Guido Vitiello

Archive for the ‘Pagine indispensabili’ Category

E da allora è sempre peggio. Le pagine indispensabili/4

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Ma è deplorevole vedere migliaia di studenti che, invece di coltivarsi realmente, consumano la loro giovinezza nello studio minuzioso di opere mediocri e insignificanti per il fatto che dovranno comparire davanti agli autori o ad amici degli autori. Ho assistito ultimamente, alla Sorbona, ad una riunione di un “gruppo di lavoro”. Si parlava di estetica, più precisamente di “filmologia”. Ci si domandava quale stato ontologico si dovesse dare al film non ancora proiettato sullo schermo, le cui immagini, quindi, non hanno ancora raggiunto la “realtà schermica”. Souriau (che ha per feudo l’estetica e la filmologia, nel qual dominio senza di lui non c’è salvezza), introdusse il termine “realtà pellicolare”. Ma prima d’esser proiettate sullo schermo, prima cioè di passare dalla realtà pellicolare a quella schermica, le immagini attraversano la lente dei proiettori. A questo livello godono dunque di una “realtà lentica”. Ora, cos’è in fondo la proiezione? È un passo avanti. Dunque si dirà una promozione. Ma questa promozione può avvenire dal basso all’alto. Si tratta quindi di una promozione anaforica. Leggi il seguito di questo post »

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maggio 30, 2011 at 11:00 am

Terrore della concretezza. Le pagine indispensabili/3

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«L’idea che si cambi una situazione trovandole un nome nuovo e più gradevole deriva dalla vecchia abitudine americana all’eufemismo, alla circonlocuzione e al disperato annaspare in fatto di galateo, abitudine generata dal timore che la concretezza possa offendere. Ed è un’abitudine tipicamente americana. L’appello al linguaggio politicamente corretto, se trova qualche risposta in Inghilterra, nel resto d’Europa non desta praticamente alcuna eco. In Francia nessuno ha pensato di ribattezzare Pipino il Breve Pépin le Verticalement Défié, né in Spagna i nani di Velázquez danno segno di diventare las gentes pequeñas. E non oso immaginare il caos che nascerebbe se nelle lingue romanze, dove ogni sostantivo è maschile o femminile – e dove per giunta l’organo genitale maschile ha spesso un nome femminile e viceversa (la polla / el coño) -, accademici e burocrati decidessero di buttare a mare i vocaboli di genere definito».

Robert Hughes (1993), La cultura del piagnisteo, Adelphi

 

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aprile 4, 2011 at 9:59 am

Tolstoy Story. Le pagine indispensabili/2

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Un paio d’anni fa, conversando con un amico universitario che studia cose simili alle mie e che culturalmente è altrettanto reazionario (ma riesce a dissimularlo con molto più stile), constatammo questo: che c’è tutta una generazione a cui stiamo insegnando, noi o chi per noi, a decostruire (questo è l’orrido conio che va per la maggiore) sistemi di pensiero della cui costruzione non sanno e non sapranno mai nulla.

Si affacciano agli studi e subito, all’ingresso, gli vien detto che la metafisica è sorpassata, che la modernità è finita da un pezzo, che l’idea di progresso è andata a farsi benedire, che il romanzo è impossibile, che il realismo è ingenuo, e via enumerando i caduti in battaglia. Ma neppure della battaglia gli si racconta nulla, salvo mostrargli un paesaggio di macerie e passare oltre. Pensavo fosse un problema dei nostri anni, ma sbagliavo: anche di questo si trova traccia nei classici. Per esempio, in questa pagina di Anna Karenina. Leggi il seguito di questo post »

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febbraio 11, 2011 at 12:24 pm

“Un brulicante avvenire”. Le pagine indispensabili/1

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Absalon Amet, orologiaio alla Rochelle, può dirsi in un certo senso il precursore occulto di una parte non trascurabile di ciò che poi si sarebbe chiamato la filosofia moderna – forse di tutta la filosofia moderna – e più precisamente di quel vasto settore di indagine a scopo voluttuario o decorativo consistente nel casuale accostamento di vocaboli che nell’uso corrente raramente vanno accostati, con susseguente deduzione del senso o dei sensi che eventualmente si possano ricavare dall’insieme; per esempio: “La Storia è il moto del nulla verso il tempo”, oppure “del tempo verso il nulla”; “Il flauto è dialettico”, e combinazioni simili. Uomo del Settecento, uomo di ingegno, Amet non pretese mai né la satira né la conoscenza; uomo di meccanismi, altro non volle mostrare che un meccanismo. Nel quale si celava minaccioso – ma lui non lo sapeva – un brulicante avvenire di turpi professori di semiotica, di brillanti poeti di avanguardia.

Juan Rodolfo Wilcock, La sinagoga degli iconoclasti, Adelphi 1972

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gennaio 2, 2011 at 11:42 pm

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