Il blog di Guido Vitiello

Il dolce stil fico. Breve trattato sul cool

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Cavalcare la tigre del mondo moderno è impresa che può richiedere, all’occorrenza, qualche compromesso. Ancora alla fine degli anni Ottanta, chi avesse cercato in libreria una copia de Il Mistero del Graal di Julius Evola, il cavaliere nero dell’estrema destra esoterica, si sarebbe trovato tra le mani un alieno sbarcato chissà come nell’orbe editoriale, non privo di un suo charme extraterrestre: un libro lustro e bianchissimo, in copertina una spada scabra conficcata nella roccia, il titolo in rosso fuoco e nero scritto con certi caratteracci tetragoni, a un tempo primitivi e militareschi, che riuscivano nel prodigio di evocare in un colpo solo le piramidi azteche e i prodotti dell’emporio dei carabinieri. Chi però avesse cercato lo stesso libro nel 1995, dopo il restyling delle Edizioni Mediterranee, lo avrebbe trovato irriconoscibile, certo meglio acclimatato sul banco del libraio ma anche sperso nella folla anonima degli altri volumi: copertina di cartoncino grezzo color crema, tutta dissimmetrie disposte ad arte in un vezzoso e calcolato disordine da Feng shui, tinte quasi tenui, un calice d’oro al posto dello spadone celtico, prefatori affabili e conversevoli, e soprattutto caratteri sottili, sempre più sottili, in una rincorsa un po’ affannata al minimalismo imperante. Evola, di punto in bianco, era diventato “cool”.

Nello stesso arco di tempo, impercettibilmente, le montature di Gianfranco Fini cominciarono ad assottigliarsi. Ancora nel 1992, all’ultima tornata elettorale della Prima Repubblica, esibiva degli occhialoni a goccia un po’ squadrati, laccati in oro, assicurati sul naso da un ponticello doppio, che gli impacciavano oltre modo il volto già smunto. Gli stessi, per intenderci, che sfoggiava il caratterista Mario Brega in Borotalco di Carlo Verdone, nel ruolo del norcino che prende a cinghiate il fidanzato della figlia, reo di vivere in un attico sciccoso e di intrattenersi con donnine allegre – “pure con le negre!”. Gli stessi che continua a inforcare Umberto Bossi, spavaldamente refrattario a qualsiasi idea di stile, mentre il ministro Maroni vira preoccupantemente verso lo stile Chicco. Già a metà degli anni Novanta, tuttavia, dagli occhiali di Fini era scomparsa la montatura: due lenti tondeggianti tenute assieme da un arco esile esile, quasi invisibile, che lo hanno reso il sosia perfetto dell’omino dei libri for dummies. L’onorevole Bocchino, dal canto suo, segue zelantemente il minimalismo del caro leader e fa del suo meglio, ormai, per aver l’aria di un artista concettuale giapponese o di un architetto ex maoista.

La ricerca politica della moderazione, del centro, della destra moderna, si è accompagnata in questo ventennio a una sorta di Fiuggi estetica, una rincorsa a quella proprietà indefinibile che gli americani chiamano cool, e per la quale noi non abbiamo di meglio che il più gergale “fico”, o “figo”, secondo le varianti regionali. D’altro canto, il cool è legato a filo doppio agli occhiali. Quelli da sole ne sono la quintessenza, forse l’unico tratto estetico permanente nel trascorrere dei decenni e delle mode. Joe Cool – uno dei travestimenti del bracchetto Snoopy – se ne sta appoggiato con nonchalance alla sua cuccia indossando occhialoni neri da motociclista vagabondo. Ecco, magari gli occhiali neri Fini non se li poteva permettere, almeno in un primo tempo, perché avrebbe evocato non tanto i Blues Brothers quanto Vogliamo i colonnelli. Quando si tratta di occhiali e politica, l’etichetta è inflessibile: tralasciando il look da B-Movie fantascientifico di un Kim Jong-Il o di un Gheddafi, gli occhiali da sole sono cool quando a indossarli è Obama o Clinton; erano cool le lenti nere su montature nere di certi militanti delle Black Panthers, e perfino i Ray-Ban del terrorista tedesco Andreas Baader. Ma a destra occhiali neri o fumé equivale, senza scampo, a dittatura militare sudamericana.

