La scoperta dell’acqua calda
Non so se ricordate, nel Secondo diario minimo di Umberto Eco, il Progetto per una Facoltà d Irrilevanza Comparata. Nel Dipartimento di tetrapiloctomia (la scienza che consente di spaccare un capello in quattro) c’erano discipline come la Poziosezione (arte di tagliare il brodo), l’Avunculogratulazione meccanica (costruzione di macchine per salutare la zia) e la Tecnica delle soluzioni mentulopensili (arte di attaccarselo al membro virile).
Non so quale sia il nome tecnico, ma di recente grazie a Luca Sofri ho scoperto la macchina per la scoperta dell’acqua calda (sbizzarritevi con le denominazioni!). Si chiama voisietequi, ed è uno strumento per orientarsi nella campagna elettorale. Al termine di un questionario su alcuni temi molto presenti nei programmi dei partiti e/o nel dibattito pubblico, voisietequi elabora un grafico che rappresenta la vostra “posizione” elettorale, vale a dire la vostra distanza relativa dalle diverse forze in campo. Ho scoperto – udite udite! – che voterò per la Rosa nel Pugno.

Che dire? No big surprise. Ma sono certo che per altri la scoperta dell’acqua calda potrebbe riservare docce fredde (Luca Sofri ha scoperto con qualche imbarazzo di essere vicino all’Italia dei Valori di Di Pietro…). Fate anche voi il test, e se ne avete voglia fatemi sapere, qui sotto nei commenti.
La tomba del terzomondismo
Poco più di un mese fa, su questo blog, vi ho raccontato di come la mia sorella equa e solidale mi ha cancellato il debito. In coda, aggiungevo: “Ora mi toccherà saggiare vizi e virtù del terzomondismo fatto in casa. Presto vedremo se mi servirò di questa inattesa disponibilità di risorse per mettere ordine nelle mie finanze e raggiungere il prospero Primo mondo dove vive la primogenita, o se asseconderò la mia vena di shopaholic compulsivo e dissiperò tutto tra Amazon ed eBay, in attesa del prossimo condono…”.
Ebbene, non funziona. Il terzomondismo porta al fallimento anche su scala familiare. Dopo una lodevole fase di austerità berlingueriana in cui a malapena ho fatto la spesa e ho esaurito le mie riserve di filetti di sgombro, in quest’ultima settimana ho fatto due degli acquisti più incredibilmente stupidi della mia vita: un pollo stecchito in lattice (è un giocattolo per cani) che mi servirà a fare non meglio precisate burle a base di psicosi aviaria:
Luca Coscioni, il medium e il messaggio
È morto Luca Coscioni, e il guviblog è a lutto. Rare, quasi nulle, sono state le occasioni di incontrarlo: un paio di email che ci scambiammo qualche anno fa, e un cd che avevo composto per lui e gli avevo spedito in dono a Torre Argentina – una sorta di antologia libertaria della canzone italiana.
Così, in mancanza di ricordi personali, ho frugato nel mio archivio di ritagli di stampa e sono riuscito a ripescare uno degli articoli più belli che siano stati scritti su Luca. Su di lui, e sull'”antropologia politica” radicale. L’articolo uscì sul “Foglio” del 19 aprile 2001, con il titolo Luca Coscioni, ovvero il corpo gettato con amore al centro della politica. Ne era autore Luigi Manconi, persona di cui non sempre ho condiviso battaglie e ragioni; condivido invece ogni parola di questo intervento. Dopo le precisazioni di prammatica (in soldoni, dopo aver chiarito che non voterà radicale) Manconi scrive:
Premesso tutto ciò, dico che la candidatura, come capolista, di Luca Coscioni, malato di sclerosi laterale amiotrofica, è una importantissima scelta politica. E non solo perche la rivendicazione che, alla lettera, incarna è sacrosanta (la libertà di ricerca e, in particolare, quella sulle cellule staminali e sugli embrioni sovrannumerari non impiantati); non solo, cioè, per il contenuto di quella scelta, ma proprio per il mezzo – e in politica il mezzo è tutto – cui si ricorre. E il mezzo è né più né meno che Luca Coscioni stesso: Luca Coscioni in carne e ossa, si può dire. Leggi il seguito di questo post »
Via via, tutti nel letto della Cia
Negli stessi giorni in cui uno degli ultimi stalinisti rimasti al potere sul pianeta invitava all’Avana un altro gentiluomo, l’allegro nazista iraniano Mahmud Ahmadinejad, e in cui il giornalista indipendente Héctor Maseda – uno dei 75 dissidenti sbattuti in cella nella retata del 2003 – subiva un inasprimento umiliante delle sue condizioni carcerarie (deve scontare vent’anni per i suoi articoli), sui banchi delle librerie italiane compariva un libro grottesco: Il terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba, a cura di un ben noto megafono di Castro in Europa, Salim Lamrani.
