prima che appare di per sé indecifrabile.

E allora, in casi come questi è la realtà che offre la sua stampella a una finzione barcollante e incerta? O è la finzione a insufflare vita in un panorama di rovine che, da sole, non fanno storia? Suona come un gioco di parole, una questione di lana caprina, ma a ben vedere è un mistero minore del nostro cinema che discende direttamente dai grandi misteri d’Italia.

Articolo uscito sul Riformista il 27 ottobre 2011 con il titolo Anni di piombo e misteri d’Italia narrati da un cinema “minore”

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