Guido Vitiello

Posts Tagged ‘Piercamillo Davigo

“Dovrebbe accadere un cataclisma” (piccolo angolo della paranoia)

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Dal Pendolo di Foucault, capitolo 30, pagina 161: “Lo incatenano nell’isola di Patmos e il poveretto incomincia ad aver le traveggole, vede le cavallette sulla spalliera del letto, fate tacere quelle trombe, da dove viene tutto questo sangue… E gli altri a dire che beve, che è l’arteriosclerosi… E se fosse andata davvero così?”. L’apostolo Giovanni sarebbe dunque uno di quei tipi strambi che non mancano mai in un buon thriller fantapolitico, l’ubriacone paranoico con la testa piena di congetture che vive in una stamberga tappezzata di ritagli di giornale, fotografie, appunti scarabocchiati, frecce che connettono tutto con tutto secondo leggi imperscrutabili di causalità. Se fossimo in un film, però, il finale sarebbe facile da prevedere: una mattina tutti si svegliano al suono delle trombe dell’Apocalisse e capiscono che il pazzo aveva ragione. Bene, tenete presente questa premessa quando mi ritroverete con la barba sfatta, tra portacenere traboccanti e lattine di birra accartocciate, ai piedi di una grande bacheca di sughero. Sotto la scritta a pennarello “Segni dei Tempi 1992-2017” noterete alcuni foglietti strani. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 8, 2017 at 12:30 pm

Gabriele Arcangelo come ufficiale giudiziario (Mani bucate, 5)

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Quando l’uomo con il portamonete incontra la vecchina con la bancarella di libri, l’uomo con il portamonete è spacciato. Se poi la vecchina (per modo di dire) è una di quelle maestose e adorabili matrone romane che chiamano tutti gli uomini sotto i sessantacinque anni “bello de nonna” o “cocco de nonna”, e che raccomandano di non far caso ai prezzi scribacchiati a matita perché si può fare un euro a libro e non se ne parla più, la riduzione in miseria è inevitabile. Avevo già ammassato pile di vecchi gialli di John Dickson Carr e di Ellery Queen, quando questa specie di Sora Lella bouquiniste mi ha detto: “Pijatene pure n’artro”. L’occhio mi è caduto su un volumetto intitolato Colpa e vergogna e l’ho infilato distrattamente nella borsa convinto che avesse a che fare con l’antropologa Ruth Benedict, che nel suo classico studio sulla cultura giapponese, Il crisantemo e la spada (1947), aveva distinto appunto civiltà della colpa e civiltà della vergogna. Se la colpa è una macerazione tutta interiore a cospetto della legge morale, la vergogna ne è come il guanto rovesciato, una preoccupazione tutta esteriore per la propria immagine agli occhi del mondo. Guanto rovesciato e, aggiungo, occasionalmente gettato in sfida, perché l’offesa alla reputazione, all’onore, al buon nome può richiedere in casi estremi che del sangue sia versato, altrui o proprio: duello o suicidio rituale. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 15, 2016 at 7:40 pm

Davigo, un disneyano all’Anm

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OHaraSpotlightRassegniamoci stoicamente a chiamarla Tangentopoli perché, come si dice, il destino guida chi lo asseconda ma trascina a forza i riluttanti. Per anni ho aggirato quella detestabile formula giornalistica, ricorrendo a tutte le perifrasi e le circonlocuzioni del caso, ma è arrivato il momento di capitolare. Quanto più il 1992 si allontana nel tempo, tanto più cresce il vizio di leggere i problemi della giustizia e della corruzione alla luce non già dei grandi classici del pensiero politico ma dei Grandi Classici Disney. Tangentopoli si è aggiunta ormai alle due capitali di quel regno di fantasia, Paperopoli e Topolinia, dove s’incontrano personaggi come il commissario Basettoni, l’ispettore Manetta, la Banda Bassotti e l’avvocato Cavillo Busillis. Niente di nuovo, si potrà obiettare, ci sono disneyani di lungo corso – Travaglio con i suoi monologhi teatrali tanto amati dalle scolaresche, l’ex magistrato Bruno Tinti che invocava tempo fa un “partito delle guardie” nel paese dei ladri – ma lo spirito dei fumetti vive in questi giorni la sua grande rivincita. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 21, 2016 at 6:01 pm

Tutti dentro

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1960eb7551d116ac7294c26c8bb0468f_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyAndiamo, non pretenderete mica che io prenda sul serio una fiction in cui Marcello Dell’Utri cita a memoria l’anonimo medievale della Nube della non conoscenza nel bel mezzo di una riunione di Publitalia? In cui Piercamillo Davigo, con due occhialoni da ragionier Filini e una vocina santimoniosa, sussurra al giovane poliziotto intemperante che “noi non prendiamo scorciatoie, noi siamo la legalità”? In cui Accorsi, pubblicitario ex sessantottino, improvvisa uno spot elettorale declamando una pagina di Petrolio di Pasolini, dono dello stesso Dell’Utri? Grazie al cielo 1992 è finita, e possiamo tornare a occuparci di cose serie. Ora, com’è noto, in Italia l’unica cosa seria è la commedia.

