Guido Vitiello

Archive for the ‘I miei libri’ Category

A Companion to Werner Herzog

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Continually blurring the line between fiction and reality, Werner Herzog has made a career of crossing boundaries and reinventing himself. Since his early emergence as a leader in the New German cinema, Herzog is now widely recognized as one of the most acclaimed and innovative filmmakers of the modern era—as well as one of its most controversial and enigmatic figures. A Companion to Werner Herzog presents more than two dozen original scholarly essays that probe deeply into various aspects of Herzog’s career and eclectic body of cinematic work. Contributions from internationally recognized film scholars and Herzog experts offer fresh perspectives on such topics as Herzog’s engagement with music and the arts, his self-stylization as a global filmmaker, the director’s Bavarian origins, and even his visionary collaboration—and love-hate relationship—with the late actor Klaus Kinski. Filled with illuminating insights, A Companion to Werner Herzog offers a long-overdue exploration of the life and artistic contributions of one of the true giants of international cinema.

A Companion to Werner Herzog, a cura di Brad Prager, Wiley-Blackwell, 2012, 630 pagine. Il mio capitolo si intitola Portrait of the Chimpanzee as a Metaphysician: Parody and Dehumanization in Echoes from a Somber Empire (pp. 547-565).

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gennaio 1, 2012 at 11:42 am

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I turbamenti di un giovane bibliomane

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Il giovane bibliomane è l’alter ego gutenberghiano del nerd. Se l’uno non riesce a staccare gli occhi da un monitor, l’altro ha il naso sempre immerso in un libro. Respira carta stampata fin dall’infanzia, e i suoi primi incontri con la cultura pop, sotto forma di cartoni animati o giocattoli giapponesi, sono già viziati da un eccesso di letteratura. Proprio come il nerd, il giovane bibliomane coltiva in modo maniacale le sue ossessioni intellettuali, ed è cronicamente incapace di accostarsi con leggerezza ad alcunché, che sia un romanzo o un elettrodomestico, un B-Movie o un gioco di società. Le sue conoscenze mirabolanti su temi più o meno astrusi sono isolotti in un oceano d’incomprensione: della vita pratica, delle leggi di convivenza elementari, soprattutto del grande mistero, la Donna. La realtà sfugge ostinatamente alla sua presa, e quando infine arriva a toccarla ecco che, tra le mani, gli si trasforma di nuovo in letteratura. Così, tra Ernst Jünger e gli Ufo, Cornelio Agrippa e Homer Simpson, Jean Baudrillard e i designer dell’Ikea, apprendiamo come il De vinculis di Giordano Bruno possa essere usato per rimorchiare, come Nietzsche, Freud e la teoria dell’Urvater spieghino le umiliazioni subite alle scuole medie, come il “secolo  breve” appartenga, con buona pace di Eric Hobsbawm, prima di tutto a Jeeg Robot d’Acciaio. E ancora, scopriamo che cosa accomuna i due grandi Renati (Girard e Zero) o il Padre della Chiesa Origene e il bambolotto Big Jim, impariamo a usare l’antico libro del Levitico per azionare la lavatrice o a scegliere la nostra anima gemella in base a come sottolinea i libri.

I turbamenti di un giovane bibliomane, Cult editore, 2012, 192 pagine

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gennaio 1, 2012 at 11:37 am

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Non giudicate. Conversazioni con i veterani del garantismo

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“Quando ci siamo conosciuti, Vitiello mi ha fatto una proposta a un angolo di strada, sulla via del caffè: parlo con quattro grandi garantisti, vecchi d’età e a dominante meridionale, e ne riferisco in altrettante pagine di giornale. È un talento assoluto, mi sono detto pensando all’età degli interlocutori che aveva scelto, ai Verri e Beccaria dell’Italia di giù, compassata e filosofica ma incazzata, all’inattualità e alla stranezza perfetta del tutto. Non ho più cambiato idea. Lo stile di Guido Vitiello è fresco, principesco, qualunque testo scriva viene come deve venire una cosa bella quando nasce da una buona scuola dell’esistenza”. Giuliano Ferrara

