Il blog di Guido Vitiello

Rudimenti di una teoria politica della gaffe

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Hai voglia a salire e ridiscendere tutti i gradini dell’esprit de l’escalier, ci sono passi falsi sociali da cui non c’è speranza di riaversi: si resta a terra azzoppati a ruminare e a maledirsi per l’eternità. Il caso più clamoroso di cui abbia notizia è quello di un mio amico capitato, molti anni fa, tra i convitati di una festicciola in casa di una semisconosciuta. Orbitava spaesato intorno al tavolo con le patatine e le bibite, senza trovare un bandolo, un appiglio, un varco per mescolarsi con la comitiva, quando arrivò una telefonata straziante: un amico della festeggiata era morto, appena diciottenne, in un incidente stradale. Lui, che se ne stava al margine della conversazione col suo bicchiere di plastica in mano, forse acquattato dietro una grande pianta, riuscì a captare qualche brandello di frase, e si persuase non ricordo come che la vittima dell’incidente fosse il gatto della padrona di casa. Gli parve l’occasione per uscire dall’ombra. Si accostò alla ragazza in lacrime e le disse, con le migliori intenzioni del consolatore: “Non essere triste, in fondo è vissuto abbastanza. Pensa, il mio gatto è morto a quindici anni”. Ecco, dopo una sortita così gloriosamente infelice non esiste riabilitazione, perlomeno in terra. Anche perché i tentativi affannosi di riscattarsi da una gaffe generano di solito gaffe di secondo e terzo grado, ed è un peccato che non esista un verbo per descrivere questo inabissarsi nell’inferno sociale, neppure una di quelle parole tedesche composte lunghe come trenini.

“Certe fedine penali non torneranno mai del tutto pulite”, osserva Giuseppe Manfridi in un libro pubblicato da La Lepre che si chiama Anatomia della gaffe. L’unica via di riscatto, a suo dire, è che il gaffeur scelga di considerarsi come un paladino della verità che squarcia le ipocrisie dei rituali sociali, come un eretico nella chiesa del salotto buono. Via tortuosa, ma dalle sottili implicazioni politiche. Una teoria politica della gaffe, che io sappia, attende ancora di essere scritta, e il libro di Manfridi, pieno di aneddoti e di aforismi e di formulazioni in odore di teologia, può fornire un buon punto d’appoggio. Molta carne al fuoco viene dai romanzi – è Proust il grande fenomenologo del faux pas sociale – ma la migliore intuizione la si rintraccia in una pagina di Manzoni, quella in cui l’espressione “far l’orecchie da mercante” è pronunciata da un commensale in presenza di Fra Cristoforo, che non vuole sentir nulla che gli ricordi i suoi trascorsi mercantili, considerati disdicevoli. La descrizione delle reazioni a questo momento di imbarazzo abissale è un capolavoro di penetrazione psicologica e sociologica, ed è qui che Manzoni lascia cadere la definizione perfetta della gaffe: “piccolo scandolo”.

Scandalo, ossia occasione di rivelazione ed evangelica pietra d’inciampo. E c’è chi si diverte a cospargere con simulata svagatezza il proprio cammino di questi sassolini, come Pollicino. Il nostro massimo gaffeur politico non c’è neppure bisogno di nominarlo, ma ha avuto tra i suoi dipendenti un glorioso antesignano, come scrive Manfridi: “Mike Bongiorno sta ai suoi innumerevoli e sconsiderati epigoni così come un primigenio tempio greco sta ai suoi tardi rifacimenti romani”. La gaffe deliberata travestita da inciampo casuale è il miglior modo per ravvivare il fuoco spento della provocazione avanguardistica e spargerlo sulla materia infiammabile dei social network, ora che non c’è più una borghesia da épater. Da qui sorge il teatrino del politicamente corretto e del politicamente scorretto, ossia del simmetricamente imbecille. Anche questo meccanismo si logorerà, c’è da scommetterci, ma intanto l’ascesa di Donald Trump riveste, in una storia della gaffe interpretata come storia sacra, l’importanza di un Secondo Avvento, o meglio l’affermarsi della Grande Bestia apocalittica. Segno che non ci sono buoni esorcisti in circolazione.

Articolo uscito sul Foglio il 7 maggio 2016 con il titolo Simulata, deliberata, avanguardista. La gaffe come antidoto all’ipocrisia

Written by Guido

maggio 11, 2016 a 9:46 pm

Una Risposta

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  1. La scanzonata dissacrazione di ogni cosa in cerca di un fondamento e l’esibizione danzante del potente ritorno alla radice di ogni lessico così da scioglierlo in significati utili alla cazzonata sono, sinceramente, esausti; tanto come mezzo di contenuto che come stile. Puoi fare di meglio, approdare su altri lidi. Provaci!

    |\quasiscrive/|

    maggio 30, 2016 at 10:15 pm


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