Il blog di Guido Vitiello

Pensare con le mani, ma senza guantoni da boxe

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ROUGEMONT_1936_Penser_avec_les_mains_cover_first_editionIn generale, direbbe la buonanima di Catalano, meglio aver ragione che aver torto. In subordine, meglio aver ragione con Aron che torto con Sartre. Anche perché lo slogan inverso, così caro ai contestatori, aveva appunto quel tono pubblicitario, invasato e sottilmente ricattatorio tipico degli editti di Sartre (“Ogni anticomunista è un cane!”). Storie vecchie, passate in giudicato. Ma ecco, al di là delle ragioni e dei torti, il vantaggio di Aron era in quell’elemento di salutare buffoneria illuministica che lo faceva sentire parte in commedia, o meglio nella “caricatura della commedia rivoluzionaria” che era stato il maggio parigino, dove ciascuno si era scelto la sua maschera: “Io ho recitato la parte di Tocqueville, cosa certo un po’ ridicola, ma altri hanno impersonato Saint-Just, Robespierre o Lenin, il che a conti fatti era ancor più ridicolo”. L’engagement senza un po’ di senso del teatro – comico o tragico – traligna in fanatismo e in fessaggine.

A questo pensavo, e all’ormai ventennale psicodramma italiano, leggendo l’ultimo MicroMega dedicato agli intellettuali e l’impegno. In copertina l’immagine di Sartre è sovrastata da quella di Camus, che giganteggia. E certo è meglio aver ragione con Camus che torto con Sartre, già che l’autore di Caligola aveva anch’egli un senso assai teatrale della scena pubblica. In una conferenza tenuta ad Atene nel 1955, Sur l’avenir de la tragédie, Camus distingueva la tragedia, scontro di due forze entrambe legittime, dal melodramma, dove la legittimità spetta a una parte sola: “La formula del melodramma potrebbe essere, in sintesi: ‘Questo solo è giusto e giustificabile’, e la formula tragica per eccellenza: ‘Tutti sono giustificabili, nessuno è giusto’. Per questo il coro delle tragedie antiche dà sempre consigli di prudenza. Perché sa che entro certi limiti tutti hanno ragione, e chi per accecamento o passione ignora questi limiti corre alla catastrofe per far trionfare un diritto che crede di essere il solo a detenere”.

Ecco, mi son detto, il povero Camus è finito sulla copertina sbagliata, costretto a prestare il suo bel volto al libretto di un melodramma concitato e indignato. Non è un caso che Flores d’Arcais, tracciando a grandi linee una genealogia dell’impegno, salti da Zola a Sartre come se nulla vi fosse in mezzo. E invece qualcosa c’era, e anzi il senso più schietto dell’engagement, ricordava Denis de Rougemont – il teorico del “pensare con le mani” – non era quello sartriano ma quello, pressoché opposto, che gli avevano dato i personalisti di “Esprit” negli anni Trenta (con cui Camus ebbe più di una consonanza). L’argomento è lungo, lo spazio è breve, e basta appena per un paio di citazioni. Emmanuel Mounier, Le personnalisme, capitolo sull’engagement, a proposito della tragicità dell’azione: “Apprendiamo che il campo del bene e il campo del male raramente si oppongono come il nero al bianco, che a dividere la causa della verità dalla causa dell’errore è a volte lo spessore di un capello. Non tremiamo a conoscere e combattere apertamente le debolezze della nostra causa, conosciamo la relatività di ogni azione, il pericolo permanente dell’accecamento collettivo, la minaccia degli apparati e dei dogmatismi; ci rifiutiamo di sostituire al dilettantismo dell’astensione il dilettantismo dell’adesione”. Meglio ancora, e con più senso del tragico, il grande Paul-Louis Landsberg (Réflexions sur l’engagement personnel): “Conviene prima di tutto identificarsi con gli antagonismi laceranti che contiene la situazione. Ogni comprensione dell’avversario ha come condizione questa identificazione con la totalità di una situazione nella quale la decisione contraria non era meno possibile di quella che adottiamo. Chi sceglie una causa senza aver conosciuto questa lacerazione preliminare non s’impegna in modo libero e giusto”.

Prendete queste poche frasi, e confrontatele con MicroMega in senso stretto e con MicroMega in senso lato. Tiratene la morale che volete, io vi propongo questa: “pensare con le mani” va bene, ma diffidare di chi ha le mani pulite solo perché indossa sempre guantoni da boxe. E soprattutto, ridere di chiunque predichi l’impegno senza sentirsi almeno un poco parte in tragedia.

Articolo uscito sul Foglio il 19 settembre 2013 con il titolo L’impegno è tragedia.

Written by Guido

settembre 20, 2013 a 12:13 pm

3 Risposte

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  1. Sartre non basta criticarlo, bisogna anche non averlo letto!

    eliaspallanzani

    settembre 20, 2013 at 12:48 pm

    • Sono molti di più gli aroniani che hanno letto Sartre dei sartriani che hanno letto Aron.

      unpopperuno

      settembre 20, 2013 at 12:50 pm

      • Quando si parla di Sartre ci torna sempre in mente un vecchio e perfido articolo di F&L, “Il vecchio giubbotto del professor Sartre”.

        eliaspallanzani

        settembre 20, 2013 at 1:41 pm


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