Il blog di Guido Vitiello

Filosofia e pelle d’oca (Mani bucate, 26)

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Tra i fatti inquietanti che attraversano senza dare nell’occhio le pagine scientifiche dei giornali, spesso rincantucciandosi nei trafiletti, ce n’è uno che eccita da anni il mio talento frustrato per la patafisica sperimentale. Nel 2014 un team di ricercatori sudcoreani annunciò la creazione di un goosebump detector, un sensore di due centimetri per due, simile a un cerotto, in grado di misurare il misterioso fenomeno della pelle d’oca. Non so a che punto siano, ma quando avranno completato l’opera confido nelle mani bucate di un mecenate o di un ereditiere, che sarà ben felice di dilapidare parte delle sue fortune dopo che lo avrò convinto a dar seguito a una vecchia intuizione di Giuseppe Pontiggia: “Non è stata ancora tentata una fisiologia della lettura, eppure sarebbe più rivelatrice e illuminante – nel suo arbitrio evidente – di tante argomentazioni critiche che lasciano, per usare una espressione precisa, il tempo che trovano”. Nell’attesa, leggo quanto posso sullo studio degli aesthetic chills, o brividi estetici, che è in corso da decenni. Finora ci si è dedicati soprattutto alla musica. A suscitare quel particolare frisson, quell’elettricità a fior di pelle, sono le armonie inattese, il repentino cambio di volume, l’ingresso di un solista, il suo inerpicarsi verso il picco di una nota alta – tutto ciò che spiazza l’ascoltatore e lo fa ritrovare in un altro luogo prima ancora che possa chiedersi come ci è finito. Un esperimento condotto da psicologi includeva, per esempio, la misurazione della risposta galvanica della pelle all’ingresso del coro nella Johannes Passion di Bach.

Non so se abbiano tentato qualcosa di simile con la lettura, da quel 1980 in cui scriveva Pontiggia, ma mi propongo di dimostrare sperimentalmente che una parte non trascurabile della filosofia degli ultimi due secoli fonda le sue fortune appunto sulla pelle d’oca. Ricordo la mia prima esperienza di frisson filosofico, a suscitarla fu un passo di Heidegger: “I mortali sono coloro che possono fare esperienza della morte come morte. L’animale non lo può. Ma l’animale non può nemmeno parlare. La relazione essenziale tra morte e linguaggio appare come in un lampo”. Quest’ultima frase fu per me come l’ingresso reboante del coro, o un improvviso cambio di tonalità. A riconsiderarla a mente fredda mi pare un colabrodo concettuale, ma la piloerezione provocata da quel lampo fu violenta. Quante illuminazioni filosofiche sono assimilabili a aesthetic chills ottenuti per via retorica? Quante pagine non sono che tortuose preparazioni, non sempre impeccabili a lume di logica, all’irrompere di un assolo che darà i brividi? Quanta filosofia continentale si può considerare, a conti fatti, musica congelata? Che la Germania dell’ottocento sia all’origine di entrambe, della grande musica e della speculazione vertiginosa, è una circostanza che la mia ricerca non potrà tralasciare. Ed è superfluo annunciare che il grosso della sperimentazione in laboratorio con le cavie avrà al centro la lettura di Heidegger e della sua ricca progenie tedesca, francese, italiana. Fu Jean-François Revel a dare la definizione perfetta della sua tecnica di pensiero: “È una tautologia con un punto di partenza arbitrario”. Non si potrebbe dire lo stesso di una sinfonia? Sarà per questo, forse, che è così difficile far dialogare sistemi filosofici in competizione senza creare cacofonie: ciascun filosofo-compositore ha la sua orchestra concettuale, i suoi temi, le sue variazioni, e occorre immergersi nella lettura senza distrazioni per arrivare preparati all’acuto della bella frase.

Ecco, con il sensore dei sudcoreani e i quattrini del mitomane conto di dare dimostrazione patafisica della teoria secondo cui intere filosofie funzionano, fisiologicamente, come componimenti musicali; e che è meglio ascoltare Bach.

Il Foglio, 31 dicembre 2016

 

Written by Guido

gennaio 8, 2017 a 1:07 pm

Una Risposta

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  1. “Effettivamente quando penso a Stifter mi viene sempre in mente Heidegger, il ridicolo piccolo-borghese nazista in pantaloni alla zuava. Se Stifter, senza il minimo pudore, ha fatto dell’alta letteratura qualcosa di totalmente kitsch, Heidegger, il filosofo Heidegger della Foresta Nera, ha fatto della filosofia qualcosa di kitsch, ognuno per conto suo e ognuno a modo suo Heidegger e Stifter hanno fatto della filosofia e della letteratura qualcosa di irrimediabilmente kitsch. Heidegger, che le generazioni della guerra e del dopoguerra hanno seguito come le mosche il miele e ancora da vivo hanno colmato di stupide e disgustose tesi di laurea, Heidegger me lo vedo sempre seduto sulla panchina di casa nella Foresta Nera di fianco alla moglie, che nel suo perverso entusiasmo per il lavoro a maglia senza interruzione gli sferruzza calzettoni invernali con la lana che lei stessa di sua mano ha tosato dalle loro proprie heideggerianissime pecore. Heidegger non riesco a vedermelo diversamente che seduto sulla panchina di casa davanti alla sua casa nella Foresta Nera, vicino a lui la moglie che per tutta la vita lo ha totalmente dominato e gli ha sferruzzato tutti i calzettoni e fatto all’uncinetto tutte le cuffie e gli ha infornato il pane e tessuto le lenzuola e confezionato perfino i sandali. Heidegger era una testa kitsch, disse Reger, proprio come Stifter, eppure ancora più ridicolo di Stifter che effettivamente è stato un fenomeno tragico diversamente da Heidegger che è sempre stato soltanto comico, piccolo-borghese come Stifter, distruttivamente megalomane come lui, un debole pensatore prealpino direi, giusto quel che ci voleva per il minestrone filosofico tedesco. Per decenni se lo sono spazzolati via come nessun altro Heidegger, con una fame da lupi, si sono riempiti di Heidegger il loro filosofico e germanistico stomaco tedesco. Heidegger, disse Reger, aveva un viso comune, non un viso spirituale, era fino in fondo un uomo negato per lo spirito, privo di ogni fantasia, privo di ogni sensibilità, un rumina-filosofia prettamente tedesco, una mucca filosofica perennemente gravida, disse Reger, che ha pascolato sul prato della filosofia tedesca e per decenni vi ha deposto le sue civettuole torte di sterco, su nella Foresta Nera.” Eccetera, eccetera. Thomas Bernhard, Antichi maestri

    dallamiatazzadite

    gennaio 9, 2017 at 8:24 pm


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