Apro Il cervello di Alberto Sordi (Adelphi), versione espansa di un vecchio libro di Tatti Sanguineti sullo sceneggiatore Rodolfo Sonego, e corro alle pagine che riguardano Tutti dentro, il film del 1984 che ha fama di essere una profezia di Mani pulite. Se qualcuno non lo ha visto, glielo rovino io: Sordi è un magistrato che eredita una grande inchiesta sulla corruzione da un anziano consigliere che gli raccomanda, citando Talleyrand, pas trop de zèle. Ma lui di zelo ne ha molto, spicca centinaia di mandati di cattura, mette dentro politici, faccendieri, imprenditori, massoni, uomini di chiesa e di spettacolo, finché il suo metodo fondato sul sospetto generalizzato non gli si ritorce contro, lo trovano a cena con due indagati e finisce in manette. Leggi il seguito di questo post »

Arrivano i titani. “1992”, MicroMega e il peplum di Mani Pulite

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5359551-coverA Parigi, nei primi anni Novanta, Enrico Vanzina s’imbatté in un libro della classicista francese Florence Dupont, La vie quotidienne du citoyen romain sous la république, lo lesse e pensò: quasi quasi propongo a mio fratello Carlo di fare un peplum, un film in costume antico romano, sull’Italia di Tangentopoli. Nasce così il cinepanettone del Natale 1994, S.P.Q.R. – 2000 ½ anni fa, a tutt’oggi il tentativo più ambizioso – anzi, semplicemente l’unico, mentre il cinema cosiddetto civile temporeggiava – di raccontare in un solo film la fine della Prima Repubblica, le inchieste sulla corruzione, lo scontro tra magistratura e politica, la nascente mitologia del giudice combattente, il rapporto schizofrenico dell’italiano comune con la legge e la giustizia, l’irruzione scomposta delle leghe e dei qualunquismi. Non so quale libro stesse leggendo Stefano Accorsi quando gli è venuta in mente l’idea di 1992, la fiction su Mani Pulite che andrà in onda in primavera su Sky Atlantic, e che era prevista per l’autunno, e io, mannaggia, avevo già preparato i popcorn; ma a giudicare dalle foto di scena circolate finora si direbbe che ha visto se non altro moltissime copertine di MicroMega, specie quella più famosa dove il trio Di Pietro Davigo Colombo è trasfigurato in icona warholiana. Leggi il seguito di questo post »

Contra Piercamillum

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Si vola alto nell’ultimo libro di Piercamillo Davigo, Processo all’italiana (Laterza), scritto con il giornalista Leo Sisti. Basta scorrere l’indice analitico: per arrivare ad Alfano, Angelino bisogna passare per Agostino da Ippona, santo, e Alessandro Magno. Non si approda a Berlusconi, famiglia, senza prima aver incontrato Bacon, Francis e Barabba. Costanzo, imperatore, precede Costanzo, Maurizio. Gesù Cristo fa luce tra Gelli e Ghedini, alleluia. Si vede bene come questa eletta compagnia possa solleticare gli istinti più nobili del polemista, e spingerlo a immaginare un “Contra Piercamillum” sul calco del libello che Origene, padre della Chiesa, indirizzò a Celso, filosofo pagano. E d’altro canto Davigo è un magistrato a cui tutti, anche i detrattori o gli avversari ideologici, riconoscono competenza, sottigliezza e grande cultura giuridica.

Magari potranno non piacere le periodiche incursioni sul divanetto della Dandini, così frequenti che ormai Davigo ha messo insieme un suo repertorio da showman e un buon numero di tormentoni (i magistrati predatori che migliorano la specie predata dei corrotti; i tre gradi di giudizio per un biglietto falsificato della metropolitana; il dialoghetto sillogistico “tutti rubano”, “lei ruba?”, “no”, “e allora siamo in due”), ma in questo caso il problema non è di Davigo, che fa coerentemente la sua parte di magistrato moderato e un po’ perbenista, è di quella sinistra ingaglioffita che pende dalle sue labbra anche quando paragona la funzione rieducativa della pena agli schiaffoni ricevuti dal babbo a cinque anni (“così impari!”). Magari potrà non piacere, a noialtri garantisti, che Davigo infiocchetti certe sue sortite – spesso rigorose fino alla spietatezza – con citazioni di Sciascia o di Salvatore Satta, ma bando a queste gelosie piccine, un “Contra Piercamillum” va fatto come si deve, e la prima regola del buon apologista è in fin dei conti la stessa della boxe: niente colpi sotto la cintura. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

aprile 20, 2012 at 7:29 pm

Travaglio e il “cavallo di Ingroia”. I libertari e il culto delle manette

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Cadmo, mitico fondatore di Tebe, seminò i denti del drago che aveva appena ucciso, e dal suolo spuntò una legione di guerrieri armati di tutto punto. Marco Travaglio, mitico fondatore del Fatto quotidiano, non ha ucciso nessun drago (anzi, alla longevità del drago deve le sue fortune: simul stabunt, simul cadent), ma ha seminato per anni ritagli e coriandoli di faldoni giudiziari, requisitorie, intercettazioni, pettegolezzi da comari, vecchi articoli di giornale. E cos’è spuntato fuori, da questa seminagione? Un corrusco esercito di petulanti, monomaniaci, insopportabili soldatini col verbalino. Grilli parlanti che mandano a mente le sue liste di proscrizione dei cattivi d’Italia, che divorano i suoi tomi come nemmeno il Giovanni dell’Apocalisse divora il libro dell’angelo. Che non riescono a condurre uno straccio di ragionamento politico senza tirare in ballo la fedina penale di questo o quel parlamentare, che diventa senza possibilità di replica “il prescritto Tizio” o “il pregiudicato Caio”. E che, soprattutto, a forza di applaudire nelle notti estive il suo teatro di narrazione itinerante su Mani Pulite, hanno incorporato una visione tutta fumettistica e disneyana della storia italiana, dove c’è Zio Paperone, la Banda Bassotti e – grazie al cielo – l’incorruttibile Commissario Basettoni. Leggi il seguito di questo post »