Guido Vitiello

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La fiera dei palloni gonfiati (e la necessità della stroncatura)

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macysDei morti non si dice che bene, e già questa dovrebbe valere come ragione insormontabile a difesa della stroncatura: la sua assenza è il segno certo di una cultura cimiteriale. L’altro corno del dilemma è se, riconosciuta ai libri la dignità di creature viventi, la stroncatura non abbia appunto il potere di ucciderli, e se questo non sia in fin dei conti un infierire sugli inermi. Che danno potrà mai fare, un libro malnato?

La questione non è nuova, e sui giornali americani si torna a parlarne. Ha cominciato a giugno, sul New York Times, il critico e poeta australiano Clive James, lamentando che la cultura letteraria statunitense fosse troppo beneducata, e che si dovesse importarvi un’oncia della rudezza del costume britannico, dove la recensione negativa è praticata come uno sport duro e leale. Ne ha ripreso il filo qualche giorno fa Lee Siegel sul New Yorker, invitando a seppellire l’ascia di guerra. La sua, più che un’esposizione di ragioni, è un’agnizione da eroe tragico: si è costruito una fama infilzando libri altrui, lo confessa in esordio, e ora che è passato all’altro fronte, diventando scrittore, la vista di quella scia di cadaveri gli causa turbamento e ribrezzo. L’atto di scrivere è una lotta che l’autore ingaggia con la propria mortalità, mettendovi tutto sé stesso, e allora perché accanirsi? Isaac Chotiner, su The New Republic, ha avuto facile gioco nel ricordargli che anche il lettore è mortale, e il critico può evitargli di perdere ore preziose dietro libri sciocchi e vani. Aggiungeremmo che la scena letteraria di ogni paese ricorda il raduno annuale degli scemi del villaggio in Amore e guerra di Woody Allen: una fiera affollata di lunatici adescatori e attaccabottoni, ciascuno persuaso di essere Napoleone o poco meno, ciascuno pronto ad acciuffarti per la manica nella certezza che la sua storia meriti giorni di vita e di attenzione. Lo stroncatore è l’amico più scaltro che ti preserva da incontri spiacevoli. Leggi il seguito di questo post »

I “terruncielli” dello Slow Food letterario. Longo, Camilleri, Niffoi

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Che l’angelo Moroni sia tornato tra i mortali? Nel 1823 era apparso in visione al profeta Joseph Smith, fondatore della chiesa dei mormoni, e lo aveva guidato a delle sacre tavole d’oro incise in un fantomatico “egiziano riformato”, la lingua dei primordiali abitatori del continente americano, discendenti dalle tribù perdute di Israele. Ora tutto lascia supporre che il messaggero celeste si sia rifatto vivo con lo scrittore ischitano Andrej Longo, e gli abbia dettato un intero romanzo in “napoletano riformato”, o meglio in un intreccio di cinque o sei dialetti del Sud – “una lingua che l’autore stesso dice di non aver costruito a tavolino, ma di avere ‘sognato’”, si legge nel risvolto di copertina di Lu campo di girasoli (Adelphi). A Joseph Smith l’angelo Moroni aveva dato anche degli occhiali prodigiosi, che consentivano di tradurre dall’egiziano riformato in inglese. Con Longo non è stato altrettanto generoso, e il lettore poco familiare con questa Ursprache panmeridionale deve aggrapparsi agli scampoli di parole moderne che vi restano impigliati qua e là: “Lu motoscooter cu li tre vuaglionni si attravirsava senza prescia lu bosco di aulivi, da sotto lu Muntagnone”; a “lu party” c’era “lu sfriccicamiento de li luminari elettronici”, ed è facile intuire a cosa si riferiscono “lu tilefono”, “la tilivisione” e “lu peroncino”. Ma per lo più lo scenario è arcaico e fiabesco, fatto di feste del Santo, tammorre, personaggi che si chiamano Cicciariello o Capa di Ciuccio ed enigmatici sparvieri che appaiono nel cielo come presagi. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

luglio 14, 2011 at 7:53 pm

Erri ti presento Nichi. Una cattivissima Pagina 69

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Possono due cose molto stupide sprigionare, cozzando, una scintilla d’intelligenza? In linea di principio ne dubito, ma chissà. Fino a pochi giorni fa mi riusciva difficile immaginare qualcosa di più balordo della campagna di scrittori e operatori culturali vari in favore di Cesare Battisti. E invece, lunedì apro il giornale e cosa trovo? Tra le tante reazioni isteriche e scalmanate alla decisione di Lula, che rischiano seriamente di sputtanare la buona causa dell’estradizione, scopro che il Coisp, un sindacato di agenti di polizia, ha invitato a boicottare libri, film e dischi dei firmatari dell’appello per l’ex Proletario Armato per il Comunismo. Iniziativa che, per dire il meno, difetta di logica elementare (senza contare che è una mera ritorsione, per di più contro le persone sbagliate). Così mi son messo a scorrere la lista incriminata – che il sito del Coisp allegava al comunicato – come si sfoglierebbe una guida al consumo critico, uno di quei manualetti che ti dicono che cosa è meglio non comprare, quali alimenti contengono coloranti cancerogeni, quali prodotti sono fabbricati sfruttando manodopera infantile. A farla breve, l’idea che mi è balenata dalla somma algebrica degli opposti cialtronismi è questa: comunque la si pensi su Battisti (e io la penso banalmente come il nostro caro Uomo del Colle), può l’elenco dei suoi sostenitori valere come criterio di gusto, o come guida ai consumi culturali? Leggi il seguito di questo post »