Guido Vitiello

Posts Tagged ‘Andrea Camilleri

La palma giudiziaria va a nord

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palmavaanordLa linea della palma che sale verso nord è ormai un luogo comune giornalistico, e i luoghi comuni sono più affollati dei centri commerciali nei giorni di Natale. Che si tratti di denunciare le infiltrazioni della criminalità organizzata in Lombardia o in Veneto, gli affari di cupole e cupolette locali, le connivenze più alte tra Cosa Nostra e istituzioni o, in queste settimane, le trame di Mafia Capitale, è sempre a quella pagina del Giorno della civetta che si torna, e all’immagine dell’Italia che metro dopo metro si va trasformando in una vasta Sicilia. Tutti, all’occasione, evocano Sciascia e la sua palma, da Saviano a Caselli a Camilleri. Professionisti e dilettanti dell’antimafia ne hanno fatto in questi anni una delle metafore portanti del discorso sulla trattativa, e qualche giorno fa sul Fatto quotidiano Antonio Ingroia l’ha usata di nuovo per tendere un cavo da funambolo tra l’inchiesta di cui fu titolare e quella della Procura di Roma. Buon ultimo Francesco Merlo su Repubblica, in un commento grondante pregiudizi e trivialità sul meridione, ha precisato che Mafia Capitale “non è la sciasciana linea della palma che sale verso nord, ma è la geografia che scende. È Roma che, smottando verso sud, è ormai diventata mezzogiorno di suk e di illegalità” (la frase di tutta evidenza non vuol dire nulla, ma rivela se non altro che una personale linea della palma insegue Merlo come la nuvola di Fantozzi: tanti anni a Parigi non gli sono bastati a lasciarsi alle spalle la prosa vuota e ampollosa dell’avvocato siciliano caricaturale). Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 28, 2014 at 1:40 pm

Pifferi e tromboni

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Chi ben comincia è già a metà dell’opera. Gran bella frottola, e che sia attestata in Orazio non la rende meno frottola. Soprattutto, un alibi formidabile per noi pigri. Io, per esempio, ho un carnet di titoli eccellenti per libri che non scriverò mai. Due riguardano gli intellettuali italiani nell’ultimo ventennio. Il primo si riallaccia a Julien Benda: Il rodimento dei chierici. Si tratterebbe di mostrare come le passioni politiche, via via degenerate in accanimenti, poi in ossessioni, infine in ripicchi e capricci puerili abbiano portato all’accartocciarsi su di sé, se non all’incarognirsi, di scrittori un tempo stimabili (l’esempio più doloroso è la prosa ormai ideologicamente e stilisticamente rattrappita di un Cordero). L’altro libro congetturale, Compagni che sballano, dovrebbe invece descrivere l’effetto blackjack per cui molti intellettuali di persuasioni un tempo robuste, nel vano tentativo di battere il banco, hanno giocato a vanvera tante di quelle carte da perdere la posta; la posta, s’intende, del loro senno e di quel che restava della loro credibilità (vedi Asor Rosa che chiama il 112). Leggi il seguito di questo post »

La più bella del mondo. Sui feticisti della Costituzione

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PsychoFloresIl rapporto di Libertà e Giustizia, MicroMega e affini con la Costituzione ricorda da vicino quello di Norman Bates con l’anziana madre in Psyco: un feticcio incartapecorito che li scruta dai piani alti dell’antica dimora, e a cui si volgono con un misto di devozione filiale e sottomissione masochistica. Davanti alla vecchia impagliata con le orbite vuote non sanno che dire, ammirati: “Sei la più bella del mondo, mamma”. La più bella e la più giovane, e guai a insinuare che forse la signora Bates mostra qualche segno di decomposizione: “La Costituzione in questi anni è stata ben viva”, si legge nell’appello della manifestazione “La via maestra”, convocata per oggi a Roma. E questa mamma incombe come un Super-Io ammonitore “di fronte alle miserie, alle ambizioni personali e alle rivalità di gruppi spacciate per affari di Stato”. Freudianamente, il quadro è chiaro. Leggi il seguito di questo post »

