Archive for the ‘Il Foglio’ Category
Antisemitismo e paranoia. Sul caso Grillo

La nuova stagione dell’antisemitismo mi ricorda una partita di Taboo, quel gioco di società in cui devi far indovinare una parola senza mai pronunciarla e senza usare parole affini che la svelerebbero troppo facilmente. Nominare gli ebrei è ancora malvisto, può attirare lo stigma delle persone civili e creare inutili clamori. Meglio allora richiamare da ogni angolo della terra stereotipi antisemiti vecchi e nuovi, e addossarli alle frontiere della parola impronunciabile, “ebreo”, fino a delinearne la sagoma vuota; meglio scagliarsi contro la finanza apolide, lo sradicamento, lo spirito cosmopolita, le lobby occulte di affaristi e banchieri, e chi deve intendere intenderà. Per i duri d’ingegno ci si può spingere a menzionare George Soros, Goldman Sachs e soprattutto Bilderberg, con quel suffisso così evocativo (“Chi ha affondato il Titanic? Iceberg, un altro ebreo!”, scherzava Serge Gainsbourg). Ma attenzione, se la parola “ebreo” ricompare in questo contesto egemonizzato dall’estrema destra e dai suoi assilli – euro, sovranità, mondialismo, migranti – non ce la possiamo cavare con un’alzata di spalle e qualche punzecchiatura sarcastica allo spaventapasseri del “politicamente corretto”: tocca tirare l’allarme. Leggi il seguito di questo post »
Prototipi letterari per Ingroia e Travaglio

Conservo il ritaglio di un’intervista di quando Antonio Ingroia era candidato presidente del consiglio. Parlava di disponibilità alle alleanze: “Io faccio come quel bel libro di Sciascia: Porte aperte. Le lascio aperte le mie porte in politica, così come ho fatto sempre in Procura”. Inarrivabile Ingroia. Aveva letto solo il titolo, e neppure l’aveva capito. E dire che l’editore di un suo libro di memorie si era spinto a dire, nel comunicato stampa, che “da potenziale personaggio di un’opera di Leonardo Sciascia” Ingroia era diventato “riconoscibile epigono del grande scrittore siciliano”. Dopo che la Cassazione ha disfatto la tela lungamente intessuta del processo Contrada, mi viene semmai da pensare che il flemmatico ex magistrato avrebbe potuto essere un personaggio di Vitaliano Brancati; e non il bell’Antonio, come l’onomastica suggerisce, ma uno dei giovani protagonisti degli Anni perduti, un romanzo degli anni Trenta (promemoria per Ingroia: sono appunto gli anni delle “porte aperte”). Questi tre amici s’infiammano all’idea di costruire una torre panoramica a Natàca, anagramma appena aggiustato di Catania, e l’impresa li riscuote dalla noia. Ma a cose fatte scoprono che non potranno inaugurarla, per via di un ordine del Municipio vecchio di quattordici anni, emesso cioè ben prima che si lanciassero in quel progetto grandioso: “Sotto un fascio di registri si nasconde un foglietto giallo, cinque paroline, una legge inviolabile, qualcosa che, apparendo all’ultimo momento, ci dice che il nostro lavoro è stato un errore, che noi abbiamo lavorato in una direzione vietata e sbagliata”. Ingroia ha pescato lui pure il suo foglietto giallo: tutta quella torre pericolante fatta di gradi di giudizio stratificati su cui si reggeva il suo massimo trionfo giudiziario, gliel’hanno buttata giù con un soffio, stabilendo che non aveva neppure il permesso di cominciare i lavori. Leggi il seguito di questo post »
Le illusioni del garantismo mite. In morte di Stefano Rodotà

“Sarò giustiziato domattina alle sei. Dovevo andarmene alle cinque, ma ho un avvocato in gamba: ho ottenuto clemenza”. Così Woody Allen nelle prime battute di Amore e guerra, film su un giovane russo condannato alla fucilazione dai francesi per aver tentato di assassinare Napoleone. E in effetti, se hai cospirato contro l’imperatore e ti sei intrufolato a corte con una pistola, per giunta travestito da diplomatico spagnolo, un avvocato che ti guadagna un’ora di vita in più è uno che sa fare il suo mestiere. Conoscete parabola più comica e più disperata, e dunque più inscalfibilmente vera, per illuminare la misera cosa a può ridursi il diritto di difesa quando tutte le armi sono in pugno all’accusa? Io forse ne conosco una. Leggi il seguito di questo post »
Risorghi! Orazione funebre per Fantozzi

