Guido Vitiello

Posts Tagged ‘Umberto Eco

“Dovrebbe accadere un cataclisma” (piccolo angolo della paranoia)

with one comment

Schermata 2017-03-08 a 12.28.02.png

Dal Pendolo di Foucault, capitolo 30, pagina 161: “Lo incatenano nell’isola di Patmos e il poveretto incomincia ad aver le traveggole, vede le cavallette sulla spalliera del letto, fate tacere quelle trombe, da dove viene tutto questo sangue… E gli altri a dire che beve, che è l’arteriosclerosi… E se fosse andata davvero così?”. L’apostolo Giovanni sarebbe dunque uno di quei tipi strambi che non mancano mai in un buon thriller fantapolitico, l’ubriacone paranoico con la testa piena di congetture che vive in una stamberga tappezzata di ritagli di giornale, fotografie, appunti scarabocchiati, frecce che connettono tutto con tutto secondo leggi imperscrutabili di causalità. Se fossimo in un film, però, il finale sarebbe facile da prevedere: una mattina tutti si svegliano al suono delle trombe dell’Apocalisse e capiscono che il pazzo aveva ragione. Bene, tenete presente questa premessa quando mi ritroverete con la barba sfatta, tra portacenere traboccanti e lattine di birra accartocciate, ai piedi di una grande bacheca di sughero. Sotto la scritta a pennarello “Segni dei Tempi 1992-2017” noterete alcuni foglietti strani. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

marzo 8, 2017 at 12:30 pm

Guarire dalla letteratura

with 2 comments

CcD5Z8fW4AAAqJr

Guido Gozzano si diceva corroso dalla “tabe letteraria”, ma a ucciderlo fu la tubercolosi. Differenza di poco conto, se diamo retta al Piccolo dizionario delle malattie letterarie di Marco Rossari, pubblicato dalle edizioni Italo Svevo con un’esilarante prefazione di Edoardo Camurri. Alla lettera T troviamo questa definizione: “Tubercolosi: posa alla Thomas Mann”. E in effetti il mondo letterario emerge da questo manualetto diagnostico come un vasto sanatorio Berghof dove s’incontrano degenti afflitti dai mali più strani, dalla Bukowskite (“malaugurata tendenza a credersi scrittori in seguito a una colossale sbornia”) al complesso di Henry Miller (“tendenza a scrivere molto di sesso quando se ne fa poco”), dal disturbo di Eco (“singolare tendenza nel paziente a far parlare tutti i personaggi come un professore di semiotica”) alla Gomorrea (“malattia venerea contraibile con impegno. Sintomi: ipertrofia della prosa, ridondanza retorica, forte propensione all’orazione civile”). C’è poi l’Arbasinismo (una sorta di emorragia che comporta “gravi perdite di nomi, cognomi, eventi, luoghi, facezie, couplets, bon mots”), la sindrome di Salinger (“terribile squilibrio che spinge il paziente a isolarsi, sebbene nessuno lo stia cercando”), l’emicrania di Pynchon (“disturbo dovuto alla dispersione dei personaggi”), il morbo di Franzen (“disturbo della percezione che spinge a rigettare ogni forma di modernità in quanto ipoteticamente nociva per la scrittura”). Leggi il seguito di questo post »

Su una Nave di Teseo battente bandiera liberiana

with one comment

Schermata 2015-11-30 a 17.57.06
Un bel giorno, senza dire niente a nessuno, il professor Eco optò per il mare, e si imbarcò su una Nave di Teseo battente bandiera liberiana. Cosa trasportasse quella nave non lo sapeva ancora, e neppure conosceva la rotta; ma per fortuna chi la sera tira tardi leggendo Kant ha sempre con sé almeno due bussole, il cielo stellato e la legge morale. “Mio nipotino mi ha chiesto: ‘Nonno, perché lo fai?’. Gli ho risposto: ‘Perché si deve’”. È l’avvio di tante storie partigiane, la fresca sventatezza che è privilegio della gioventù, il singhiozzo smorzato in gola di chi parte bisaccia in spalla perché qui si fa l’Italia, l’azzardo generoso dell’esordiente che ha tutto da perdere eppure è disposto a giocarsi il suo piccolo gruzzolo. “Velleitari?”, chiede il cronista Francesco Merlo, il primo embedded della nave. “Peggio, siamo pazzi”. Perché non chiamarla allora Narrenschiff, la nave dei folli di Sebastian Brant e delle feste medievali, immagine così cara all’Eco del Pendolo di Foucault e degli studi sull’ermetismo? La Nave dei Folli, questo sì che sarebbe un bel nome per un editore, un nome bibliofilo e squinternato a un tempo (su, che fate in tempo a cambiarlo). Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