Giù le manette! L’Opa ostile sul liberalismo

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achilles2Piano con i paragoni, forse non è il caso di evocare Ettore trascinato nella polvere dal carro di Achille. La vicenda è decisamente meno epica, e tuttavia ha a che fare con il trattamento riservato alle spoglie dei vinti, con l’aggravante che i vinti in questione non sono mai stati vincitori: parliamo della piccola e nobile tradizione della sinistra liberale e liberalsocialista, oggetto da qualche tempo di quella che potremmo chiamare un’«Opa ostile» editoriale e culturale. Le avvisaglie, a ben vedere, si potevano cogliere quasi vent’anni fa in un volumetto dello storico Furio Diaz intitolato L’utopia liberale (Laterza): pagine e pagine su Tocqueville per concludere che oggi il vero liberalismo radicale si è rintanato «nei fogli di una piccola rivista bimestrale di politica, economia e storia». Indovinate quale? Ma ovviamente Micromega, dove si inneggiava alla «rivoluzione liberale» (sic) di Mani pulite. Ed era solo l’inizio. Una folta cordata di giacobini e sanculotti punta oggi a impossessarsi del liberalismo e del liberalsocialismo italiano, o di quel che ne resta. Lo strumento principe della scalata è la collana Instant Book dell’editore Chiarelettere – azionista del Fatto quotidiano, un catalogo traboccante di libri di Travaglio e compari – dove sono apparsi, in tempi recenti, titoli di Luigi Einaudi, Piero Calamandrei, Sandro Pertini, Ernesto Rossi. Dovremmo esserne lieti, e in un certo senso lo siamo. Ma i pescatori di perle hanno scelto, guarda caso, l’Einaudi sostenitore dell’imposta patrimoniale e il Pertini della questione morale. Dal canto suo il povero Ernesto Rossi, presente in collana con alcuni interventi «contro l’industria dei partiti», deve accollarsi un’introduzione di Paolo Flores d’Arcais che fa l’impossibile per guadagnarlo alla causa dell’epurazione grillina o travagliesca. E non è finita qui. Abbiamo dovuto leggere Un onorevole siciliano (Bompiani), le interpellanze parlamentari di Sciascia avvilite e rese irriconoscibili dalla cura moralistica di Andrea Camilleri. E ancora, un Elogio delle minoranze (Marsilio) di Massimiliano Panarari e Franco Motta, dove un lungo capitolo sul socialismo liberale e i suoi eredi riusciva a non menzionare mai i radicali di Pannella, ma in compenso riconosceva in Repubblica e l’Espresso «due fieri e dichiarati house organ di questo speciale “liberalismo civile”». Insomma, conteso tra Scalfari e Flores. Piano con i paragoni, il liberalsocialismo non è il Messia, ma di certo si stanno giocando a dadi le sue vesti.

Articolo uscito su IL di novembre 2012

Giudici a fumetti. Camilleri, Lucarelli, De Cataldo

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Due parole, intanto, per sbrigare la pratica strettamente recensoria: Giudici (Einaudi), terzetto di racconti giudiziari di Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo e Carlo Lucarelli, è un brutto libro. Sono racconti sintetici, ma non nel senso della brevità, nel senso della plastica. Il giudice di Camilleri, un piemontese mandato in terra di mafia appena dopo l’Unità d’Italia, è una rifrittura dello stereotipo del funzionario schivo e integerrimo, e per umanizzarlo lo scrittore di Porto Empedocle non trova di meglio (santo cielo) che attribuirgli un debole per i cannoli siciliani. Lucarelli, dei tre il più plasticoso, s’inventa una giudice ragazzina presa nella trappola della strategia della tensione all’alba della strage di Bologna, e per calarci nell’estate del 1980 tutto quello che sa fare è frugare nel palinsesto Rai e nei juke-box dell’epoca: due strofe di Gianni Togni, e lo scenario è allestito. De Cataldo escogita un’ingarbugliata variazione sul tema di In nome del popolo italiano (debitamente citato, en passant) dove un buon giudice deve vedersela con un sindaco berluscomorfo, furbo e maneggione ma ahimè anche simpatico. Il racconto non parte male, poi dei carabinieri si mettono a cantare su un ritmo hip hop “Lasciate ogni speranza, oh yeah, o voi ch’entrate” e anche De Cataldo va a farsi benedire. Leggi il seguito di questo post »

I “terruncielli” dello Slow Food letterario. Longo, Camilleri, Niffoi

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Che l’angelo Moroni sia tornato tra i mortali? Nel 1823 era apparso in visione al profeta Joseph Smith, fondatore della chiesa dei mormoni, e lo aveva guidato a delle sacre tavole d’oro incise in un fantomatico “egiziano riformato”, la lingua dei primordiali abitatori del continente americano, discendenti dalle tribù perdute di Israele. Ora tutto lascia supporre che il messaggero celeste si sia rifatto vivo con lo scrittore ischitano Andrej Longo, e gli abbia dettato un intero romanzo in “napoletano riformato”, o meglio in un intreccio di cinque o sei dialetti del Sud – “una lingua che l’autore stesso dice di non aver costruito a tavolino, ma di avere ‘sognato’”, si legge nel risvolto di copertina di Lu campo di girasoli (Adelphi). A Joseph Smith l’angelo Moroni aveva dato anche degli occhiali prodigiosi, che consentivano di tradurre dall’egiziano riformato in inglese. Con Longo non è stato altrettanto generoso, e il lettore poco familiare con questa Ursprache panmeridionale deve aggrapparsi agli scampoli di parole moderne che vi restano impigliati qua e là: “Lu motoscooter cu li tre vuaglionni si attravirsava senza prescia lu bosco di aulivi, da sotto lu Muntagnone”; a “lu party” c’era “lu sfriccicamiento de li luminari elettronici”, ed è facile intuire a cosa si riferiscono “lu tilefono”, “la tilivisione” e “lu peroncino”. Ma per lo più lo scenario è arcaico e fiabesco, fatto di feste del Santo, tammorre, personaggi che si chiamano Cicciariello o Capa di Ciuccio ed enigmatici sparvieri che appaiono nel cielo come presagi. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

luglio 14, 2011 at 7:53 pm