Il blog di Guido Vitiello

Mia moglie non è mia moglie. Di Pietro a Report

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Non è più il tempo di Leo Longanesi, sulla bandiera dell’Italia dei valori campeggia ormai un nuovo motto: non più il celebre “tengo famiglia”. “Mia moglie non è mia moglie”, dice Antonio Di Pietro, e si premura di aggiungere che suo figlio Cristiano “tutto è meno che figlio di papà”. Di chi sia moglie la moglie e di chi sia figlio il figlio, sono segreti che la giornalista Sabrina Giannini con tutta la buona volontà non sarebbe mai riuscita a estorcere al Di Pietro più evasivo e farfugliante che si sia mai visto in tv. Diciamola tutta, il servizio di Report di domenica sera, “Gli insaziabili”, ha scoperto l’acqua calda: bastava aver letto qualche volta il dipietrologo Filippo Facci (che forse se la sarebbe meritata, una menzioncina di passaggio, un riconoscimento in partibus infidelium) per conoscere le faccende di quel partito patrimoniale a conduzione famigliare e dei moralizzatori con il debole del mattone, perché la sana tradizione del contadino molisano non prevede che si sperperi in ostriche e donnine. Non è familismo amorale, beninteso, perché moglie mia non ti conosco, mia moglie non è mia moglie, è una donna con una sua linea politica e chi dice il contrario “offende il movimento femminile”. C’è tutto Di Pietro in questo commento.

Nel servizio di Report c’erano storie meravigliose, che sembrano già sceneggiature, di quelle che in Italia nessuno sa scrivere più: suvvia, la contessa dal fantozziano nome di Maria Virginia Borletti detta Malvina che lascia a Di Pietro quasi un miliardo di eredità scorgendo nell’ex pm la speranza della nazione, e lui che si spende quel tesoretto pro domo sua, nel senso letterale di comprarcisi casa. Chi saprebbe inventarsi di meglio, tra gli sceneggiatori che circolano? Incalzato dalla Giannini, Di Pietro sembrava la copia iperrealista di Arnaldo Forlani al processo Enimont (sempre tenendo a mente lo schema marxiano della tragedia e della farsa): nebuloso, approssimativo, colpito da ricorrenti amnesie salvo riaversi per miracolo quando gli mettono sotto il naso un verbale. Mancava solo la triste bavetta. E proprio per questo è dovere di galantuomini soffocare le gioie maligne, ricacciare indietro il sottile tripudio della nemesi. Anche perché, a dirla tutta, c’è poco da ridere.

C’è poco da ridere perché la contessa Malvina, nel 1995, poteva avere qualche scusante per quella micidiale cantonata, in fondo erano i tempi del culto della personalità, e ancora l’anno dopo il sobrio Corrado Augias sull’Unità avrebbe paragonato Di Pietro a Oskar Schindler il salvatore di ebrei (“Come Schindler, anche Di Pietro sale ad altezze raramente raggiunte, o mai, da un magistrato in servizio”: grazie al cielo, anche i garantisti hanno un archivio). Ma aprire gli occhi nel tardo 2012, quando gli elementi per capire la natura del personaggio erano tutti lì squadernati da vent’anni per chi solo volesse vederli, o anche solo per chi amasse davvero e in modo non moralistico la tradizione della commedia, è invero un po’ deprimente. Meglio sputtanarsi un miliardo in un momento di dabbenaggine patriottica, come la Malvina, che offrire due decenni di attività cerebrale in volontario sacrificium intellectus e rifiutarsi di vedere che l’arcinemico del tuo arcinemico ne era semmai la copia scadente, da discount della politica. Gli stessi che si erano persuasi della diversità di Di Pietro perché a garantire per lui e a mettergli a posto i congiuntivi c’era un algido inquisitore in gessato con le sue prediche del giovedì sera, si stanno ricredendo soltanto perché a raccontar loro le cose è stata la Gabanelli, ché di lei ci si può fidare. Ora si butteranno con rinnovato entusiasmo su Grillo, invocheranno la bonifica generale e la pioggia di fuoco su Sodoma, la compagnia di giro sarà grosso modo la stessa e a noi resterà di goderci l’eterno ritorno dell’uguale.

Articolo uscito sul Foglio il 30 ottobre 2012 con il titolo “Ho famiglia” è la bandiera dell’Idv

Written by Guido

novembre 1, 2012 a 4:17 pm

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