Non è un caso. La destra italiana (e non solo) ha tradizionalmente ben poco di fico, ne è anzi la negazione piena, e sulle sedi dell’Msi avrebbero potuto esporre l’insegna: “Qua nessuno è fashion”. È una storia antica, basta rivedersi quella scena de Gli onorevoli in cui Peppino De Filippo, parlamentare missino che si prepara a un’apparizione in tv, è acconciato e infiocchettato da un Walter Chiari nelle vesti di truccatore effeminato, con effetti di tragicomica goffaggine. Se c’è un ambito in cui la sinistra può vantare un’egemonia piena e incontesa non è certo il cinema o l’editoria, come vuole una vulgata piagnona e risentita, ma proprio il cool. A sinistra, il fico è di casa, e il noto magistrato comiziante con occhiali neri e mani in tasca somiglia come una goccia d’acqua allo Snoopy in versione Joe Cool. Ma non è certo la sinistra politica la patria elettiva del fico: è la sinistra culturale. La grande e fallimentare impresa di Walter Veltroni, come direttore dell’Unità prima ancora che come leader di partito, è stata in fin dei conti la conquista del cool. La trasformazione della coscienza di classe in coscienza di target, l’identificazione dell’esser-di-sinistra con un insieme eclettico – leggi: raffazzonato – di consumi culturali: noi siamo quelli del jazz e del bel cinema, di Pollock e di Hemingway, di Warhol e di Kubrick, di Joe Di Maggio e degli album Panini. Siamo la parte più fica del paese, e beninteso siamo anche nel giusto. L’operazione fallì per banali ragioni d’anagrafe, per la sua nostalgia zuccherosa e falsificatrice, e perché non si conquistano i ventenni con i Beatles, le Kessler e le figurine di Pizzaballa.

L’egemonia del cool italiano è in larga parte extrapolitica, non c’è partito che sia riuscito ad attaccarlo al suo giogo. Già a metà degli anni Ottanta, Alfonso Berardinelli aveva osservato l’avanzata di un nuovo ceto: “Un pubblico ipersensibile ad ogni richiamo, che si è riconosciuto, contemporaneamente, nei film di Wim Wenders e di Nanni Moretti, che adora New York e la finis Austriae, che legge e tiene sul comodino Il nome della rosa perché è un libro divertente e istruttivo, che non manca di curiosare ansiosamente tra le pagine di Alfabeta, che consuma in tutte le forme qualsiasi cosa abbia a che fare con Nietzsche e con la psicanalisi, che si porta sempre dietro un libro Adelphi come si porta un distintivo di riconoscimento, che considera il Beaubourg la più alta manifestazione della cultura contemporanea”. Erano i pionieri del ceto egemone del cool. Oggi quel nuovo ceto è ben più folto di allora, ha aggiustato le sue predilezioni, ha colonizzato vaste regioni dell’intrattenimento culturale e si esprime tra l’altro in una galassia di piccole e medie case editrici e in un proliferare di rassegne, festivalini ed eventi culturali che abbinano, che so, un reading letterario a una degustazione di vini biologici o a una sessione di tango argentino. Alessandro Baricco, a non voler far nomi, è stato tra gli araldi di questo cool artistico-letterario, il Re Mida che riesce a rendere fichetta, e dunque al tempo stesso insipida e irritante, qualunque cosa: Gadda e il realismo magico, Rossini e Joyce, Benjamin e Omero. Appena Baricco dice, in quel suo gergo da paninaro colto, che un libro lo fa “godere” o “impazzire”, siamo tentati di posarlo nel piatto disgustati, come davanti a certi fragorosi risucchiatori di cozze.

Ma fermiamoci qui, prima che la nostra sembri quel che proprio non vuol essere, e cioè la sempiterna lamentazione sulla frivolezza dei radical chic, che è venuta a noia più dei radical chic stessi. Non è questione di gauche caviar, o di quella fantomatica “certa sinistra” che si radunerebbe in “certi salotti”: peraltro, niente è meno cool di un salotto al giorno d’oggi, con quella sua persistente aura di austerità impacciata, le sue suppellettili, naftaline e buone cose di pessimo gusto. Un loft o un open space non contempla salotti, anzi poco ci manca che perfino il cesso sia in bella mostra al centro della stanza, tra una bicicletta antica messa a testa in giù e una affiche pubblicitaria della Belle Époque.

