Archive for the ‘Uncategorized’ Category
Lo Stato etico come Stato etnico

Quando picchi alla porta di Sua Eccellenza il Sottosegretario alle Poste e Telegrafi per chiedergli un favore, non compi un atto di servilismo, compi un atto di suprema moralità. “Sappi anzi che non v’è che un sol modo di essere galantuomo: adorare lo Stato in cui s’incarna la moralità, o, come si dice oggi, lo Stato etico”. Oggi, ovvero: nel 1925, l’anno in cui Piero Gobetti, in veste di editore, stampa Lo spaccio del bestione trionfante, il pamphlet antigentiliano di Adriano Tilgher. Novant’anni dopo trionfano altri bestioni, e che bestioni, ma certe formule per forza d’inerzia si trascinano di bocca in bocca, fino ad approdare alla bocca di chi non ha la minima idea di ciò che dice. Il capogruppo grillino al Senato, l’onorevole Danilo Toninelli, ha detto che il Movimento Cinque Stelle “vuole creare uno Stato etico”. Ora, Toninelli non è propriamente Giovanni Gentile, e dietro il suo sguardo di vitrea concentrazione s’intuisce piuttosto una di quelle zone cieche dove neppure un refolo dello spirito come “pensiero che pensa” è mai giunto all’autocoscienza. Ma per il suo tramite parla il bestione, e già che il bestione trionfa faremmo bene a prenderlo sul serio. Leggi il seguito di questo post »
Davanti Sant’Enzo

Dopo una lunga stagione di oblio volontario e di cattiva coscienza, il caso Tortora è ormai parte del calendario liturgico nazionale. Tra la tarda primavera e la tarda estate i giornali commemorano ogni stazione della via crucis: l’anniversario dell’arresto, l’anniversario della condanna, l’anniversario dell’assoluzione, l’anniversario della morte. L’anniversario del referendum no, quello non è abbastanza cristologico, potrebbe turbare l’animo dei fedeli radunati per la sacra rappresentazione della passione. Ce lo vedete, voi, un Cristo che si schioda dalla croce e si mette a raccogliere firme contro Caifa? Leggi il seguito di questo post »
Non l’assassino ma l’assassinato è colpevole

Prodigo irresponsabile che sono: si avvicina di nuovo lo spettro delle file ai bancomat, e io mi ostino a tenere una rubrica che invita a sperperare soldi in libri. Stavolta, però, prometto di non indurre in tentazioni troppo grandi le mani bucate del lettore. Appena trecentocinquanta lire – la moneta delle memorie più dolci e delle premonizioni più nere. Quand’ero bambino, per quel che posso ricordare dei tabelloni dei gelatai, con quella somma ti ci compravi uno Zaccaria, un cono sormontato da una cupola di cioccolato; quand’era bambino mio padre, nel 1946, potevi invece procurarti un Golia, che non era un gelato ma un libro di Giuseppe Antonio Borgese sulla marcia del fascismo in Italia (“forse il più grande libro che si sia scritto sul fascismo”, diceva Leonardo Sciascia: e con buona ragione). Borgese lo aveva pubblicato in inglese a New York nel 1937, e quando Mondadori nel dopoguerra poté stamparne la traduzione italiana dovette farlo in edizione provvisoria. Sul retrofrontespizio della mia copia da trecentocinquanta lire si legge: “Le enormi difficoltà tecniche e di approvigionamento di materie prime ci costringono a rinunciare, per il momento, a quella cura e perfezione tipografiche che sono tradizionali della nostra Casa”. Non so cosa ne abbiano trattenuto o respinto poi gli storici, ma Golia è prima di tutto l’opera di uno scrittore, che da ogni pagina di cronaca sa spremere una stilla di verità letteraria, e che continuamente dietro le maschere dei teatranti politici vede occhieggiare gli archetipi romanzeschi. Leggi il seguito di questo post »
Un incubo a occhi aperti del principe Zaleski