Grande animatore dell’operazione, come sempre, il nostro instancabile e ineffabile Gianni Minà, giornalista embedded del regime castrista e autore dell’introduzione nonché di uno degli interventi.
Il libro, stampato originariamente dall’Editorial José Martí dell’Avana (e in Italia da Sperling & Kupfer), raccoglie interventi di alcuni amici del regime sul caso delle cinque spie cubane detenute negli Stati Uniti. È un tomo di propaganda privo di qualsiasi interesse o valore, anche se vi compaiono alcune firme rinomate, da Gabriel García Márquez – l’amico di Castro con tanto di villa all’Avana, Mercedes e domestici sul libro spesa del barbuto – a Nadine Gordimer, da Ignacio Ramonet a Noam Chomsky. Ma com’era prevedibile, la palma del grottesco spetta al nostro caro Minà, che ancora nel 2006 parla di “dissidenti o presunti tali” e dopo quarant’anni non ha ancora imparato la corretta grafia di balseros (continua a scrivere balzeros). Leggi il seguito di questo post »
Ferrara contro Ferrara
Da qualche tempo mi capita spesso di avere vampate di laicismo ottocentesco, e mi convinco che la priorità assoluta della politica italiana sia ricacciare l’invasore Oltretevere. La prima volta è stato nella tornata referendaria del giugno scorso, dopo l’invito all’astensione del cardinal Ruini, accolto con pavida condiscendenza da buona parte della classe politica.
L’ultima è di pochi giorni fa, quando mi sono trovato tra le mani Non dubitare. Contro la religione laicista, un recente volumetto che raccoglie i principali interventi di Giuliano Ferrara successivi alla svolta “atea devota”: un saggetto uscito sulla rivista dell’ Università Cattolica del Sacro Cuore “Vita e Pensiero”, la trascrizione dell’intervento al Meeting di Comunione e Liberazione dello scorso agosto, la relazione a un convegno in cui si auspica la “conversione” di Machiavelli.
Ferrara è un argomentatore acuto e per l’appunto un po’ machiavellico – ricorda il gesuita Naphta di Thomas Mann – e non tutti i suoi spunti sono da rigettare, malgrado una prosa infarcita all’inverosimile di locuzioni teologiche e latinorum ecclesiastico di recente acquisizione (deve aver fatto una full immersion, come in certi riti battesimali). Ma a volte esagera proprio, come quando oppone la libertà “positiva”, “creativa”, “costruttiva” del matrimonio eterosessuale (che ha il merito di servire “la propagazione della specie”) allo “schematismo concettuale astratto delle nozze gay”. Che poi per carità, nello specifico si può essere favorevoli o contrari, ma l’idea che le libertà debbano essere ancorate alla “natura” – la critica allo “sradicamento”, insomma – ha risonanze quantomeno sinistre. O destre, fate voi. Leggi il seguito di questo post »
Fratello in via di sviluppo
Mentre al World Economic Forum di Davos ci si perdeva in chiacchiere su sviluppo, sottosviluppo e squilibri globali, al mio personalissimo tavolo dei negoziati (con tanto di pane e coperto, all'”Insalata Ricca” di viale Regina Margherita) sono riuscito a strappare un risultato storico: mia sorella – la mia sorella equa e solidale – considerata la situazione disastrata delle mie finanze, mi ha cancellato il debito!