Dunque, prima di perdere ogni presa sulle parole e sulle cose, proviamo a sciogliere il grande nodo: che cos’è il fico? L’etimologia non è di grande aiuto: il Battaglia informa che deriva dal latino fica, calco d’una parola greca che già in Aristofane indica l’organo femminile. E così lo definisce: “che piace per la sua bravura, simpatia, bellezza, etc.; sicuro di sé, affascinante”, nel qual senso è usato già da Pasolini e Arbasino. Non è molto. Per nostra fortuna, al di là della Manica o dell’Atlantico prendono con terribile serietà i tanti monosillabi pascolanti sui campi semantici del tempo presente – pop, hip, cult, kitsch, camp – e così intorno al cool è fiorita una letteratura di tutto riguardo, ricapitolata qualche anno fa in un divertente libretto di Dick Pountain e David Robbins, Cool Rules: Anatomy of an Attitude. “Prima di tutto sorge la questione del suo status ontologico: che tipo di entità è il cool? È una filosofia, una sensibilità, una religione, un’ideologia, un tipo di personalità, un modello di comportamento, un atteggiamento, uno Zeitgeist, una visione del mondo?”. Niente di tutto questo, oppure tutto. Si potrebbe dire: è cool tutto ciò che l’individuo cool considera tale, e acconsente con un sorriso smorzato ad accogliere nel suo mondo, o meglio nella placenta che nutre e protegge il suo autismo narcisistico. Sarebbe una tautologia, certo, ma il cool è per sua natura tautologico, come l’Odradek di Kafka rimanda solo a sé stesso, e anzi definirlo è di per sé cosa poco cool: “Il cool è intrinsecamente criticone ed esclusivo: in ultimo può definirsi solo escludendo ciò che non è cool”.

Torna alla mente una vecchia vignetta di Robert Mankoff sul New Yorker, dove una ragazza presenta un amico occhialuto e allampanato a una festa: “Questo è Kevin. Kevin era sfigato quando essere sfigati non era ancora considerato figo”. Dal cool può essere baciata (quasi) qualunque cosa, perfino la canottiera della salute o le calze di spugna nei mocassini, chissà. Il cool è come un paio di virgolette con le quali è possibile isolare e magnificare, diciamo pure redimere, il più umile o abietto dei fenomeni. Assai più del bello, esso risiede in the eye of the beholder, purché il beholder, beninteso, sia fico. Per questo il cool non si identifica con l’una o l’altra moda, con l’uno o l’altro stile estetico, quanto con uno stile di personalità, una disposizione d’animo mista di narcisismo, bamboleggiamento edonistico e distacco ironico. Per usare un conio di Gadda: il cool è menefregoso. Pountain e Robbins lo definiscono come un atteggiamento che consente di camuffare i sentimenti fingendone l’assenza, che impone di affettare indifferenza davanti al pericolo o un blando divertimento a cospetto di un insulto. La sua cifra è la padronanza, l’autocontrollo e una certa inscalfibilità mista a un atteggiamento di sfida. Si è soliti associarlo a quegli adolescenti che smaniano per essere accolti nel clan dei pari ma tagliano ogni ponte con i padri. La sua presa, però, è ben più vasta: “Questo atteggiamento sta diventando il tipo dominante di relazione tra le persone nelle società occidentali, una nuova virtù mondana”, assicurano i due studiosi. “Nessuno vuol più essere buono, tutti vogliono essere cool, e questo desiderio non è più confinato agli adolescenti ma si riscontra in una consistente minoranza perfino di ultracinquantenni che non si sono mai liberati della controcultura degli anni Sessanta”.

Il cool ha umilissimi natali, altro che gauche caviar. Era la maschera di sfida e ribellione impotente degli schiavi tratti dall’Africa che, deportati nelle piantagioni, la esibivano in segno di orgoglio, per preservare una zona franca interiore impenetrabile alle umiliazioni. Per sopravvivere in dignità, insomma, adottarono quella posa di “sangue freddo” che le religioni animistiche degli Yoruba dell’Africa Occidentale chiamavano itutu – secondo molti l’antenato più remoto del cool. Nei primi decenni del Novecento contaminò lo stile (musicale e non) dei jazzisti neri, la Harlem Renaissance, più tardi il Cool jazz; diede il tono negli anni Trenta e Quaranta ai polizieschi hard-boiled di Raymond Chandler o di Dashiell Hammett, dove il detective è una personalità cool quintessenziale; da lì si estese al cinema, al noir soprattutto (Humphrey Bogart, specie quando veste i panni di Philip Marlowe, è fico fino al midollo), e con l’avvento sulla scena di Elvis Presley andò a conquistare anche i ragazzi bianchi di buona famiglia. Era lo stile dei ribelli e degli emarginati – schiavi, prigionieri, dissidenti politici – divenne lo stile dei dominatori e il marchio di un nuovo conformismo, oggi ubiquo.

