Guido Vitiello

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Contro il male della banalità

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Ogni volta che si parla di banalità del male (ed è capitato spesso, in questi giorni, per via del 27 gennaio e del nuovo film sul processo Eichmann) mi torna in mente una pagina dell’autobiografia di Raul Hilberg, The Politics of Memory. Il bersaglio era Hannah Arendt e la sua immagine del tenente colonnello delle SS come un burocrate ottuso e disciplinato. Hilberg ricostruiva per sommi capi la stupefacente carriera di Eichmann, l’astuzia e la diplomazia fuori dal comune che dovette impiegare per portare a termine le sue atroci imprese, e concludeva grosso modo così: vedo il male, altroché, ma la banalità proprio non la vedo.

Mi torna in mente questa pagina non tanto per la questione della banalità del male ma per quella, assai meno importante, del male della banalità. Tutte le volte che la cultura pop – musica, cinema, tv, fumetti, pubblicità, social network – si accosta alla Shoah o si serve dei suoi simboli, l’accusa di “banalizzazione” è in agguato. Non so chi sia stato il primo a usarla. Di certo il più influente è stato Elie Wiesel nella sua requisitoria sul New York Times contro la miniserie Holocaust nel 1978, che s’intitolava appunto “Trivializing the Holocaust”. Poi la parola è diventata una specie di formula liturgica un po’ ovunque e soprattutto in Francia, ossia nella patria di quel Flaubert che avrebbe potuto metterla in appendice al dizionario dei luoghi comuni: “Film sulla Shoah: se piacciono al pubblico, dire che banalizzano l’indicibile”. Leggi il seguito di questo post »

Come diventai paranoico

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Mai guardare troppo da vicino certe traduzioni. Come le dive sul viale del tramonto, non reggono il primissimo piano. E non parlo solo della narrativa, beninteso, o della poesia, che è quasi impossibile tradurre senza scontentare qualcuno (in primis il poeta, se è vivo e occhiuto). Anche saggi importanti, pubblicati da grandi editori in rinomate traduzioni, sono disseminati di tranelli e infarciti di castronerie, e circolano da decenni in versioni approssimative quando non apertamente fuorvianti.

Anni fa, mentre studiavo la Anatomia della critica di Northrop Frye per il mio libro sul romanzo poliziesco, mi accorsi, per esempio, che c’era poco da fidarsi dell’edizione Einaudi. Tanto per dirne una, lo Stato di polizia (police state) diventava, regolarmente, la polizia di Stato. Non una piccola svista, già che in quelle pagine si ragionava di giallo, crimine e potere. Così dovetti ritradurre per conto mio i passi che mi interessavano, scoprendo molti altri insidiosi strafalcioni. E imparai a non fidarmi più.

Oggi pomeriggio, la storia si ripete con La banalità del male di Hannah Arendt, nella canonica edizione Feltrinelli. Quando la Arendt descrive la testimonianza di Yehiel De-Nur – forse la più spettacolare dell’intero processo, perché culminò con un collasso e uno svenimento – nell’edizione italiana si legge che, incalzato dal procuratore Hausner, il testimone “deluso e probabilmente offeso, perse la sua foga e non rispose ad alcuna domanda”. Ma nell’originale è scritto che De-Nur, probably deeply wounded, fainted. La traduzione italiana, in breve, trasforma un traumatizzato in un permaloso, che ammutolisce perché gli rubano la scena.

Tutto questo per ringraziare i due augusti genitori che, costringendo un ragazzino riottoso a studiare le lingue, gli diedero il bandolo per uscire da questi ed altri labirinti.

Written by Guido

ottobre 20, 2010 at 4:17 pm