In breve, tutti i soldi che mi ha anticipato per i regali di Natale (anni e anni di cravatte per mio padre, calendari con le rose per nonna Rosa e così via, con l’immancabile clausola “tieni tu i conti che dopo le feste smezziamo”) semplicemente non-glieli-devo-più. Il negoziato ha avuto esito così trionfale che mi ha pure pagato il pranzo. Il tutto senza bisogno di scomodare Bono & Co., grazie alla semplice forza persuasiva di uno sguardo acquoso da vagabondo chapliniano (che avevo provato per ore allo specchio).
Ora mi toccherà saggiare vizi e virtù del terzomondismo fatto in casa. Da liberale, sono sempre stato un po’ scettico sull’efficacia delle ricette terzomondiste applicate su scala macropolitica, perlomeno da quando ho letto il classico dimenticato (e profetico) del politologo venezuelano Carlos Rangel, El Tercermundismo (1982). Ma chissà, magari su scala familiare la cosa funziona. Presto vedremo se mi servirò di questa inattesa disponibilità di risorse per mettere ordine nelle mie finanze e raggiungere il prospero Primo mondo dove vive la primogenita, o se asseconderò la mia vena di shopaholic compulsivo e dissiperò tutto tra Amazon ed eBay, in attesa del prossimo condono…
Welcome Idiots!
Risale al 1864 il saggio di Matthew Arnold The Function of Criticism at the Present Time, e da allora se ne sono dette di cotte e di crude su quale debba essere il ruolo di questa categoria di rompiscatole (i critici) e della loro pedantesca attività (la critica).
Premesso che non sono un critico, ma uno che scrive recensioni di libri, mi sono chiesto anch’io quale sia la mia funzione. E me lo sono chiarito, ier l’altro, con una stupidissima allegoria. Vi siete mai imbattuti nella bella fantasia rinascimentale di una Repubblica delle Lettere, popolata da dotti, poeti e scienziati? Ecco, io la immagino grosso modo come il meeting annuale degli scemi del villaggio in Amore e guerra di Woody Allen, con tanto di cartello all’ingresso “Welcome Idiots”.
Il lettore è come un viandante che si debba destreggiare in un villaggio popolato da megalomani logorroici e attaccabottoni, ciascuno convinto di essere Napoleone o Shakespeare, ciascuno convinto che la storia che ha da raccontare meriti alcune ore del tuo tempo prezioso. Tra questi si nasconde anche il vero Shakespeare, per carità, ma non è così facile identificarlo. A un angolo il viandante/lettore può incappare in un signore mezzo calvo con una barba impresentabile. Che sia Oscar Giannino? Il misterioso vagabondo ti afferra per una manica e ti dice: “Dedicami venti o trenta ore del tuo tempo, devo raccontarti la storia di uno studente che fa fuori un paio di vecchiette”. Accidenti, è Fedor Dostoevskij! Bingo! All’angolo successivo, però, è appostata un’allampanata e occhialuta signorina con i capelli alla Bart Simpson, che ti si avvicina, ti prende sotto braccio e ti sussurra: “Senti a me, non dar retta a quel russo invasato, devo assolutamente parlarti delle lettere di un’attempata signora a sua nipote. Questa non puoi perdertela!”. O mamma mia, ho beccato la Tamaro! Se qualcuno mi avesse avvisato per tempo sarei filato dritto facendo finta di parlare al cellulare.
Ecco, io dovrei essere quel Qualcuno. Non il sacerdote intermediario tra la schiera dei Santi (gli autori) e il popolo dei devoti. Piuttosto, l’amico scaltro che cerca, per quanto possibile, di preservarti da incontri spiacevoli.
Pugilato con l’ombra
Avevo bisogno di un’agenda nuova e vi dirò, non mi dispiaceva affatto l’idea di comprare l’agenda Isbn 2006. È semplice, elegante e per di più viene da un editore di cui apprezzo lo stile grafico e diversi titoli in catalogo.
