Guido Vitiello

Archive for the ‘Il Foglio’ Category

La Società dei bugiardi. Una profezia del 1712

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Una modesta proposta per tirar giù dal letto quei liberali sonnacchiosi che vorrebbero sbarazzarsi della questione fake news con una scrollata di spalle, un truismo da parroco di campagna (“la propaganda esiste fin dall’alba dei tempi”), un argomento fantoccio (“allora volete imbavagliare la rete!”), un bon mot sui russi in colbacco o sulle spie venute dal semifreddo e, a infiocchettare il discorso, la citazione dirimente di qualche padre nobile della libertà d’opinione, possibilmente settecentesco e in parrucca, per poi tornare a dormire il sonno dei giusti. Lasciate stare Voltaire, dico io, tanto più che quella frase (“Non sono d’accordo con le tue idee ma…”) è un fake, gliela mise in bocca Evelyn Beatrice Hall centotrent’anni dopo la sua morte, e se proprio volete un gentiluomo di quei tempi tornate piuttosto al trattatello satirico di John Arbuthnot sull’arte della menzogna politica, Proposals for printing a very curious discourse, in two volumes in quarto, intitled Pseudologia politikè; or, a treatise of the art of political lying (1712), lungamente attribuito a Jonathan Swift. Qui lo cito nella traduzione impreziosita e imbufalita da Giuseppe Prezzolini, che in coda ci infilò pure, beato anacronismo, il nome di D’Annunzio. Leggi il seguito di questo post »

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gennaio 23, 2018 at 12:41 PM

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Memorie dal futuro. In morte di Aharon Appelfeld

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Entri nello Holocaust Memorial Museum, a Washington, e la prima cosa che ti trovi davanti è la fotografia a tutta parete di un ammasso di corpi ischeletriti e carbonizzati sotto gli occhi dei soldati alleati: “Americans encounter the camps”, si legge nella didascalia. Se il museo fosse un film, diresti che ti hanno svelato subito il finale. Poi, con quell’immagine in testa che non ti dà pace, percorri tutto l’itinerario, una lunga discesa nell’abisso dal 1933 al 1945, e a ogni nuova stanza ti ripeti: ecco, era ancora possibile impedirlo, se solo i protagonisti del dramma avessero saputo cosa li attendeva nella stanza successiva. Ti vien voglia di gridargli: scappate finché c’è tempo, non fidatevi dei falsi amici, delle rassicurazioni, delle promesse – e questo perché tu, visitatore, hai già visto l’immagine terribile all’inizio della mostra, ma loro, quelle facce nelle foto e nei filmati d’archivio, non potrebbero neppure concepirla. Se fosse un film, il museo di Washington sarebbe un melodramma, perché il segreto del melodramma, la molla che ci porta infallibilmente alle lacrime, è proprio qui: noi spettatori viviamo in una sorta di futuro anteriore, sappiamo come andrà a finire; ma i personaggi non lo sanno, e non abbiamo modo di dirglielo, è troppo tardi. Per questo milioni di persone in tutto il mondo piansero a dirotto quando, alla fine degli anni Settanta, fu trasmesso il melodramma televisivo Holocaust della Nbc. Leggi il seguito di questo post »

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gennaio 23, 2018 at 12:25 PM

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L’anarchia scende dall’alto

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Sono mesi, ormai, che non riesco più a chiamarlo Corriere della Sera. Avevo deciso di ribattezzarlo “Il Facta Quotidiano”, ma un amico mi ha subito obiettato che almeno Facta provò a proclamare lo stato d’assedio. In via Solferino invece, mentre monta l’onda più limacciosa e nera della storia repubblicana, se va bene fanno il morto a galla, se va male il surf con i pantaloncini a fiori. Onore a Facta, dunque; e restando nell’album di famiglia della testata, onore alla dignità tragica di Luigi Albertini, che aveva un concetto alto dei compiti storici della borghesia e che finì per scontare il suo benintenzionato abbaglio, l’illusione che si potesse salvare il vecchio tronco dello Stato liberale immettendovi la linfa del fascismo – che era semmai la scure pronta ad abbatterlo. La candela della ragione borghese che il Corriere teneva sotto il moggio di calcoli imprudenti irraggiava meglio altrove, sulla Stampa di Salvatorelli e negli interventi di Ambrosini che dal 1919, sul quotidiano torinese, scandì il suo ritornello impeccabile: “L’anarchia scende dall’alto”. Leggi il seguito di questo post »

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gennaio 1, 2018 at 6:02 PM

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Stepàncikovo, Italia. Solo Dostoevskij può spiegare Travaglio

