Guido Vitiello

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Cantare alla fine dei tempi. Dylan e l’Apocalisse

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Quando, nel 1953, Theodor Reik dava alle stampe The haunting melody, grande studio di psicoanalisi dell’esperienza musicale incentrato sui motivetti che ti si piantano in testa e non vogliono uscirne, Elvis Presley era un oscuro diplomato della Humes High School che si arrabattava a vivere lavorando come camionista per una compagnia elettrica di Memphis. Little Richard non aveva ancora lanciato l’urlo barbarico e dadaista di Tutti Frutti, quell’awop-bop-a-loo-mop-alop-bam-boom che sfida qualunque trascrizione. Bob Dylan era un comunissimo dodicenne di Hibbing, nel Minnesota, che passava i pomeriggi ad ascoltare blues e country alla radio, e si faceva chiamare ancora Robert Zimmermann. Non c’è quindi da stupirsi che Reik, uno dei primi allievi di Freud a Vienna, non spingesse i suoi esempi più in là di Mahler o più in basso di qualche valzer, bagattella o capriccio viennese (di jazz, nemmeno a parlarne). Mai avrebbe potuto immaginare fino a che punto saremmo stati posseduti dagli onnipresenti demoni della musica leggera, fino a che punto le haunting melodies ci avrebbero assillati: non c’è quasi istante in cui – “col favore della Musa o d’un ordegno”, avrebbe detto Montale – la nostra mente non sia occupata da un’eco di canzonetta, a far da basso continuo ai pensieri. Leggi il seguito di questo post »

Come diventai paranoico

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Mai guardare troppo da vicino certe traduzioni. Come le dive sul viale del tramonto, non reggono il primissimo piano. E non parlo solo della narrativa, beninteso, o della poesia, che è quasi impossibile tradurre senza scontentare qualcuno (in primis il poeta, se è vivo e occhiuto). Anche saggi importanti, pubblicati da grandi editori in rinomate traduzioni, sono disseminati di tranelli e infarciti di castronerie, e circolano da decenni in versioni approssimative quando non apertamente fuorvianti.

Anni fa, mentre studiavo la Anatomia della critica di Northrop Frye per il mio libro sul romanzo poliziesco, mi accorsi, per esempio, che c’era poco da fidarsi dell’edizione Einaudi. Tanto per dirne una, lo Stato di polizia (police state) diventava, regolarmente, la polizia di Stato. Non una piccola svista, già che in quelle pagine si ragionava di giallo, crimine e potere. Così dovetti ritradurre per conto mio i passi che mi interessavano, scoprendo molti altri insidiosi strafalcioni. E imparai a non fidarmi più.

Oggi pomeriggio, la storia si ripete con La banalità del male di Hannah Arendt, nella canonica edizione Feltrinelli. Quando la Arendt descrive la testimonianza di Yehiel De-Nur – forse la più spettacolare dell’intero processo, perché culminò con un collasso e uno svenimento – nell’edizione italiana si legge che, incalzato dal procuratore Hausner, il testimone “deluso e probabilmente offeso, perse la sua foga e non rispose ad alcuna domanda”. Ma nell’originale è scritto che De-Nur, probably deeply wounded, fainted. La traduzione italiana, in breve, trasforma un traumatizzato in un permaloso, che ammutolisce perché gli rubano la scena.

Tutto questo per ringraziare i due augusti genitori che, costringendo un ragazzino riottoso a studiare le lingue, gli diedero il bandolo per uscire da questi ed altri labirinti.

Written by Guido

ottobre 20, 2010 at 4:17 pm