Il blog di Guido Vitiello

Jean-Philippe Domecq e la sinistra masochista (o tafazzista)

with one comment

Con tutta quella storia dei campi hobbit ci hanno fatto credere che il Signore degli Anelli fosse una cosa di destra, ma a pensarci bene la Compagnia dell’Anello è una perfetta allegoria dell’Unione prodiana: un’allegra combriccola di partiti, per lo più partiti-elfi e partiti-hobbit, s’impadronisce dell’anello del Potere e che fa? Fa l’impossibile perché padron Prodi lo butti via nella bocca di un vulcano. La fine della favola solleva più d’una questione. Possibile che la sinistra abbia una difficoltà congenita a maneggiare il potere? O che abbia perfino un’oscura vocazione alla sconfitta, analoga al freudiano istinto di morte? Jean-Philippe Domecq, romanziere e saggista, se lo è chiesto nel pamphlet Cette obscure envie de perdre à gauche (Denoël), piccolo trattato di psicoanalisi della sinistra – la sinistra dei duri e puri – a partire da tre casi clinici: la sconfitta di Al Gore nel 2000, i suicidi dei due governi Prodi e soprattutto il 21 aprile francese, primo turno delle presidenziali del 2002, quando la gauche più intransigente, per mantenersi tale, si trovò a dover scegliere tra un candidato di destra e uno di estrema destra, tra Chirac e Le Pen. Domecq non cita Tolkien, ma fornisce altri esempi letterari. La sinistra è come Madame Bovary, che per inseguire trionfi immaginari, lontani nel tempo (la rivoluzione) o nello spazio (i dittatori lontani di cui si è invaghita, ceffi ben peggiori degli amanti di Emma), finisce per rinunciare a tutto; è come Bartleby, e davanti al potere sa rispondere solo, come lo scrivano di Melville, «preferirei di no». Perché il potere sporca, e «la sinistra è pudica con il potere come il diciannovesimo secolo lo era con il sesso». Ma già che è imbarazzante confessare a sé stessi di desiderare la sconfitta, ecco pronto un meccanismo di difesa: se non abbiamo vinto è colpa del campo da gioco, dell’arbitro, del vento contrario, dei compagni di squadra riformisti e smidollati. Se volessimo buttarla sull’etologia, diremmo che la sinistra ha un’elevata «aggressività intraspecifica», una tendenza dei suoi membri ad ammazzarsi a vicenda, che ai mammiferi di destra è sconosciuta: lì le faide interne non fanno perdere la bussola di quello che Domecq chiama «il Nord dell’interesse». Con il risultato che la destra, anche la più rozza, «sembra applicare Machiavelli prima di averlo letto»; a sinistra, invece, spesso fanno del loro meglio per dimostrare quanto diceva Brancati, e cioè che sul comodino di ogni perdente c’è sempre una buona copia del Principe. Ma chissà che anche la vocazione alla sconfitta non possa diventare, in certe strane occasioni, un’arte di governo o di sottogoverno. Lo suggeriva Leonardo Sciascia in un’enigmatica nota che risale ai tempi del compromesso storico: «In politica sembrava ovvio (e ancora sembra ai più) che una parte volesse prevalere sull’altra, che una minoranza volesse diventare maggioranza; che si volesse, insomma, vincere. Ma lentamente ci accorgeremo che la politica è ai giorni nostri condizionata dalla paura di prevalere, di vincere; e che quella che si suol dire l’arte della politica consisterà nel trovare gli accorgimenti più acuti e più nascosti per non prevalere, per non vincere».

Articolo uscito sul numero di aprile di IL

Written by Guido

maggio 8, 2012 a 1:35 pm

Una Risposta

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  1. So di essere iconoclasta e irriverente, ma la tua descrizione dell’Unione prodiana a me ha fatto venire in mente una specie di suo contraltare calcistico: la tifoseria genoana.

    Saluti,

    Mauro.

    P.S.:
    Sì, sono genoano.

    Mauro

    maggio 10, 2012 at 3:07 pm


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