Mauro Mellini (Civitavecchia, 1927), avvocato, più volte parlamentare, tra i leader storici del Partito Radicale, è stato anche uno dei promotori della battaglia in favore della legge sul divorzio e di quella in difesa di Enzo Tortora, nel celebre caso di malagiustizia che lo coinvolse. È stato componente del CSM. Domenico Marafioti (San Procopio, 1925 – Anzio, 2011), avvocato e scrittore di origini calabresi, romano di adozione. È autore di numerose pubblicazioni di argomento giudiziario tra cui Toga sommersa. Interno di un difensore (1990) e Cuore di toga (2001). Ha fondato e diretto «il Giusto Processo». Corrado Carnevale (Licata, 1930), a ventitré anni è primo al concorso per la magistratura, e sarà il più giovane presidente di sezione della Corte di Cassazione. Esemplare garante del giusto processo, per questo ha subìto una persecuzione mediatico-giudiziaria, uscendone vittorioso. Giuseppe Di Federico (Bolognano, 1932), professore emerito di Ordinamento giudiziario all’Università di Bologna. Fondatore del Centro Studi e Ricerche sull’Ordinamento Giudiziario. Ha svolto un’intensa attività di consulenza sulle riforme giudiziarie di numerosi Paesi. È stato componente del CSM.

Non giudicate. Conversazioni con i veterani del garantismo, Liberilibri, 2012, 106 pagine

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gennaio 1, 2012 at 11:34 am

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L’invenzione del luogo. Spazi dell’immaginario cinematografico

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Il Bates Motel di Psyco, l’Overlook Hotel di Shining, deliberatamente inventato da Kubrick, o la via Veneto de La dolce vita, integralmente ricostruita da Fellini: al pari dell’architettura, i film ci propongono un’esperienza dello spazio e ci conducono in luoghi e paesaggi riconoscibili, a volte totalmente ricreati come mondi possibili. Preesistenti o fabbricati, i luoghi dei film sono sempre il frutto delle falsificazioni costitutive del cinema; si configurano come ambienti virtuali perché lo spazio ripreso – creato dal lavoro di scenografi o da manipolazioni digitali – prende vita soltanto nella nostra esperienza di spettatori. Per poi entrare nel nostro immaginario e dargli forma.

L’invenzione del luogo presenta e studia alcuni tra gli spazi più celebri della storia del cinema, dai paesaggi naturali del western, come la Monument Valley, ai luoghi urbani come Las Vegas, una città costruita di per sé sul crinale tra reale e immaginario. In questo libro l’esperienza cinematografica e il lavoro sul set incrociano la riflessione culturale sul concetto di luogo nelle sue radicali mutazioni contemporanee (non-luoghi, iperluoghi, cyberluoghi, luoghi della memoria…) e, con esse, nelle nuove forme di immaginario che vi si producono.

Con scritti di: Simone Arcagni, Paolo Bertetto, Rossella Catanese, Lorenzo Marmo, Andrea Minuz, Paolo Noto, Silvia Vacirca, Valentina Valente, Guido Vitiello.

L’invenzione del luogo. Spazi dell’immaginario cinematografico, a cura di Andrea Minuz, Edizioni ETS, 2011, 184 pagine. Nel volume c’è il mio saggio Fuoricampo. Immaginare e ricostruire Auschwitz al cinema (pp. 141-162)

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gennaio 1, 2011 at 12:28 PM

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Lost. Analisi di un fenomeno (non solo) televisivo

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Lost è una serie tv prodotta dalla ABC, in onda, per sei stagioni, dal 2004 al 2010, con ottimi risultati in tutto il mondo in termini di ascolto, ma soprattutto uno straordinario successo in termini di audience engagement.

A più di un anno dalla fine della programmazione on air se ne continua a parlare perché Lost è stato e rimane un prodotto unico nel panorama contemporaneo e si presta a infinite lezioni sul mondo della comunicazione, e sulla trasformazione del sistema dei media nella cultura convergente. Lost è un evento mediale; un prodotto originale quanto a scrittura; innovativo quanto a tecnologie di distribuzione e fruizione; immersivo quanto a esperienza di consumo; spreadable quanto a capacità di produrre e alimentare le pratiche della connected audience.

Questo volume punta, dunque, ad aprire tanti spazi di discussione sulla serie quante sono le prospettive di osservazione con cui è possibile avvicinare Lost: dallo sguardo dei produttori, dei broadcaster, delle media companies, a quello della ricerca sulle audience e sui social media, dal punto di vista dei fan a quello degli studiosi delle potenzialità testuali e narrative della fiction, con l’obiettivo di capire cosa è cambiato e cosa succederà dopo Lost.

Con scritti di: Boccia Artieri, Buonanno, Ciofalo, Gianturco, Leonzi, A. Marinelli, G. Marinelli, Valeriani, Vellar, Vitiello.

