Il blog di Guido Vitiello

Il testamento tradito di Gerardo Chiaromonte

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Chiaromonte“La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto ‘al momento giusto’”, diceva Elias Canetti. Forse non mostruosa, ma certo terribile e vana, è anche la frase inversa: qualcuno è morto al momento sbagliato. Eppure, a rileggere oggi I miei anni all’Antimafia 1988-1992, il dattiloscritto incompiuto di Gerardo Chiaromonte pubblicato nel 1996 dall’editore Calice con prefazione di Giorgio Napolitano, si è attraversati a ogni pagina da quel pensiero insensato. Chiaromonte morì il 7 aprile del 1993. Dell’ultimo libro, e postumo, di un uomo pubblico si è soliti dire che è un testamento; si omette di precisare che un testamento letterario è, per definizione, un insieme di disposizioni che gli eredi si guarderanno bene dal tenere in conto.

Il tono dominante di quei ricordi della Commissione antimafia, che Chiaromonte presiedette nel periodo cruciale culminato con le uccisioni di Falcone e Borsellino e con l’avvio di Mani pulite, è il rammarico. Rammarico di chi vede il proprio partito – il Pci, poi il Pds – correre all’abbraccio con la Vergine di Norimberga delle avanguardie giudiziarie e delle loro appendici politico-giornalistiche. Se il memoriale del senatore migliorista è un documento così unico, è perché consente di assistere, passo dopo passo, a quella lunga discesa nel buio. Chiaromonte annota la sua “angoscia” – usa questa parola – quando una parte dei suoi compagni si accoda alla Rete di Leoluca Orlando nella campagna contro Falcone. E si avvilisce quando i dubbi del magistrato sul “terzo livello” politico di Cosa nostra provocano l’ira non solo di Orlando, ma “purtroppo anche di quegli esponenti del Pds che, in modo assai schematico, parlavano e sparlavano di cose di mafia”.

Se quello di Chiaromonte è un testamento, va contato tra i “testamenti traditi” di Kundera. I suoi moniti sono tutti caduti nel vuoto; sulla forma mentis inestirpabile dei giudici prestati alla politica (“i magistrati, anche quando cambiano funzione, non cessano mai di voler fare il loro mestiere iniziale”), sul rischio che la Commissione diventasse la sede di una giurisdizione parallela politico-mediatica, sull’illusione di combattere la mafia con il fanatismo dell’emergenza anziché con le armi del diritto. Il dattiloscritto si interrompe su un aneddoto: Chiaromonte fotocopiò le pagine di Gramsci su Pirandello per donarle a Borsellino, che si era convinto che i paradossi del drammaturgo fossero perfino scarsi di fantasia rispetto all’insondabilità della Sicilia. Non è una conclusione, ma è difficile immaginarne una migliore.

In appendice erano riportati gli articoli che Chiaromonte scrisse per l’Unità all’epoca di Mani pulite, dettati dalla lungimiranza di chi vede imboccare una strada sbagliata che, per giunta, va a finire contro un muro: “La via giudiziaria non può essere sufficiente a riformare il sistema politico o quello imprenditoriale, ma deve soltanto condurre a individuare e a perseguire reati e responsabilità personali (…). Sempre però rispettando, nel modo più scrupoloso, i diritti e la dignità di tutti i cittadini”. In un clima da guerra civile, Chiaromonte tentò una terza via tanto nobile quanto, nei fatti, impraticabile (la stessa che scelse, a suo modo, Marco Pannella): difendere la dignità del Parlamento rispettando l’azione della magistratura in un quadro definito di divisione dei poteri. Quando il capo del pool intervenne contro la prospettata “soluzione politica” di Tangentopoli, Chiaromonte lo sfidò apertamente: “No, procuratore Borrelli, questo Lei non può e non deve farlo. Mi permetta di difendere, con la stessa forza con la quale Lei difende l’autonomia della magistratura, la sovranità del Parlamento”. E ancora: “È mai possibile che se l’onorevole Martinazzoli parla, come senatore, a Palazzo Madama, il giudice Borrelli sente il bisogno di rispondergli il giorno dopo? Ma in cosa si trasformano così? In un direttore di quotidiano o in un esponente politico?”.

La frase più insensata e terribile di tutte: qualcuno è morto al momento sbagliato.

Articolo uscito sul Foglio il 9 aprile 2013

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