Guido Vitiello

Archive for the ‘Il Foglio’ Category

Sfogliando l’album di famiglia dello sfascismo grillino

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Muoia Sansone con tutti i filibustieri, diceva Nino Frassica. E in effetti, chi ha spalancato i mari alle flottiglie corsare, soffiando nelle loro vele fino a che hanno abbordato i vascelli del Parlamento, chi ha offerto il suo aiuto mercenario alle più spericolate incursioni di pirateria giudiziaria al punto da ritrovarsi con lo Stato di diritto impiccato sul pennone della nave, dovrebbe quanto meno riconoscere la parte avuta nell’impresa. Niente da fare, invece: fanno di tutto per cavarti di bocca la vecchia battuta di Guerrazzi su Giuseppe Giusti, che “con braccia di Sansone scosse il luttuoso edifizio della odierna società, e poi ebbe paura dei calcinacci che cascavano”. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 31, 2017 at 9:05 PM

Pubblicato su Il Foglio

V-Day. Rettiliani di lotta e di governo

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La grande anima di Diderot mi perdonerà se ripristino, per un giorno, l’usanza barbara delle vocazioni forzate; ma ho deciso di imporre i voti dell’Ordine dei frati weimariani a Federico Gnech – polemista arguto e un po’ malmostoso che scrive sulla rivista Gli Stati Generali – per via di un suo intervento del 10 maggio, La svastica sul web. Il titolo echeggia il romanzo ucronico di Philip K. Dick in cui nazisti e giapponesi vincono la guerra, La svastica sul sole. Ma farei un torto a frate Gnech a voler comprimere in poche frasi le sue tesi sul nuovo fascismo della Rete; mi limito a far mia la sua premessa maggiore: in tempi estremi, capita che l’immaginazione degli scrittori di fantascienza serva meglio della ragionevolezza degli analisti politici. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 31, 2017 at 8:59 PM

Pubblicato su Il Foglio, Mani bucate

Un puffo vale un puffo. Fantasy e politica

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La vita ideale di Martin Heidegger non doveva esser poi così diversa da quella del puffo medio. Una capanna bianca nella Foresta Nera, così piccina da sembrare un fungo; vita schietta, salubre, in Lederhosen ascellari e cappello alpino; un idillio campestre piccoloborghese come rifugio dalla metropoli violentata dalla Tecnica. Non per nulla il saggista francese Antoine Buéno si divertì a descrivere i puffi come una comunità organica ispirata al modello nazista, che ha per nemico giurato quella caricatura antisemita di Gargamella, mago nero dal naso adunco ossessionato dall’oro e con al seguito un gatto dal sospetto nome di Azrael. Da bambino mi piacevano i puffi, ma non tanto da farmi piacere Heidegger da grande; e soprattutto, sono piuttosto tranquillo finché qualcuno non fonderà un movimento totalitario ecologista ispirato alle colonie di case-fungo, magari alimentate dai pannelli solari.

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Maggio 8, 2017 at 5:56 PM

Pubblicato su Il Foglio, Mani bucate

Cosa c’è nella nebbia in Val Padana?

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Cosa c’è nella nebbia in Val Padana? La domanda di Cochi e Renato si ripresenta a tutti i grandi tornanti della storia della Repubblica, che è bene chiamare tornanti per la loro esasperante tendenza al ricorso. È una domanda che risuona, ostinata come un ritornello, ogni volta che una borghesia sotto sotto irresponsabile, esteriormente contegnosa quanto intimamente spericolata, si accanisce a pigiare sul pedale del qualunquismo e imbocca a tutta velocità la via del suicidio civile. Si dirà che lassù la visibilità non è delle migliori, e che anche una classe dirigente che avesse tutte le patenti in regola rischierebbe di sbandare. Come cantavano Cochi e Renato, in quella nebbia ci son cose che non ci credi nemmeno se le vedi – “a parte il fatto che non le vedi”; e se rimani intrappolato dentro, s’incasina la mentalità. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 4, 2017 at 6:38 PM

Pubblicato su Il Foglio, Mani bucate

Il manganello virtuale e l’aspersorio

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Il nuovo concordato surrealista è l’incontro tra un manganello e un aspersorio sul tavolo di una redazione giornalistica. “Sia dunque fatta la tua volontà”, avrebbe potuto chiedere il direttore di Avvenire al suo sulfureo interlocutore, “e confessami l’ampiezza dei tuoi capricci!”. Così Mefistofele a Faust; e la parola che usa Goethe per capricci è, guarda il caso, Grillen. A Marco Tarquinio non sarà sfuggita l’eucaristia anch’essa surrealista che il messia pagliaccio amministrò ai suoi seguaci, a Torino, in coda a uno spettacolo della primavera 2016. “Questo è il mio corpo”, diceva liturgicamente, spingendo loro in bocca grilli essiccati (la Appendino si astenne, ma solo perché allattava). Certo, era uno scherzo, ribatteranno gli infaticabili minimizzatori, e ricorderanno che i vescovi non batterono ciglio quando Berlusconi prendeva la comunione da divorziato o raccontava barzellette sporcaccione infarcite di bestemmie. A scandalizzarsi era quasi solo Rosy Bindi. Ma le questioni dell’ortodossia o della blasfemia non interessano noi laici extra muros ecclesiae, se non per il fondo antropologico e politico che svelano. E badate che c’è scherzo e scherzo. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 30, 2017 at 4:48 PM