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I tribunali dei talk-show funzionano a pieno regime da un quarto di secolo senza uno straccio di codice di procedura; ma se qualcuno mi dà una mano con il latino suggerisco di piantare almeno la bandierina di un brocardo, traducendo una frase di Rodolfo Wilcock che ogni imputato televisivo dovrebbe stamparsi nella mente: “L’ingiustizia è la giusta punizione di chi si offre al giudizio dei suoi inferiori”. Questo ho pensato quando Maria Elena Boschi ha chiesto di rendere dichiarazioni spontanee al pubblico ministero Marco Travaglio; o quando anni fa Pietro Grasso, avvilendo inutilmente la dignità della sua carica, sollecitò un confronto con quello stesso accusatore. Riconoscere senza necessità un giudice e un foro competente è un primo atto di sottomissione da cui ne discendono mille altri, ben più gravi della buona o cattiva figura che si può fare in udienza. Ma in quest’ansia di scagionarsi davanti a Travaglio, di dimostrare la propria innocenza al suo cospetto, c’è un tratto misterioso che solo la grande letteratura può illuminare. Leggi il seguito di questo post »

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gennaio 1, 2018 at 5:58 PM

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Sansepolcristi imbiancati

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Nel dicembre di tre anni fa, quando fra i grillini radunati in piazza del Campidoglio per defenestrare la giunta Marino spuntò fuori una bandiera di Forza Nuova, un cronista ne chiese conto al giovane Di Maio, che era già vicepresidente della Camera, e il giovane Di Maio commentò: “Non me ne frega niente”. Il senso della sua frase era più o meno questo: siccome non penso di essere fascista, non ho nessun problema a manifestare insieme ai fascisti. Come in un déjà-vu, anzi un déjà-ouï, quel rimbrotto stizzito mi riportò alla mente un vecchio dialogo tra Marco Pannella e Giorgio Almirante in una tribuna politica della primavera del 1982, trasmessa e ritrasmessa mille volte nelle notti di RadioRadicale. Al segretario del Msi che punteggiava i suoi interventi di continui “me ne frego”, Pannella rispondeva, grosso modo: vedi, il tuo tic linguistico dimostra che rappresenti il fascismo come sottocultura, come folklore; la vera eredità del fascismo come cultura politica – questo era il sottinteso di Pannella, che pochi mesi prima era andato a dire le stesse cose ai missini riuniti in congresso – l’hanno riscossa i partiti dell’arco costituzionale. Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 10, 2017 at 4:05 PM

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Il secondo tragico Bel-Ami

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Si presenta alla cena di gala con un frac preso a nolo, per giunta della taglia sbagliata; è a disagio, “leggermente imbarazzato” dice il narratore, e scivola ancor più nel panico quando a tavola si trova davanti una schiera di calici di varia foggia e non sa da quale, secondo galateo, dovrà bere. Chi ci ricorda? No, non è Fantozzi alla cena aziendale della Serbelloni Mazzanti Viendalmare. È Georges Duroy al suo debutto mondano, così come Maupassant lo descrive nelle prime pagine di Bel-Ami. Due personaggi all’apparenza inconciliabili, se non fosse che un compendio vivente lo abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: Luigi Di Maio, il secondo tragico Bel-Ami. Non so cosa indossasse quella sera a Cernobbio, quando il rag. Monti, probabilmente dopo aver divorato un tordo in un boccone, salutò in lui “un raffinato borghese”; so però che soltanto un Bel-Ami ibridato con Fantozzi avrebbe potuto suggellare con queste parole la fine dell’amore con la collega Silvia Virgulti Viendalmarketing: “È una risorsa preziosa del gruppo e continuerà ad esserlo”. Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 9, 2017 at 11:41 am

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Il vestito del gobbo e la camicia di forza

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Dopo il venerdì nero venne il sabato al verde, e anche chi aveva fatto delle mani bucate il proprio stemma nobiliare dovette inchinarsi, riluttante, alle insegne logore dell’anticonsumismo, che sono pastrani rivoltati, giacche con le toppe, calze rammendate sventolanti sul pennone. Ma grazie al cielo non ho altro lavoro da dare ai magazzinieri di Amazon, perché ho scoperto che nelle seconde file della mia biblioteca – corrispettivo libresco del cassetto della nonna pieno di vecchi bottoni – c’è già tutto il necessario. Razza di idiota che sono, anni a sperperare fortune in libri e libelli più o meno fatui sul nuovo populismo per poi scoprire che ne bastava uno solo, stampato da Feltrinelli nel lontano maggio del 1989, quando Luigino aveva appena cominciato a imparare l’italiano – la fatica di tutta una vita. Andiamo, editori, un po’ di decrescita felice! Avete qui, a chilometro zero, senza bisogno di importarlo dalle operosissime officine ideologiche francesi, il libro che ne rende superflui altri cento: Populismo e trasformismo. Saggio sulle ideologie politiche italiane di Carlo Tullio-Altan. Sulla vetrina di Amazon la copertina sbiadita, con accanto la scritta “Non disponibile”, pare una cenerentola tra le sorellastre più sgargianti che hanno loro pure la parola populismo appuntata in petto. Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 9, 2017 at 11:21 am