Se si guarda invece all’albero genealogico del cool europeo, vi si rintraccia del sangue blu: dalla sprezzatura delle corti rinascimentali discende all’ironia dei romantici per poi sfociare nei tanti nomi e nelle tante declinazioni di una sola attitudine, che è venuta a noia a tutti ormai, tant’è logora: il vanitoso stendhaliano, lo snob proustiano, il dandy di Lord Brummell, il blasé simmeliano, e via sbadigliando. Ma è dall’America, non certo dal decadentismo europeo, che è venuta anche qui la nuova ventata fredda – e proprio negli anni della Guerra fredda. Anzi, Pountain e Robbins ipotizzano che ad aver trattenuto il trionfo della personalità e dello stile cool in Europa siano stati a lungo i resti delle vecchie fedi e delle vecchie ideologie: non è cool il fervore patriottico, non è cool la militanza rivoluzionaria vecchio stile, non è cool il cristianesimo; e se avessero occhi per vedere, gli uomini di chiesa capirebbero che la minaccia non viene da una dottrina, il relativismo, ma da uno stile emotivo che prende a modello proprio i “tiepidi” contro cui tuona l’Apocalisse. Non di secolarizzazione dovrebbero parlare, per queste decadi, ma di un principio di glaciazione.

Quando si ragiona su proprietà impalpabili, tra il je-ne-sais-quoi e il presque-rien, anche una conversazione captata per avventura può valere come fonte. E allora, questa è la scena: gruppo di ragazzini sul lungomare, davanti a un cielo al tramonto come non se n’erano visti mai, tutto ruggine e polvere. “Fico”, dice uno di loro. “Già, fico”, chiosa l’altro. Il commento suonava stridente, eppure quanto rivelatore. Proviamo a dipanarne in un discorso compiuto i presupposti e i sottintesi: “La bellezza del tramonto mi colpisce – era come se dicessero – ma al clan dei miei pari mostro che al colpo so reagire con prontezza, che so mettere subito a distanza ironica quell’entusiasmo estetico che, lo sappiamo, è ridicolo e declamatorio come i nostri nonni e le loro arie d’opera strappalacrime, qui nel paese del melodramma. Nello straniare la mia commozione compio un atto di supremazia ironica sulla bellezza, un atto vile certo, che non ha nemmeno il coraggio di sfigurarla od oltraggiarla, ma vuole consegnarla al repertorio delle cose genericamente piacevoli e ammesse nel nostro mondo, che però non devono surriscaldarci fino a farci perdere il controllo, pena il diventare noi stessi troppo caldi, dunque non più cool”. Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri imbozzolati in quella parola-totem.

Sospettiamo che un sensitivo addestrato potrebbe captare bisbigli mentali molto simili nelle sale del Beaubourg o del Moma, tra i padiglioni della Biennale e negli altri santuari dell’estetica contemporanea. Il bello, d’altro canto, non vuol dire quasi più nulla, e l’unico sublime consentito è quello – tipicamente cool – degli sport estremi o del bungee jumping, dove ci si lascia cadere nel vuoto con un’imbracatura di sicurezza. È il cool, oggi, il metro del giudizio estetico. E se fosse ancora tempo di filosofare ed eriger sistemi, un nuovo Kant dovrebbe incuneare tra il sentimento del bello e del sublime questo terzo incomodo o convitato di pietra, appartato in un angolo coi suoi occhiali da sole, temporaneo vincitore tra i due litiganti: l’imperioso, inscalfibile, menefregoso sentimento del fico.

Articolo uscito sul Foglio il 9 luglio 2011 con il titolo Il dolce stil fico.

5 Risposte

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  1. Nel penultimo periodo mi è sembrato di intravedere un Pasolini del ’73 che spiega “qual era il senso del loro (dei capelloni) messaggio silenzioso ed esclusivamente fisico”. Pasolini spiegò cosa volevano comunicare con quei capelli, lei, invece, spiega cosa quei ragazzini presuppongono e nascondono attraverso il “fico”. Il paragone è azzardato ma, leggendo, mi è subito venuto in mente quell’articolo.

    carlovalentino

    luglio 10, 2011 at 4:55 pm

    • Non è affatto azzardato, anzi, la fonte d’ispirazione è proprio quella (sono giorni che ho in mente il “discorso dei capelli”, per via dell’articolo che ho scritto qualche giorno fa). L’altra fonte di ispirazione – fatte anche in questo caso le debite proporzioni (e che proporzioni!) – è il passo in cui Manzoni cerca di esplicitare i pensieri di Lucia costretta a partire. “Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri…” è la chiusa dell’Addio ai monti, che ho voluto così omaggiare.

      unpopperuno

      luglio 10, 2011 at 5:00 pm

      • Forse anche Pasolini pensava ai Promessi sposi di Manzoni…ma credo di no.

        carlovalentino

        luglio 10, 2011 at 6:26 pm

  2. Articolo strepitoso!! Ancora una volta ci dimostri quanto può essere divertente la cultura, grazie Guido!

    Rotilio

    luglio 16, 2011 at 9:53 pm

  3. […] cattolico Tempi mi ha chiesto, lo scorso luglio, di espandere una frase del mio articolo sul cool, Il dolce stil fico, fino a farne un articolo. La frase era questa: “E se avessero occhi per vedere, gli uomini […]


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