Lost. Analisi di un fenomeno (non solo) televisivo, a cura di Romana Andò, Bonanno editore, 2011, 232 pagine. Nel volume c’è il mio saggio Una genealogia di Lost. Appunti sparsi sull’epica moderna, il feuilleton, l’opera d’arte totale e il sacro da baraccone (pp. 35-46)

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gennaio 1, 2011 at 12:26 PM

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Nuove metamorfosi di Tristano e altri saggi sui miti dell’amore

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«Esiste un solo romanzo, nelle nostre letterature! Una sola passione che impone le stesse peripezie in tutti i tempi da Tristano in poi, dall’epifania grandiosa e decisiva dell’archetipo della passione nel XII secolo». È la scoperta che Denis de Rougemont annuncia in queste pagine, che riprendono il filo della sua opera maggiore, L’Amour et l’Occident. Mutano i fondali e le persone del dramma, ma a occupare la scena della letteratura occidentale sono sempre loro, Tristano e Isotta, eroi di una passione che sceglie la trasgressione contro la norma, la notte contro il giorno, in ultimo la morte contro la vita.

Tre romanzi di amour-passion del ventesimo secolo – Il dottor Zivago, LolitaL’uomo senza qualità – sono sottoposti da De Rougemont ad analisi mitologica, o «mitanalisi»: l’eroe di Pasternak insegue la sua Isotta, Lara, braccato da un Re Marco ferocissimo, il despota sovietico; Humbert Humbert venera un idolo avvolto dall’aura dall’interdetto, una «ninfetta» dodicenne; lo Ulrich di Musil si oppone al divieto più assoluto, l’incesto, amando la gemella Agathe.

Ovunque domina Tristano, che però è qui chiamato a fare i conti con altre due figure: Don Giovanni, che ha per l’occasione le fattezze di Friedrich Nietzsche, seduttore di tutte le idee del suo tempo; e Amleto, alter ego di un altro principe danese, Søren Kierkegaard, tormentato dalla sua vocazione come l’eroe di Shakespeare lo era dallo spettro paterno.

Nuove metamorfosi di Tristano e altri saggi sui miti dell’amore, Denis de Rougemont, a cura e con un saggio di Guido Vitiello, Ipermedium Libri (collana Società moderna), 2011, 105 pagine

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gennaio 1, 2011 at 11:53 am

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Ha visto il montaggio analogico?

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Illuminare Pasquale Festa Campanile con Schnitzler e Gozzano, usare Panofsky per analizzare la pseudo-soggetiva di una mosca in Reazione a catena di Mario Bava, leggere Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci come il film sulla fine della civiltà contadina che Pasolini non ha mai girato. Tanto fanno, Andrea Pergolari e Guido Vitiello, in questo aureo libretto. Ma non sono cinefili snob o accademici in vena di sfoggio. Il loro scopo, infatti, non è nobilitare i film che amano. Tali film, infatti (da Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno di Luciano Salce a Gran bollito di Bolognini), non ne hanno bisogno. Sono già nobili. Solo che non se ne è accorto quasi nessuno. I tanti che li hanno apprezzati, spesso, l’hanno fatto con un misto di senso di colpa e di esibizionismo trash (questo sì, snobistico). Pergolari e Vitiello, invece, sono l’anti-trash: non hanno bisogno di fingersi meno intelligenti di quello che sono, di giocare basso per cercare il facile ammiccamento. E mostrano quanto sia ricca e complessa tutta una fetta di cinema italiano a torto considerato “minore”, ma che è semmai medio, popolare e di genere. Un cinema che in parte coincide con la mai abbastanza elogiata commedia all’italiana, sistematicamente denigrata prima dagli ideologi e dai bacchettoni, e dopo dai fan della monnezza. Pergolari e Vitiello, inoltre, non parlano solo di piani-sequenza e montaggi eisensteiniani. In un libro di cinema, trovare citati José Ortega y Gasset o Thomas Mann di fianco al ragionier Ugo Fantozzi, è raro e fa bene. Nella barbarie che ci circonda, occorre essere sanamente démodé e coraggiosamente utopisti. –Alberto Pezzotta

Ha visto il montaggio analogico? Ovvero dieci capolavori misconosciuti del cinema italiano minore scelti per la rieducazione del cinefilo snob, Andrea Pergolari e Guido Vitiello, Lavieri edizioni, 2011, 104 pagine