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Piccolo Teatro Gruber

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In una mano il telecomando, nell’altra l’opera completa di Eugène Ionesco. Che fare? È così tutte le sere; e tutte le sere, dopo qualche esitazione, va a finire che mollo sul comodino Ionesco, premo il tasto sette e mi godo una mezz’ora di vero teatro dell’assurdo. Perché leggere Delirio a due quando Lilli Gruber mette in scena quegli impareggiabili deliri a tre? Giovedì, per esempio, la pièce era un piccolo capolavoro. Si trattava di aggiustare il pasticcio di Floris, che avrebbe dovuto portare sul palco Il re muore e, mannaggia, era riuscito addirittura a risuscitarlo. Per rimediare a quel successo catastrofico “di pubblico e di critica” – così ha esordito Gruber – ecco subito allestito un pezzo di meta-teatro dal titolo memorabile: “Renzi vince in tv: ma nelle urne?”. È stata una girandola di virtuosismi linguistici, paradossi sardonici, sgambetti alla logica. C’era Severgnini che sfoggiava tutto gongolante i suoi due nuovi, irresistibili calembour, Xanaxilvio e Tavorenzi; c’era una specie di rockabilly in dolcevita nero che diceva, mantenendo una faccia serissima, che Renzi avrebbe dovuto temere semmai un confronto con Di Battista (già, già, lo spalleggiava Severgnini, Di Battista è un pugile del peso giusto!); e c’era la sondaggista Ghisleri, secondo cui Di Maio ha perso l’occasione di “dimostrare che è uno statista”. Neppure un personaggio dei Rinoceronti avrebbe osato pronunciare nello stesso respiro quel cognome e quell’attributo. Leggi il seguito di questo post »

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novembre 27, 2017 at 8:37 PM

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L’ignavia e lo squadrismo

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L’onorevole Rosato non è il Reichstag, il suo incendio è solo virtuale, e poi è sempre possibile che il piccolo squadrista grillino, in qualità di assessore in pectore ai rifiuti, intendesse semplicemente termovalorizzarlo; ma agli occhi di noi Padri weimariani, che preghiamo giorno e notte per la salvezza della Repubblica, quest’ultimo incidente è un segno, l’ennesimo, dei tempi che si preparano. Siamo poche anime qui in monastero, le vocazioni languono e i novizi svestono il saio prima  di pronunciare i voti solenni. C’è stato un momento, breve in verità, in cui avevamo sperato che Paolo Mieli diventasse uno dei nostri, avremmo anche risparmiato qualche spicciolo sulla tonsura. Era il 10 novembre 2016, in piena campagna referendaria, da Lilli Gruber. Dopo la vittoria di Trump, disse Mieli sconvolto, si apre uno scenario da anni Trenta, quando militanti di destra e di sinistra, in nome dell’intransigenza, buttarono giù le democrazie parlamentari; e oggi, per non ripetere l’errore, dovremmo stringerci attorno al fortino assediato. Non siamo a Weimar, gli rispose un sovreccitato Luca Telese, io non sono Rosa Luxemburg e Quagliariello non è le SA; se vince il No non succede nulla, e poi vedrete che anche Trump si costituzionalizza. “Vede?”, lo rintuzzò Mieli, “lei è già pronto culturalmente ad abbracciare Trump”. Dal nostro coro ligneo gli innalzammo un osanna. Leggi il seguito di questo post »

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novembre 14, 2017 at 9:06 PM

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La grande paura e l’ottimismo tragico

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Che ci faceva la mia tetra incappucciata figura di frate weimariano, tormentato dalla visione degli ultimi giorni della Repubblica, nelle sale fiorentine in cui si celebravano le Giornate dell’ottimismo? Si direbbe che mi aggiravo come un intruso, o forse come un guastafeste – e del resto, per chi rischia di farsi possedere dallo spirito del Savonarola e dalla sua predicazione apocalittica, non c’è luogo più pericoloso del Salone dei Cinquecento. Gli amici foglianti parevano sentirsi in salvo sotto il massiccio soffitto a cassettoni, eppure io avvertivo l’impercettibile scricchiolio delle capriate e già allucinavo un cumulo di rovine, per quella speciale varietà di traveggole che accomuna veri e falsi profeti e che potremmo chiamare la cataratta del millenarista. Avrei dovuto lasciare i miei amici in pace, ma poi ho pensato che tocca anche a noi weimariani la nostra parte di ottimismo, ed è l’ottimismo tragico. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

novembre 14, 2017 at 8:55 PM

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