Chi ama la bighelloneria intellettuale, gli itinerari illogici e tortuosi che qualunque Baedeker sconsiglierebbe ma qualunque perdigiorno imboccherebbe con la sicurezza di un sonnambulo, si prenda il lusso di visitare i saloni de L’innominabile attuale, il nuovo libro di Roberto Calasso, intrufolandosi da una porticina sul retro che neppure è segnata sulla planimetria del palazzo. È un racconto breve di M.P. Shiel scritto alla fine dell’Ottocento, una strana avventura poliziesca che ha per eroe l’eruditissimo e decadente principe Zaleski. Leggi il seguito di questo post »
Antisemitismo e paranoia. Sul caso Grillo

La nuova stagione dell’antisemitismo mi ricorda una partita di Taboo, quel gioco di società in cui devi far indovinare una parola senza mai pronunciarla e senza usare parole affini che la svelerebbero troppo facilmente. Nominare gli ebrei è ancora malvisto, può attirare lo stigma delle persone civili e creare inutili clamori. Meglio allora richiamare da ogni angolo della terra stereotipi antisemiti vecchi e nuovi, e addossarli alle frontiere della parola impronunciabile, “ebreo”, fino a delinearne la sagoma vuota; meglio scagliarsi contro la finanza apolide, lo sradicamento, lo spirito cosmopolita, le lobby occulte di affaristi e banchieri, e chi deve intendere intenderà. Per i duri d’ingegno ci si può spingere a menzionare George Soros, Goldman Sachs e soprattutto Bilderberg, con quel suffisso così evocativo (“Chi ha affondato il Titanic? Iceberg, un altro ebreo!”, scherzava Serge Gainsbourg). Ma attenzione, se la parola “ebreo” ricompare in questo contesto egemonizzato dall’estrema destra e dai suoi assilli – euro, sovranità, mondialismo, migranti – non ce la possiamo cavare con un’alzata di spalle e qualche punzecchiatura sarcastica allo spaventapasseri del “politicamente corretto”: tocca tirare l’allarme. Leggi il seguito di questo post »
Tognazzi, Gassman, Consip

In un paese normale… Esiste preambolo più inavvertitamente comico, in Italia? E ancor più comico è chi riesce a servirsene senz’ombra di ironia, senza sentire nelle orecchie l’eco della propria voce che gli fa il verso. In un paese normale: come suona buffo! Il duello a colpi di hashtag #inunpaesenormale tra Luigi Di Maio e i lettori di Repubblica, dopo la notizia sull’incontro Salvini-Casaleggio, avrebbe dovuto illuminare anche i ciechi sul fatto che “paese normale” è in Italia una locuzione swiftiana, da utopia satirica, e che tanto varrebbe cominciare i discorsi citando Lilliput o Brobdingnag. Io per esempio mi mordo la lingua quando mi vien da dire che in un paese normale non si parlerebbe d’altro che del caso Consip, e che tutti, dalle massime autorità istituzionali in giù, maggioranza e opposizioni, giornali amici e nemici del governo, sarebbero impegnati a far luce sulle vie dell’eversione mediatico-giudiziaria, sulla manipolazione delle prove, sui depistaggi, sui passaggi orchestrati di informazioni, su come tutto questo si tiene e fa sistema; ma d’altronde nel leggendario Paese Normale questa luce la si sarebbe cercata, e pretesa, già venticinque anni fa, nel fatale 1992. “Un paese nel quale capita un fenomeno come Tangentopoli e non si fa un’indagine per capire che cosa è successo”, mi disse una volta uno straniero in patria, Giuseppe Di Federico, “che razza di paese è?”. Leggi il seguito di questo post »
PPP – Programma Protezione Pentiti (Mani bucate, 23)