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gennaio 1, 2011 at 11:48 am

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Mistica senza Dio

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Jorge Luis Borges lo riteneva uno dei grandi prosatori di lingua tedesca e uno dei cinque autori che più lo avevano influenzato, tanto che scrisse interi racconti ispirati alla sua filosofia. Hofmannsthal lo leggeva avidamente, e ne trasse ispirazione per la Lettera di Lord Chandos. James Joyce incaricò Samuel Beckett di setacciare i suoi scritti a caccia di idee, all’epoca in cui lavorava al Finnegans Wake. Ludwig Wittgenstein gli fu debitore per alcune profonde intuizioni. Eppure, quasi nessuno si ricorda oggi di Fritz Mauthner, scrittore, giornalista e filosofo del linguaggio di origine boema che dedicò tutta la vita a una titanica impresa di demolizione. Due gli edifici da abbattere, o forse le due facce di un solo edificio: il Linguaggio e Dio. Gli dèi non sono che nomi, diceva, e le parole sono le nostre tiranniche divinità. Solo liberandosi degli uni e delle altre si può accedere alla mistica pura, la mistica senza Dio, senza favole e senza teologie, senza templi e senza chierici.

Fritz Mauthner (1849-1923) è autore di romanzi, saggi, scritti satirici, parodie, e soprattutto di due opere monumentali: i Contributi a una critica del linguaggio (1901-1902) e la Storia dell’ateismo in Occidente (1920-1923).

Mistica senza Dio, Ernst Benz, a cura e con un saggio di Guido Vitiello, Irradiazioni, 2011, 213 pagine

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gennaio 1, 2011 at 11:45 am

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Il testimone immaginario. Auschwitz, il cinema e la cultura pop

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Scompaiono gli ultimi testimoni della Shoah e la trasmissione della memoria è affidata ormai a narrazioni di seconda mano: film, serie tv, romanzi, fumetti. Ma queste narrazioni si sforzano sempre più spesso di simulare il punto di vista del testimone oculare, fornendo l’illusione di un accesso diretto al passato. Se, come dice Elie Wiesel, l’Olocausto è un mistero oscuro che solo chi ha vissuto può comprendere, agli altri non resta che una possibilità: immaginare di riviverlo. Da qui hanno origine quelle che Gary Weissman chiama fantasie di testimonianza, i tentativi immaginari di sperimentare l’evento che è divenuto ormai il nostro «mito negativo delle origini». A queste fantasie il cinema ha fornito un veicolo privilegiato, non solo attraverso i film maggiori come Schindler’s List o Shoah, ma anche e soprattutto tramite il ricco e misconosciuto universo dei film di genere. La fantascienza e i suoi viaggi nel tempo, le testimonianze «dal buco della serratura» del cinema erotico, la fascinazione del male estremo nell’horror, sono tutte vie per immergere lo spettatore nel cuore di tenebra di Auschwitz. Dopo l’«era del testimone», inaugurata dal processo Eichmann, si annuncia l’era del testimone immaginario.

Il testimone immaginario. Auschwitz, il cinema e la cultura pop, Ipermedium libri, 2011, 196 pagine

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gennaio 1, 2011 at 11:42 am

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Blue Lit Stage. Realtà e rappresentazione mediatica della tortura

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Nel 2004 la circolazione mondiale delle foto di Abu Ghraib ha mostrato una inedita relazione tra spettacolarità e tortura. Emersa dalle segrete delle prigioni, la tortura diviene nella storia moderna una pratica che non attiene più solo al silenzio disciplinante del potere, ma alla visione indisciplinata dei consumi. Tutto si confonde nella rete: le umiliazioni del carcere iracheno con le pubblicità sado-chic di Vogue, le raccapriccianti immagini catturate con i videofonini dai soldati americani con la pornografia amatoriale, i corpi straziati delle vittime di torture con le sperimentazioni estreme della body art. I contributi presenti in questo volume, arricchito da un’ampia scelta di immagini, tracciano nuove prospettive d’analisi sul complesso fenomeno della tortura e sul modo in cui i media occidentali l’hanno mostrata. Saggi e interventi di: Alberto Abruzzese, Gianni Canova, Michel Maffesoli, Franco Rella, Antonio Scurati, Ugo Volli.

Blue Lit Stage. Realtà e rappresentazione mediatica della tortura, a cura di Manolo Farci e Simona Pezzano, Mimesis (collana Eterotopie), 2009, 271 pagine. Nel volume c’è il mio saggio La Nazi-Sexploitation e il “teatro della crudeltà” del potere (pp. 173-195).

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gennaio 1, 2009 at 12:35 PM

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