Il blog di Guido Vitiello

Il delitto giudiziario perfetto non esiste. Una divagazione

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496_001Esiste, in fin dei conti, l’errore giudiziario? Nessuno oserebbe negarlo; per primi i magistrati, che sempre si premurano di ricordare che sono, come noi, umani e fallibili. Lo ripetono così spesso da instillare il sospetto che in cuor loro siano persuasi del contrario, e che debbano mitigare questa oscura convinzione con liturgiche professioni di umiltà. L’imputato è condannato con sentenza definitiva? Vedete bene, dicono, che non si è trattato di errore, ma di una verità così tenace da attraversare vittoriosa tutte le balze e le strettoie del processo, fino a ottenere il sigillo della Cassazione. L’imputato è assolto in appello, o addirittura in primo grado? E allora di errore non si può parlare, giacché la giustizia ha saputo da sola porvi rimedio, ha in sé l’antidoto per i suoi veleni. Di qui il paradosso: l’errore giudiziario esiste senz’altro come ipotesi di scuola, avendo i giudici natura umana e non angelica; ma a manifestarlo non è la condanna dell’imputato e neppure la sua assoluzione. Tutto finisce inghiottito dalla Sfinge della procedura, che si pasce indifferentemente di colpevoli e d’innocenti. Il processo non rimanda che a sé stesso, un mistero quasi teologico che solo Leonardo Sciascia e Salvatore Satta hanno osato contemplare.

Scendiamo da quei cieli alle nostre cronache terrestri, e al trentennale che si ricorda in questi giorni. Dieci anni dopo l’assoluzione di Enzo Tortora, nel 1997, l’ex giudice istruttore Giorgio Fontana dichiarava ancora che “non fu un errore giudiziario ma solo un ribaltamento in grado di appello di una sentenza di condanna”; e si potrebbero allineare decine di sortite analoghe, anche recenti, di altri magistrati. L’assoluzione di Tortora, se ne deduce, non vale ad accertare l’errore. Ma immaginiamo, per un istante, che la prima condanna fosse stata confermata nei successivi gradi di giudizio. Sarebbe stato il delitto perfetto, e oggi parleremmo di quel presentatore dall’aria ammodo che spacciava cocaina e si associava alla camorra di Cutolo. Eppure, grazie al cielo, il delitto giudiziario perfetto non esiste, e l’Inquisitore lascia sempre tracce. I processi per stregoneria erano celebrati nel rispetto delle procedure di quei tempi tristi, e spesso coronati dalla regina delle prove, la confessione; ma chi legga i resoconti degli antichi giudizi li trova disseminati di segni dell’arbitrio, di manifestazioni cifrate dell’innocenza.

A questo pensavo riascoltando il confronto tra Enzo Tortora e il suo grande accusatore, il pentito Gianni Melluso, il 31 maggio del 1985. Melluso affermava di aver consegnato a Tortora, in diverse occasioni, sacchetti di cocaina per conto di Francis Turatello. Tortora lo incalzava chiedendo dettagli sui luoghi, le date, gli orari, le circostanze, così da potersi costituire un alibi. E che faceva Gianni il Bello, vestito per l’occasione in abito di lino e scarpe nuove scricchianti? Per un verso si mostrava evasivo, rivendicava irritato l’impossibilità di ricordare; per altro verso era costretto a improvvisare, a inventare particolari di cui materiare le sue accuse. Ed ecco la scena rivelatrice: Tortora, racconta Melluso, lo aspettava per le consegne in un’automobile, accanto a un bar. “Lei ricorda che tipo di macchina era?”, chiede l’imputato. “Era un’Innocente”, risponde Melluso. “Una Innocenti”, lo corregge Tortora. Lo si prenda per quel che è, un mio ghiribizzo, la divagazione freudiana di un perditempo, ma tra tutte le automobili che poteva inventarsi, Melluso corre d’istinto a quella. E la volge addirittura al singolare, sicché noi intendiamo, distintamente: “Era un innocente”.

Ecco, mi sono detto, se anche Tortora fosse stato condannato, se quella che il pm Diego Marmo chiamò l’”istruttoria divina” fosse stata santificata in tutti i gradi del giudizio, neppure sarebbe bastato. Non esiste delitto giudiziario perfetto, e nel corpo di un processo abnorme e malato la verità può affiorare in un sintomo; perfino, all’occasione, nel lapsus di un pentito.

Articolo uscito sul Foglio il 25 marzo 2013 con il titolo Il caso Tortora e il lapsus del pentito, quando il delitto perfetto non esiste

Written by Guido

maggio 26, 2013 a 1:14 pm

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