novembre 30, 2015 at 6:11 pm

Il buon selvaggio televisivo

leave a comment »

ruota-fortuna-renziQuando pensano a Matteo Renzi non gli viene in mente nulla. O meglio, gli vengono in mente frasi come questa di Rino Genovese, filosofo: “Matteo Renzi è il nulla. Lo dico con cognizione di causa per averlo incontrato una volta, ormai diversi anni fa, alla presentazione fiorentina di un libro”. L’articolo, scritto a commento delle primarie del 2013, si è guadagnato un posto nel mio sciocchezzaio per molte ragioni. Per la comicità (involontaria) che si sprigiona dall’attrito tra la perentorietà dell’affermazione e l’irrisorietà del pretesto; per la boria senza limiti; perché mi ha fatto venire i capelli bianchi alla prospettiva di vent’anni di antirenzismo come copia iperrealista dell’antiberlusconismo; perché questo trattar Renzi da tabula rasa mi ha rivelato con una chiarezza senza precedenti una posa che di precedenti ne ha molti, e uno più ferale degli altri, la “Fenomenologia di Mike Bongiorno” di Umberto Eco. Leggi il seguito di questo post »

L’audace colpo dei soliti gnostici

leave a comment »

ja_eddie_dom_rgb_2764x4096Sono andato al cinema a vedere i soliti gnostici, o meglio i soliti gnostici vent’anni dopo. I fratelli Wachowski avevano già fatto caccia grossa tra le eresie dei primi secoli cristiani per la trilogia fantascientifica di Matrix, e con questa nuova space opera, Jupiter, continuano il loro sacco di Alessandria d’Egitto. Prometto di non fare spoiler, sebbene non ci sia granché da rovinare. Basterà dire che l’eroina eponima del film, Jupiter, è una Cenerentola gettata nel nostro cosmo tenebroso e qui costretta a pulire i cessi, ma è anche la Sophia delle antiche cosmogonie gnostiche, l’eone femminile della divinità, una regina che si è dimenticata di esser tale; i suoi figli si contendono l’eredità, e il malvagio primogenito, nel terrore che Jupiter si ricordi della sua natura e rivendichi i suoi diritti regali sulla Terra, le scatena contro arconti, bravacci e sicari di ogni specie. La dinastia regnante si chiama, neppure a dirlo, Abrasax, il nome del principio divino in sistemi gnostici come quello di Basilide.
Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

febbraio 21, 2015 at 11:00 am

Il pendolino di Foucault

with one comment

Arcimboldo_VegetablesSono sceso dal pendolino di Foucault, una tratta più breve della Napoli-Portici, e ancora non so bene che cosa ho visto dal finestrino. A colpo d’occhio il paesaggio, in questo Numero zero, era lo stesso del Pendolo – la redazione squinternata di intellettuali déclassés e di ambiziosi delusi, il grande complotto, il mitomane assassinato, le liste vertiginose e petulanti, il riciclaggio forsennato di bustine di Minerva. E allora com’è che non ho l’impressione di aver letto un romanzo? Intendo: quella cosa con i personaggi, gli ambienti, lo stile, una trama di qualche interesse? Un romanzo dove manca tutto questo è come la casa in via dei Matti della canzone per bambini, senza soffitto e senza cucina, dove non c’era il letto né il pavimento, che Sergio Endrigo collocò opportunamente, o profeticamente, proprio al numero zero. In un impeto di suicidio commerciale Bompiani avrebbe potuto capovolgere la celebre formula di turlupinatura del lettore (“un saggio che si legge come un romanzo”) e aggiungere, in una fascetta editoriale: un romanzo che si legge come un saggio. Ma neppure sarebbe stato vero. Non c’è una tesi, una lezione riconoscibile nel libro, se ne possono cavare diverse e confliggenti, ma non per virtù di ambiguità letteraria, per vizio di accozzaglia culinaria. Eco dice che il suo è un Arcimboldo, modo appena velato per dire minestrone, e segnalo a chi vorrà occuparsene una chiave di lettura promettente: in breve, Numero zero è l’atto finale di autocannibalismo di un autore che, fagocitato lo scibile umano, comincia a divorare pezzo per pezzo sé stesso e la sua opera come il contadino affamato di Dario Fo. Siccome lo chef è “a vista” – pare sia la regola, nei ristoranti pretenziosi – la preparazione della zuppa autofaga non è un gran bello spettacolo. Leggi il seguito di questo post »

