Il blog di Guido Vitiello

La giustizia con le figurine

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grassocaselliLa scheda di Pietro Grasso sul sito ufficiale della Nazionale Italiana Magistrati lo descrive come “un centrocampista tatticamente molto attento”, e conoscendo il personaggio non si fatica a crederlo. Gian Carlo Caselli, il suo storico rivale nella corsa per la Superprocura, figura invece – avevate dubbi? – nel ruolo di centravanti di sfondamento. Il fantasista Antonio Ingroia non risulta tra i convocati, e non ce la sentiamo di biasimare il ct: tra dribbling inconcludenti (“non sto facendo un passo indietro, ma un passo di lato”) e imprecazioni lanciate all’arbitro, il pm della trattativa finirebbe per cincischiare davanti alla porta (“devo ancora decidere se tirare o non tirare”) o per farsi parare un rigore da Totò Riina. Non che ci sia una corrispondenza stretta tra tattiche processuali e tattiche di gioco, o tra correnti dell’Anm e schieramenti in campo nella Nim, ma la metafora calcistica torna utile via via che la campagna elettorale della stagione 2012-2013 comincia a prendere l’inedito aspetto di un “derby del cuore” tra magistrati. Ogni forza politica, a turno, pesca il suo straniero in toga, come nelle partitelle tra ragazzini. Tu hai Ingroia? E io mi prendo Stefano Dambruoso. Ah sì? E allora io scelgo Grasso. Alla fine tutti hanno il loro magistrato da tenere in panchina per il ministero della Giustizia, e vince chi mette in campo il più forte. Il Pd, con Grasso, ha fatto il colpaccio.

Ieri il Procuratore nazionale antimafia ha annunciato nella conferenza stampa con Bersani che appenderà “la toga al chiodo”, come gli scarpini. Ma non intende scendere in campo, e neppure salire, o collocarsi a bordo campo: Grasso, lui, “si sposta” in campo. Tutto sta a capire a questo punto dove sia il campo, visto che ciascuno lo colloca a un’altezza diversa. Ebbene, fino a poche settimane fa il campo non c’era neppure: la questione giustizia, con la solitaria eccezione dei Radicali, era la grande assente dei primi scampoli di campagna elettorale. Nei dibattiti tra i candidati alle primarie del Pd le erano stati dedicati, in tutto, la bellezza di zero secondi, e perfino il programma riformatore di Matteo Renzi non offriva, in materia, che qualche benintenzionato balbettìo. Nel Pdl orfano e allo sbando circolavano ipotesi dell’altro mondo, che non si sentivano dai primi anni Novanta, come quella di non candidare gli indagati e delegare di fatto ai pm la selezione della classe dirigente, roba che nemmeno il Borrelli degli anni d’oro. Il centro moderato taceva e sonnecchiava, il centro riformatore proponeva tutt’al più qualche rimedio per migliorare l’efficienza del sistema, e i bambinoni del circo giustizialista agitavano come sonaglini le solite manette. In breve, la desolazione.

Ma la magistratura, come la natura, ha orrore del vuoto. Oggi la questione è di nuovo in campo, e Pietro Grasso ha annunciato di voler avviare nientemeno una “rivoluzione del sistema giustizia”. È un proclama impegnativo, che merita di esser considerato con attenzione, già che il procuratore passa per essere il ministro della Giustizia in pectore di un eventuale governo di centrosinistra. Al momento, in che cosa consista il piano rivoluzionario non è dato saperlo. Qualcosa però se ne può intuire riascoltando la lista dal titolo “Le cose di cui ho bisogno per combattere la mafia” che Grasso recitò sul palco di Fazio e Saviano, ormai un paio d’anni fa. Se non proprio un programma di governo, una diligente elencazione di priorità. Ho bisogno, disse, di risorse, vetture e carta per le fotocopie; ho bisogno che le intercettazioni non subiscano alcuna limitazione; ho bisogno dell’obbligatorietà dell’azione penale, della dipendenza della polizia giudiziaria dal pm, dell’autonomia e indipendenza della magistratura, tutte cose che sono “un patrimonio insostituibile di democrazia”. Non ho bisogno della separazione delle carriere (dal che si deduce che Falcone, poveretto, non aveva le idee chiare sulla lotta alla mafia), non ho bisogno di un Csm separato per il pubblico ministero, non ho bisogno che le sentenze siano appellabili solo dal condannato. Riassumendo: ho bisogno di cose che già ci sono, non ho bisogno di cose che non ci sono e non ci devono essere. E sai che rivoluzione.

Ma l’aspetto più interessante di quella rassegna di rivendicazioni sindacal-corporative avvolte nel solenne manto morale della lotta alla mafia e nobilitate dal richiamo ai suoi martiri era un altro. Ho bisogno, diceva Grasso al primo punto della sua lista, “che la lotta alla mafia sia posta tra le priorità nel programma di qualsiasi partito” (e ci mancherebbe altro) “e che le leggi per contrastarla ricevano voto unanime”. E qui nascono i problemi. Certo, è una frase pronunciata di passaggio e senza ulteriori specificazioni, alto è il rischio di fraintenderla o sovrainterpretarla, ma proviamo ugualmente a esplicitarne il ragionamento sottinteso. Che vorrà mai dire che le leggi antimafia devono essere approvate all’unanimità? Ci sono due possibili letture, e nessuna delle due ci pare troppo rassicurante. La prima: in nome della grande emergenza nazionale della lotta a Cosa nostra, non devono sussistere linee confliggenti di politica criminale, occorre marciare uniti e votare uniti, senza tentennare, senza mugugnare e senza disertare. La seconda: la politica criminale la facciamo (e dobbiamo farla) noi magistrati, i provvedimenti legislativi ci servono come munizioni sul fronte della guerra alla mafia, il parlamento fornisca le armi giuridiche che riteniamo necessarie. Nel primo caso, dunque, il tipico unanimismo emergenziale italiano, sottilmente ricattatorio; nel secondo, il riconoscimento dell’irrilevanza, o della subordinazione, della sfera politica. In entrambi i casi, la magistratura vince la partita. E va bene che Grasso parlava con la toga non ancora al chiodo, ma queste avvisaglie, per quel che contano, non lasciano ben sperare.

Come stupirsene, d’altronde? Dove la politica latita, la magistratura supplisce: ma stavolta si può dire che i nostri partiti in crisi di legittimazione se la stanno proprio cercando. La candida utopia del medico ministro della Sanità o del tranviere ministro dei Trasporti diventa, applicata alla giustizia, un clamoroso autogol. E la ragione è così semplice che la si può svolgere in un sillogismo: in Italia non è pensabile nessuna seria riforma della giustizia con il consenso, o addirittura la collaborazione attiva, della magistratura associata; il prossimo ministro della Giustizia potrebbe essere un magistrato prestato alla politica, poco importa se centrocampista, mezz’ala o centravanti; ergo, non possiamo aspettarci una vera riforma, figuriamoci una rivoluzione. L’unica rivoluzione che ci resta è quella orbium coelestium, già che l’occasione di cambiare la giustizia nel nostro paese si presenta all’incirca con la stessa frequenza della cometa di Halley. Mettiamoci l’anima in pace, amici garantisti, e aspettiamo il prossimo passaggio del 2061.

Articolo uscito sul Foglio il 29 dicembre 2012.

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