Chi sarà tanto sfrontato da calare un congiuntivo in un’orazione funebre per Paolo Villaggio? Vadi pure ragioniere, procedi adagio verso la luce, risorghi! La questione non era ignota allo stesso Villaggio fin dai primi racconti di Fantozzi. Ai funerali del professor Vignardelli Bava, prematuramente scomparso all’età di novantadue anni, prende la parola per l’eulogia il collega professor Bellotti-Bon: “‘Se noi ora fuuu…’ e qui si bloccò. Si era trovato di fronte alla tragica barriera di un congiuntivo”. Non sa bene come coniugare il verbo, resta incagliato in quel sibilo interlocutorio, vorrebbe farsi da parte. “Coro di voci sghignazzanti: ‘Ah! Ah! Si ritira eh? Non ha più congiuntivi!’. ‘No’, fece il Bellotti, ‘ne ho ancora uno, ma vorrei tenermelo per la notte. Non si sa mai’”. Leggi il seguito di questo post »
Tognazzi, Gassman, Consip

In un paese normale… Esiste preambolo più inavvertitamente comico, in Italia? E ancor più comico è chi riesce a servirsene senz’ombra di ironia, senza sentire nelle orecchie l’eco della propria voce che gli fa il verso. In un paese normale: come suona buffo! Il duello a colpi di hashtag #inunpaesenormale tra Luigi Di Maio e i lettori di Repubblica, dopo la notizia sull’incontro Salvini-Casaleggio, avrebbe dovuto illuminare anche i ciechi sul fatto che “paese normale” è in Italia una locuzione swiftiana, da utopia satirica, e che tanto varrebbe cominciare i discorsi citando Lilliput o Brobdingnag. Io per esempio mi mordo la lingua quando mi vien da dire che in un paese normale non si parlerebbe d’altro che del caso Consip, e che tutti, dalle massime autorità istituzionali in giù, maggioranza e opposizioni, giornali amici e nemici del governo, sarebbero impegnati a far luce sulle vie dell’eversione mediatico-giudiziaria, sulla manipolazione delle prove, sui depistaggi, sui passaggi orchestrati di informazioni, su come tutto questo si tiene e fa sistema; ma d’altronde nel leggendario Paese Normale questa luce la si sarebbe cercata, e pretesa, già venticinque anni fa, nel fatale 1992. “Un paese nel quale capita un fenomeno come Tangentopoli e non si fa un’indagine per capire che cosa è successo”, mi disse una volta uno straniero in patria, Giuseppe Di Federico, “che razza di paese è?”. Leggi il seguito di questo post »
Cosa si prepara nelle cucine del ristorante a cinque stelle

Ogni volta che vedo un grillino in un talk show – l’ultimo è stato Luigi Di Maio a Porta a Porta – mi torna in mente la scena di un vecchio film con Louis de Funès, Le Grand Restaurant. È quella in cui Monsieur Septime, l’occhiuto direttore del ristorante che fa anche da occasionale maître di sala, illustra la ricetta del soufflé di patate a un cliente tedesco; e a seconda di come fa oscillare la testa in qua o in là, delle ombre cinesi gli disegnano sul volto il ciuffo spiovente e i baffi a spazzolino di Hitler. Cos’era Di Maio quella sera, un cameriere affabile e sollecito, preoccupato solo del cittadino cliente che ha sempre ragione, pronto a porgergli un menu assortito che annoverava il fegato alla Almirante, lo spezzatino di Berlinguer e la tradizionale bouillabaisse delle correnti democristiane? O era piuttosto un caporaletto mellifluo, segretamente roso dal risentimento, ansioso di salire i gradi gerarchici della brigata di cucina da sguattero a mastro di sala? La questione di per sé non ha alcun interesse, e se c’è una cosa che non perdonerò mai ai Cinque Stelle e ai turlupinati che li sostengono è l’avermi costretto a occuparmi di loro, ma tant’è.
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I pentiti salveranno il cinema italiano