Attenti a quei P2. Contro gli azionisti di provincia

with 13 comments

AttentiP2Quando sento la parola P2 metto mano alla P38, e capirete bene che in giorni come questi i miei pruriti di giustiziere sfiorano la pericolosa soglia Taxi Driver. Ma è prudente tenersi i colpi in canna e spostare l’appuntamento con il barbiere per il taglio alla moicana, perché a quanto pare attorno al Piano di rinascita democratica di Matteo Renzi si prepara la battaglia finale, l’Armageddon tra lo Stato e l’Antistato, o più esattamente, come ha scritto Sandra Bonsanti in una pagina allucinata sul sito di Libertà e Giustizia, tra Berlingueriani e Piduisti. Ora, l’argomento dell’ispirazione piduista delle riforme – all’incirca di tutte le riforme – è usato così spesso che ci siamo abituati a considerarlo una cosa normale, accettabile in società, una cosa di cui persone sane di mente possano seriamente discutere. Ma sappiamo bene che non è così, è un’illusione ottica indotta dal fatto che a spararle grosse non è solo la nursery dei grillini o dei travaglini, ma anche gente alfabetizzata come Franco Cordero, Barbara Spinelli, giù fino a Roberta De Monticelli. Nei termini teologico-esoterici che gli sono più congeniali, Zagrebelsky parla di un “piduismo perenne”, e Lerner (che a questo giro si è sganciato dalla compagnia) di una “eterna P2 abbarbicata al potere italiano”: entrambi omaggiavano nell’occasione un libro della Bonsanti, Il gioco grande del potere, che a detta di Carlo De Benedetti dovrebbe essere adottato nelle scuole, così anche i piccini saprebbero che la P2 regna tuttora. Ma una puttanata ripetuta cento volte, foss’anche da personaggi emeriti, diventa tutt’al più un’emerita puttanata, e volerla ammannire addirittura agli scolaretti non fa onore a gente che vive con l’assillo della pedagogia nazionale e della riscossa civile degli italiani. Leggi il seguito di questo post »

Pifferi e tromboni

leave a comment »

The_Pied_Piper-134493170-large

Chi ben comincia è già a metà dell’opera. Gran bella frottola, e che sia attestata in Orazio non la rende meno frottola. Soprattutto, un alibi formidabile per noi pigri. Io, per esempio, ho un carnet di titoli eccellenti per libri che non scriverò mai. Due riguardano gli intellettuali italiani nell’ultimo ventennio. Il primo si riallaccia a Julien Benda: Il rodimento dei chierici. Si tratterebbe di mostrare come le passioni politiche, via via degenerate in accanimenti, poi in ossessioni, infine in ripicchi e capricci puerili abbiano portato all’accartocciarsi su di sé, se non all’incarognirsi, di scrittori un tempo stimabili (l’esempio più doloroso è la prosa ormai ideologicamente e stilisticamente rattrappita di un Cordero). L’altro libro congetturale, Compagni che sballano, dovrebbe invece descrivere l’effetto blackjack per cui molti intellettuali di persuasioni un tempo robuste, nel vano tentativo di battere il banco, hanno giocato a vanvera tante di quelle carte da perdere la posta; la posta, s’intende, del loro senno e di quel che restava della loro credibilità (vedi Asor Rosa che chiama il 112). Leggi il seguito di questo post »

Quando penso a Umberto Eco, non mi viene in mente nulla.