Quando però ho letto che si annunciava come Allegra agenda dei martiri della chiesa e del capitale, ho storto il naso. Quando poi ho dato un’occhiata al breve testo di presentazione, mi è definitivamente passata la voglia:
“Per contrastare il bigottismo e il liberalismo ottusi e montanti, l’agenda offre un datario dei martiri della chiesa e del capitalismo. Sull’agenda Isbn ognuno dei 365 giorni dell’anno di grazia 2006 ricorda queste vittime. Il rogo di Giordano Bruno e la strage di Bhopal, il ferroviere Pino Pinelli e le vittime del Titanic, il bambino pakistano ucciso a 12 anni per aver denunciato la schiavitù infantile e i migliaia stuprati da preti e cardinali. Tre righe sintetiche ed essenziali affiancate da una piccola icona che simboleggia la tortura subita”.
Sarà, ma in giro io vedo per lo più bigottismo antiliberale. Che poi è una specie di pugilato con l’ombra, dove l’ombra è il famigerato “pensiero unico neoliberale”, un improbabile ectoplasma partorito da chierici in ritiro. Su quest’arcitruffa culturale, rimando al mio trattato bonsai. Insomma, ci s’inventa un coro (o un gregge di pecore bianche) per chiamarsene fuori. Bella irriverenza, così è troppo facile. Rubricare l’anarchico Pinelli tra i “martiri del capitale” è quasi più sciocco che aggiungere il nome del commissario Calabresi in coda al Libro nero del comunismo. E poi, “martiri del capitale”. Che nozione del cavolo.
D’accordo, è solo un’agenda. Non comprandola, cercherò di farne il 366esimo martire del capitale.
Ancora scimmioni
Ho tra le mani un piccolo libro appena uscito, King Kong. La “Grande Scimmia” dal cinema al mito e ritorno di Giovanni Russo. Non l’ho ancora letto, ma la prefazione di Alberto Abruzzese mi ha colpito per il titolo, che suona un po’ come la frase di lancio di un film d’altri tempi: King Kong, ovvero: può il post-umano distruggere il non-umano?
La domanda non è peregrina, dal momento che il barbarico scimmione ci si presenta ora agghindato di tutte le meraviglie del digitale, e che il sublime degli spettacoli naturali – foreste, eruzioni, catastrofi – è oggi insidiato dal sublime tecnologico, in cui l’uomo stesso inscena il suo superamento.
La domanda non è peregrina, ma sospetto che la risposta sia stata già fornita, quasi quarant’anni fa, dal regista giapponese Ishirô Honda in Kingukongu no gyakushu (1967), uscito in Italia come King Kong, il gigante della foresta. In breve, in questo film che a quanto pare ha tutti i crismi della fantascienza post-Hiroshima, il nostro scimmione deve scontrarsi con MechaKong, un gigantesco gorilla robot. Può il post-umano distruggere il non-umano?
Sto cercando di procurarmi il film, appena potrò assistere allo scontro epocale vi terrò informati sul suo esito, e sui destini della nostra civiltà.
Scimmioni mitologici
Non voglio rubare il lavoro all’amico e collega del blog Film, ma ho visto il King Kong di Peter Jackson e ho fatto un paio di riflessioni di cui volevo mettervi a parte. Soprattutto dopo aver letto quanto scrive Luca Sofri su Wittgenstein (12 dicembre): “Mi dispiace per Christian Rocca, ma King Kong è chiaramente un film contro la pretesa di esportare la democrazia con la forza e processare i tiranni locali”.
Quando ho letto queste righe ho capito che insomma, sarò pure un reazionario, ma sono più che certo che i grandi film di genere hollywoodiani vadano letti in chiave mitologica e non storico-politica, se necessario anche contro la conclamata intentio auctoris. Proprio come mi rifiuto di leggere nell’Invasione degli ultracorpi di Don Siegel – straordinaria ripresentazione del mitologema del Doppelgänger – un’allegoria della minaccia comunista e della caccia alle streghe maccartista, così non credo che, in King Kong (sia nel primo, del 1933, che nell’ultimo), il furto della mela da parte dell’attrice destinata a sedurre il gorilla sia solo un banale accenno alla povertà seguita alla Grande Depressione: che l’autore lo sapesse o no, ha rimesso in scena la storia della caduta nel Giardino dell’Eden, la felix culpa della conoscenza che prelude all’avventura in terre lontane ed esotiche. Leggi il seguito di questo post »
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