Michele Santoro ha ancora centosettantadue giorni, a partire da oggi. Dopo la sua lettera aperta di venerdì scorso sulla pagina Facebook di Servizio pubblico – così inaspettatamente saggia che potrei sottoscriverne quasi ogni parola – ho pensato che sarei ben felice di ammetterlo nel mio personale programma di protezione per i pentiti. Non ho granché da offrire – un divano letto, pizza a domicilio, uno scrittoio, una stufetta – ma prometto di piantarmi sulla soglia di casa con una mazza da baseball per difenderlo dalle scorrerie e dalle ritorsioni della teppaglia grillina, che già lo accusa di essersi venduto a Renzi e alla Rai, proprio come Benigni (mentre scrivo queste righe, una nuova lettera di Santoro invita Grillo a tenere a bada i suoi “manipoli virtuali”: tranquillo Michele, ci penso io). L’unica condizione è che, come i pentiti, entro centottanta giorni (otto sono già passati) vuoti il sacco sulle sue responsabilità – e sia subito chiaro che non accetterò rivelazioni centellinate. Dall’apocalisse non posso salvarlo, quello no, anche perché è lui ad aver rinfocolato le mie angosce per il finimondo che minaccia di scatenarsi dopo il 4 dicembre. Ricapitolando: Beppe Grillo, sempre più visibilmente ubriaco, sprofondato ormai nella sua abissale fessaggine e nella sua miseria politica, esulta per il grande V-day di Trump come apocalisse dell’establishment. Santoro commenta: “Finalmente qualcuno ammette autorevolmente che l’apocalisse non è un’invenzione di Renzi e si può concretamente verificare. Non solo, ma è proprio quello l’obiettivo per cui si batte: il crollo della democrazia per come l’abbiamo conosciuta in Occidente”. Leggi il seguito di questo post »
È un nuovo inizio
In breve: ho abbandonato il vecchio nome del blog, che detestavo cordialmente da molti anni e che per un misto di pigrizia atavica, imperizia informatica e accanimento terapeutico avevo mantenuto in vita ben oltre il termine naturale. Ora l’indirizzo è, semplicemente, guidovitiello.com, perché è l’unico nome di cui – mi piaccia o meno – non posso permettermi di stancarmi. Che altro? Un nuovo header messo un po’ a casaccio, forse provvisorio (ma, come si sa, non c’è niente di più definitivo); piccoli cambiamenti alle sezioni (specie quella dei libri) e ai caratteri; infine, ritocchi grafici tutto sommato ininfluenti.
Poca cosa; ma se fossi la Repubblica, farei una prima pagina così:
Hotel Gramsci
Suonano alla porta, accosto l’occhio allo spioncino. Non aspetto nessuno, quindi si tratta di individuare la tipologia di seccatore. Le varianti principali sono due: 1) Studente trasandato, ma non per vezzo come quelli del DAMS, piuttosto uno che pare sbucato dall’Università di Pietroburgo del 1870, con una barba che all’inesperto può far pensare a un hipster ma in realtà è quella di un narodnik russo che prepara un attentato allo zar: facile, è un venditore porta a porta del giornale “Lotta Comunista”; 2) Bellimbusto in camicia bianca e denti bianchi, generalmente abbronzato, il nodo della cravatta un po’ allentato e una cartellina sotto il braccio: facile anche questa, vuole rifilarmi un contratto di telefonia o al limite è un promotore finanziario. In entrambi i casi, sprangare la porta e simulare uno stretto accento di Manila per annunciare che il signore, poverino, è morto. Immaginate però di guardare un giorno dallo spioncino e trovarvi davanti un giovanotto in camicia bianca con un sorriso tutto denti e… una mazzetta di “Lotta Comunista” sotto il braccio. Straniante, vero? Se ci riuscite, avete l’essenziale per capire Diego Fusaro. Questo giovane filosofo ha stravolto le regole del mio “Indovina chi”. La prima volta che l’ho visto, in un talk show, mi sono sentito come Hegel a Jena quando vide Napoleone a cavallo: ecco, mi sono detto, oggi mi