with 4 comments

Quando penso a Umberto Eco, non mi viene in mente nulla. Possibile? Eppure ho letto tutti i suoi libri (salvo quello dell’ornitorinco), alcuni li ho letti due volte, alcuni perfino studiati. E non solo l’Eco ufficiale, anche quello apocrifo e semiapocrifo, che è il mio preferito, il coautore-ombra di Come farsi una cultura mostruosa, libro-quiz di Paolo Villaggio, o l’ispiratore del soggetto di Quando le donne avevano la coda di Pasquale Festa Campanile. Nulla, nemmeno un mozzicone di frase. Dell’Eco intellettuale pubblico, intendo. Eppure è da lui che ho appreso l’esistenza di una cosa antica chiamata mnemotecnica, e di un tale chiamato Raimondo Lullo. Che strano, con altri funziona a meraviglia. Se mi dimentico di Pier Paolo Pasolini, ho pronta una lista di parole chiave: scomparsa delle lucciole, romanzo delle stragi, discorso dei capelli, rivoluzione antropologica. Se Leonardo Sciascia mi cade dalla memoria, lo riacciuffo al balzo con l’affaire Moro, i professionisti dell’antimafia, le manette al posto della bilancia, la lite con Guttuso sull’ortodossia di partito. Lo stesso potrei fare con Elio Vittorini, con Ignazio Silone e anche con tanti altri che mi sono meno congeniali. Possibile che in cinquant’anni di articoli, interventi, polemiche e rubriche Eco non abbia detto nulla? L’ipotesi è spaventosa, dev’essere senz’altro una falla del mio sistema mnemotecnico. Chiedo aiuto agli amici che hanno più fosforo in zucca. “Ma dai, non ti ricordi di quell’intervento sull’Ur-Fascismo sempre in agguato, una specie di fascismo perenne e perennemente strisciante?”. Sì, mi dice qualcosa, ma dov’era? Forse nel Superuomo di massa, tra Tarzan, Rocambole e Arsenio Lupin? Stava parlando di romanzi d’appendice fantapolitici? “No, pare dicesse sul serio”. Ah. Un altro amico mi ricorda di quella volta in cui scrisse che una buona metà dell’elettorato italiano aveva una visione del mondo da Migrante Albanese, abbindolato dalla tv, refrattario alla cultura, pronto a comprare qualunque giornale di destra o di sinistra purché ci fosse un sedere in copertina. Caspita, forte questa, ma dov’era, nel Diario minimo? Per caso in quella satira spassosissima in cui sfotteva gli intellettuali apocalittici che denigravano l’“uomo-massa”, facendo finta che fossero filosofi greci e chiamando Elémire Zolla “Zollofonte”? No, mi dice l’amico, era un solenne referendum morale che sottopose alla nazione alla vigilia delle elezioni del 2001. Ah però. Ancora nulla. Un terzo amico, più informato, cerca infine di risvegliarmi la memoria con il bell’articolo che Eco scrisse nell’occasione negromantica della riapertura di Alfabeta. Era un elogio dell’intellettuale come ficcanaso e grillo parlante, libero e disorganico, e vi si leggeva che “il vero intellettuale è anzitutto colui che sa criticare quelli della propria parte, perché per criticare il nemico bastano gli uomini dell’ufficio stampa”. E allora, come per incanto, ho capito perché pensando a Umberto Eco non mi viene in mente nulla.

Articolo uscito sul Foglio il 5 gennaio 2012 con il titolo Festeggiare gli 80 anni di Umberto senza riuscire a ricordarsi nulla di lui

Chi vuol salvare la propria faccia la perderà

with 4 comments

Judex ergo cum sedebit, quidquid latet apparebit. Quando il Giudice si assiderà, ogni cosa nascosta sarà svelata. Così annuncia il Dies Irae, e messa in questi termini la faccenda suona piuttosto minacciosa. Se però non ci lasciamo suggestionare da tutto quel kitsch medievaleggiante che abbiamo in testa a forza di codici da vinci e nomi della rosa, da tutte quelle schiere nere di monaci incappucciati che intonano il lugubre babau del gregoriano, capiremo che c’è poco da temere dal giorno del Giudizio: lassù nei Cieli le carriere sono separate dall’origine dei tempi, alleluia! Satana è, in ebraico, l’Accusatore, e come non bastasse deve chiedere il nullaosta al padreterno per avviare l’azione penale, che sia per tribolare Giobbe o per “vagliare i discepoli come si vaglia il grano”. Sul banco della difesa sta invece lo Spirito Santo, che il greco della Bibbia chiama il paracleto, e cioè l’Avvocato; dal che si deduce che la bilancia della giustizia ultraterrena pende alquanto sul lato della difesa. La terzietà del giudice non è assicurata, essendo questi tutt’uno con il difensore (è assicurata la sua trinità, che è cosa un po’ diversa). Un grande teologo volle pure ricavarne che, per grazia del divino garantismo, le carceri infernali potrebbero essere vuote, senza bisogno di amnistie a maggioranza qualificata. Così in cielo; quaggiù in terra le cose vanno a rovescio, almeno nella nostra aiuola: le carceri sono infernali proprio perché straboccano, l’accusatore e il giudice vanno assieme a braccetto al circolo del tennis e l’ingranaggio giudiziario ronza così spesso a vuoto che non sappiamo mai cosa partoriranno i suoi stridori, se la verità o l’errore. Leggi il seguito di questo post »