Dimenticatevi di Franceschini, di Rutelli e della nuova legge sul cinema; e dimenticatevi pure di Rosy Bindi che va a giocare al dottore con Totò Riina nel carcere di Parma: ho una proposta serissima per salvare, in un colpo solo, il cinema italiano e il diritto dei detenuti a un trattamento conforme al senso di umanità. In breve, si tratterebbe di affiancare a ogni squadra di sceneggiatori un pentito di mafia, secondo lo schema sperimentato da Woody Allen in Pallottole su Broadway, quel film dove un sicario mafioso scopriva in sé un grande talento teatrale e stravolgeva, fino a riscriverlo per intero, il copione di un drammaturgo mediocre. Leggi il seguito di questo post »
Elogio del conflicto de interés

“Libertà è solo un altro modo per dire che non hai più nulla da perdere”, diceva una vecchia canzone di Kris Kristofferson, ed è possibile che sia una grande verità esistenziale; ma quando si tratta di politica e di arte del governo, la prudenza mi suggerisce di preferire all’autorità di un cantante country texano quella di un gesuita spagnolo del Seicento. “Non mescolarsi con chi non ha nulla da perdere”, ammoniva Baltasar Gracián in un aforisma dell’Oráculo manual (1647), e chiosava così: “Sarebbe infatti misurarsi in lotta inuguale. L’avversario si fa avanti baldanzoso, perché ha perduto persino il pudore; ha dato fondo a ogni cosa e non ha più niente da perdere: così si butta a corpo perduto in qualunque assurdità”. I proletari al tempo di Marx ed Engels avevano almeno da perdere le loro catene; ma già Hitler poteva annunciare: “È facile per noi prendere decisioni: non abbiamo nulla da perdere, tutto da guadagnare” – e pochi giorni dopo invadere la Polonia. Leggi il seguito di questo post »
Facce da tramandare ai posteri

“Come tramandare ai posteri la faccia di F. quando è in divisa da gerarca e scende dall’automobile?”. Libri, giornali, documenti d’ogni sorta non basteranno agli storici futuri per capire quel che ci è accaduto, annotava Leo Longanesi nel giugno del 1938. Anche oggi, ottant’anni dopo, lo spirito del tempo preferisce rintanarsi nei dettagli, ma questi dettagli perlomeno è un po’ più facile immortalarli. Potremo senza fatica tramandare ai posteri la faccia di Paolo Mieli quando, dieci giorni dopo le elezioni del 2013, si ritrovò in uno studio televisivo a cospetto di Emiliano Martino, il “cappellaio matto” dei grillini. Ne conservo in archivio un fotogramma: Mieli si era portato entrambe le mani sul volto a coprirsi la bocca, in segno di disperazione incredula e di sgomento, un gesto dall’antica tradizione iconografica che dall’Adamo di Masaccio cacciato dall’Eden arriva a Roberto Baggio dopo il rigore con il Brasile. Nessuno avrebbe potuto riconoscerlo l’estate scorsa al festival di Spoleto quando, ospitando con ogni onore il meno pittoresco ma non meno surreale Luigi Di Maio, aveva ripreso la sua solita flemma di Buddha sornione. Leggi il seguito di questo post »
Corderos e Priapo. Come mi hanno rovinato Gadda

Gli storici della letteratura delle generazioni a venire dovranno constatare con qualche imbarazzo che venticinque anni di antiberlusconismo e almeno cinque del suo sciatto spin-off, l’antirenzismo, non hanno prodotto se non cattiva prosa, retorica civile di quart’ordine, satira bolsa, parodie fallite. Ma la bruttezza del presente ha valore retroattivo, diceva Kraus; e se è ingiusto che le colpe dei padri ricadano sui figli, ancor più ingiusto è che le colpe dei figli ricadano sui padri. Eppure, dopo aver attraversato per un quarto di secolo una palude di corsivi e corsivetti, goliardie e punzecchiature, mi guardo alle spalle e devo rassegnarmi a un fatto spiacevole: non riesco più a leggere e ad amare Eros e Priapo di Gadda, uno dei grandi modelli – a volte rivendicato, altre volte assorbito dall’ignaro autore per mediazioni via via più imbastardite – della maniera antiberlusconiana prima e antirenziana poi. Leggi il seguito di questo post »
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