è apparso lo spirito del tempo berlusconiano-renziano! Poi però diceva cose come “lotta delle classi subalterne contro il capitale”, e di colpo mi ritrovavo nel 1917. Che pensare? Il conflitto tra l’apparenza e la sostanza di Fusaro, o diciamo pure tra la sua struttura e la sua sovrastruttura, è filosoficamente inebriante. Può un promotore finanziario vendere Marx porta a porta? Nel dubbio ho guardato dallo spioncino il suo nuovo libro, Antonio Gramsci (Feltrinelli), solo le prime righe: «Nel 2014 si è diffusa la notizia che, in piazza Carlo Emanuele, a Torino, sulle ceneri della casa in cui Antonio Gramsci abitò dal 1919 al 1921, fondando “L’Ordine nuovo” e gettando le basi del futuro Partito comunista, sarebbe dovuto sorgere un albergo di lusso. Dotato di ogni comfort, ostentatamente sfarzoso, dislocato su cinque piani, il nuovo albergo si sarebbe chiamato “Hotel Gramsci”». Lui ci vede un segno dei tempi, l’asservimento della sinistra al capitale, roba forte. Io però mi fido più della sovrastruttura, e se mai dovessi entrare all’Hotel Gramsci immagino che al banco della reception, con un sorriso smagliante, troverò Diego Fusaro. Leggi il seguito di questo post »
Pornocibo
C.S. Lewis non capiva perché alla gente piacessero tanto gli strip-tease. Invitava a immaginare un paese in cui si può portare in scena sotto i riflettori un piatto coperto, e poi sollevare lentamente il coperchio fino a svelare, tra i mugolii del pubblico… una bistecca di manzo! Non pensereste, chiedeva, che laggiù l’appetito per il cibo ha preso una strana piega? Erano gli anni Quaranta, e l’autore delle Cronache di Narnia non poteva sapere che saremmo diventati esattamente quel paese lì, a giudicare dall’ossessione per i talent show culinari, per i programmi di ricette, per i canali tematici dedicati alla cucina. A dire il vero, che il cibo si avviasse a diventare una branca della pornografia lo avevo intuito già da piccolo: mia nonna era stata abbonata d’ufficio a Tutto Diabete, ma tra le pagine nascondeva riviste con foto di torte al limite dell’hard, esattamente come noi ragazzini acquattavamo le donne nude nei libri di scuola. Ora la ninfomania alimentare è venuta alla luce del sole, out of the closet, ed è bene che sia così. Come in ogni rivoluzione sessuale che si rispetti, c’è anche chi suggerisce di compiere il passo successivo. Michael Pollan, giornalista americano esperto di alimentazione, nel suo libro Cotto (Adelphi) parla del «paradosso della cucina»: più parliamo di cibo, più guardiamo persone che cucinano, più leggiamo libri di gastronomia o andiamo in ristoranti con lo chef in vista, meno cuciniamo. «Non occorre sottolineare che il cibo cucinato in televisione non finisce nel nostro piatto», proprio come le conigliette di Playboy non finivano nel nostro letto. Dice Pollan che non dovremmo accontentarci dello spettacolo, e che tutto sta a ricominciare a cucinare: per la salute, per i rapporti umani, per riformare il sistema alimentare, perché la cucina è una scienza erotica come l’alchimia, per conoscere meglio la natura e la specie. Il rimedio è antico, e sta nel solco di quella tradizione che dalla lettera di Rousseau sugli spettacoli arriva ai situazionisti di Guy Debord: non vivere di surrogati immaginari, abolire il confine tra la scena e la platea, diventare chef. Tutto molto bello e molto utopistico: la rivoluzione è un pranzo di gala! Poi però uno entra in un supermercato, trova quelle zuppe con l’etichetta «proprio come la faresti tu a casa», si guarda dentro con onestà, capisce che nel suo caso quella scritta è una minaccia, e si rassegna al suo destino di alienazione. Vivrà di scatolame, sognando la bistecca del paginone centrale. Leggi il seguito di questo post »

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