Pubblicato su Il Foglio

Il senso di Libertà e Giustizia per le priorità

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Chissà se dalle parti di Libertà e Giustizia sentiranno finalmente odore di bruciato ora che Grillo, per legittimare quella patacca totalitaria che gabella per democrazia diretta, si è fatto scudo del sacro nome di Norberto Bobbio, citando a vanvera da un libro di trent’anni fa. Del resto era stato un altro patrono dei liberi e giusti, Umberto Eco, a dire che se la casa brucia il primo dovere di un intellettuale è chiamare i pompieri. E loro del centralino dei vigili del fuoco hanno fatto un uso compulsivo, tanto che un magistrato un po’ dadaista avrebbe potuto indagarli per procurato allarme ex art. 658 c.p., punibile con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da 10 a 516 euro. Ogni giorno un appello, un manifesto, una lettera aperta, un referendum morale. Le loro narici ipersensibili hanno fiutato per quindici anni svolte autoritarie, colpi di stato striscianti, dittature della maggioranza, trame piduiste, metamorfosi del fascismo perenne o Ur-fascismo. Sarà stata la perpetua allerta, tutto quell’annusare incendi del Reichstag, a sfiancarli fino all’iposmia, che è la drastica diminuzione dell’olfatto. Gli metti sotto il naso un fascista fumante, e loro non sentono più nulla. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 30, 2017 at 4:43 PM

Pubblicato su Il Foglio

Pseudomnesie di un cinefilo

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Ci fosse stato a Roma un cinema come il Brady, la mia adolescenza stralunata sarebbe stata forse meno solitaria. Al Brady di Parigi, negli anni Settanta, poteva capitare di imbattersi in rassegne tematiche dove Monica e il desiderio di Bergman era abbinato a Distruggete Frankenstein!, saltando con naturalezza dalla serie A alla serie Z. Qui era tutto più faticoso. Ricordo il pellegrinaggio notturno (tre autobus diversi) che dovetti fare, quindicenne, per raggiungere un cineclub in periferia dove proiettavano La Soufrière di Herzog. Per metter mano su film come Non si sevizia un paperino di Fulci, invece, l’unica via era ricorrere a oscuri contrabbandi con amici di amici che potevano procurarti di straforo una videocassetta duplicata. Colpo rovente, un bizzarro poliziesco psichedelico dove Carmelo Bene faceva una particina come sicario, lo trovai solo in una costosissima copia sottotitolata in greco moderno. Soprattutto, non c’era modo di condividere queste passioni troppo alte o troppo basse, simmetricamente snob: il mio ricordo meno solitario è una ferale proiezione pomeridiana (quasi quattro ore) di Intolerance di Griffith all’Azzurro Méliès, un cineclub di Prati, quando mi trovai in sala tra un ometto dall’aria losca con la giacca a quadri che scriveva freneticamente su un taccuino e una coppia di pallidissimi dark avvinghiati. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 30, 2017 at 4:36 PM

Pubblicato su Il Foglio, Mani bucate

Chiamata alle armi per una nuova guerriglia semiologica (Mani bucate, 37)

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L’obbligo per i sudditi di abbracciare la fede del sovrano – cuius regio eius religio, pace di Augusta, 1555 – vale tuttora per certi giornali. Se non per la linea politica, quanto meno per lo stile, diciamo pure per le formule liturgiche; ed è una conversione più profonda e insidiosa. Infallibilmente, chi comincia a scrivere per il Fatto Quotidiano finisce per scrivere male, scimmiottando quella maniera pedestre da Fortebraccio del Bagaglino di cui va così fiero il direttore. Questo pensavo leggendo l’altro ieri il commento sarcastico di Silvia Truzzi al discorso di Luciano Violante a Pisa, che fin dalla prima frase accordava il suo strumento su quello del principe regnante della testata: “Più che un participio, una certezza” – omaggio ai mille corsivi di Travaglio dove Violante è chiamato “il noto participio presente” o “voce del verbo violare”. L’ultimo è proprio di ieri: “Violare, violando, Violante”. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 9, 2017 at 1:50 PM

La Repubblica dei Procuratori (Mani bucate, 36)

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Il 26 gennaio, inaugurazione dell’anno giudiziario, sembrò a qualcuno che dalle toghe bordate di ermellino irraggiasse una solennità insolitamente sinistra. Non si trattava solo di rifondare ritualmente il tempo ciclico del calendario delle udienze: stavolta si celebrava il passaggio a un nuovo eone. Claudio Petruccioli, in quel tono semiserio di ludendo docere che hanno spesso i migliori commentatori su Twitter, ne parlò come di un evento di importanza storica, di quelli che meritano una trafila di maiuscole: “È L’ANNO PRIMO DELLA REPUBBLICA GIUDIZIARIA”. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 4, 2017 at 11:18 am

Tomas Milian (1933-2017)

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Ieri i coccodrilli ricordavano in coro che Tomas Milian recitò per Pasolini. Qualcuno l’ha messo perfino nel titolo. È vero, è falso? Tutto sta ad accordarsi sui termini. Se starsene immobili in un tableau vivant che riproduce la Deposizione di Pontormo può dirsi recitare, allora sì, Tomas Milian recitò per Pasolini. Faceva il soldato romano appoggiato a un rudere di colonna, una comparsa che non figurava nei titoli di testa e neppure, a ben vedere, nel modello originale; perché per adattare quel dipinto verticale al formato orizzontale del fotogramma Pasolini dovette aggiungere tre figure ai lati. Uno era appunto Tomas Milian, con i capelli biondo-rossicci e una daga in pugno; glabro, per giunta, come presto ci saremmo disabituati a vederlo. Nel tableau c’era pure Laura Betti, che era stata la sua iniziatrice alla “dolce vita” quando, nel 1959, era atterrato a Roma da New York; ma lui non dovette dar molto peso a quella posa da bella statuina nella Ricotta, tanto da non menzionarla neppure nell’autobiografia picaresca Monnezza amore mio (Rizzoli). Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

aprile 4, 2017 at 10:21 am

Pubblicato su Cinema, Il Foglio

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