“Un brulicante avvenire”. Le pagine indispensabili/1
Absalon Amet, orologiaio alla Rochelle, può dirsi in un certo senso il precursore occulto di una parte non trascurabile di ciò che poi si sarebbe chiamato la filosofia moderna – forse di tutta la filosofia moderna – e più precisamente di quel vasto settore di indagine a scopo voluttuario o decorativo consistente nel casuale accostamento di vocaboli che nell’uso corrente raramente vanno accostati, con susseguente deduzione del senso o dei sensi che eventualmente si possano ricavare dall’insieme; per esempio: “La Storia è il moto del nulla verso il tempo”, oppure “del tempo verso il nulla”; “Il flauto è dialettico”, e combinazioni simili. Uomo del Settecento, uomo di ingegno, Amet non pretese mai né la satira né la conoscenza; uomo di meccanismi, altro non volle mostrare che un meccanismo. Nel quale si celava minaccioso – ma lui non lo sapeva – un brulicante avvenire di turpi professori di semiotica, di brillanti poeti di avanguardia.
Juan Rodolfo Wilcock, La sinagoga degli iconoclasti, Adelphi 1972
L’invenzione del luogo. Spazi dell’immaginario cinematografico
Il Bates Motel di Psyco, l’Overlook Hotel di Shining, deliberatamente inventato da Kubrick, o la via Veneto de La dolce vita, integralmente ricostruita da Fellini: al pari dell’architettura, i film ci propongono un’esperienza dello spazio e ci conducono in luoghi e paesaggi riconoscibili, a volte totalmente ricreati come mondi possibili. Preesistenti o fabbricati, i luoghi dei film sono sempre il frutto delle falsificazioni costitutive del cinema; si configurano come ambienti virtuali perché lo spazio ripreso – creato dal lavoro di scenografi o da manipolazioni digitali – prende vita soltanto nella nostra esperienza di spettatori. Per poi entrare nel nostro immaginario e dargli forma.
L’invenzione del luogo presenta e studia alcuni tra gli spazi più celebri della storia del cinema, dai paesaggi naturali del western, come la Monument Valley, ai luoghi urbani come Las Vegas, una città costruita di per sé sul crinale tra reale e immaginario. In questo libro l’esperienza cinematografica e il lavoro sul set incrociano la riflessione culturale sul concetto di luogo nelle sue radicali mutazioni contemporanee (non-luoghi, iperluoghi, cyberluoghi, luoghi della memoria…) e, con esse, nelle nuove forme di immaginario che vi si producono.
Con scritti di: Simone Arcagni, Paolo Bertetto, Rossella Catanese, Lorenzo Marmo, Andrea Minuz, Paolo Noto, Silvia Vacirca, Valentina Valente, Guido Vitiello.
L’invenzione del luogo. Spazi dell’immaginario cinematografico, a cura di Andrea Minuz, Edizioni ETS, 2011, 184 pagine. Nel volume c’è il mio saggio Fuoricampo. Immaginare e ricostruire Auschwitz al cinema (pp. 141-162)
Lost. Analisi di un fenomeno (non solo) televisivo
Lost è una serie tv prodotta dalla ABC, in onda, per sei stagioni, dal 2004 al 2010, con ottimi risultati in tutto il mondo in termini di ascolto, ma soprattutto uno straordinario successo in termini di audience engagement.
A più di un anno dalla fine della programmazione on air se ne continua a parlare perché Lost è stato e rimane un prodotto unico nel panorama contemporaneo e si presta a infinite lezioni sul mondo della comunicazione, e sulla trasformazione del sistema dei media nella cultura convergente. Lost è un evento mediale; un prodotto originale quanto a scrittura; innovativo quanto a tecnologie di distribuzione e fruizione; immersivo quanto a esperienza di consumo; spreadable quanto a capacità di produrre e alimentare le pratiche della connected audience.
Questo volume punta, dunque, ad aprire tanti spazi di discussione sulla serie quante sono le prospettive di osservazione con cui è possibile avvicinare Lost: dallo sguardo dei produttori, dei broadcaster, delle media companies, a quello della ricerca sulle audience e sui social media, dal punto di vista dei fan a quello degli studiosi delle potenzialità testuali e narrative della fiction, con l’obiettivo di capire cosa è cambiato e cosa succederà dopo Lost.
Con scritti di: Boccia Artieri, Buonanno, Ciofalo, Gianturco, Leonzi, A. Marinelli, G. Marinelli, Valeriani, Vellar, Vitiello.
Lost. Analisi di un fenomeno (non solo) televisivo, a cura di Romana Andò, Bonanno editore, 2011, 232 pagine. Nel volume c’è il mio saggio Una genealogia di Lost. Appunti sparsi sull’epica moderna, il feuilleton, l’opera d’arte totale e il sacro da baraccone (pp. 35-46)
Nuove metamorfosi di Tristano e altri saggi sui miti dell’amore
«Esiste un solo romanzo, nelle nostre letterature! Una sola passione che impone le stesse peripezie in tutti i tempi da Tristano in poi, dall’epifania grandiosa e decisiva dell’archetipo della passione nel XII secolo». È la scoperta che Denis de Rougemont annuncia in queste pagine, che riprendono il filo della sua opera maggiore, L’Amour et l’Occident. Mutano i fondali e le persone del dramma, ma a occupare la scena della letteratura occidentale sono sempre loro, Tristano e Isotta, eroi di una passione che sceglie la trasgressione contro la norma, la notte contro il giorno, in ultimo la morte contro la vita.
Tre romanzi di amour-passion del ventesimo secolo – Il dottor Zivago, Lolita, L’uomo senza qualità – sono sottoposti da De Rougemont ad analisi mitologica, o «mitanalisi»: l’eroe di Pasternak insegue la sua Isotta, Lara, braccato da un Re Marco ferocissimo, il despota sovietico; Humbert Humbert venera un idolo avvolto dall’aura dall’interdetto, una «ninfetta» dodicenne; lo Ulrich di Musil si oppone al divieto più assoluto, l’incesto, amando la gemella Agathe.
Ovunque domina Tristano, che però è qui chiamato a fare i conti con altre due figure: Don Giovanni, che ha per l’occasione le fattezze di Friedrich Nietzsche, seduttore di tutte le idee del suo tempo; e Amleto, alter ego di un altro principe danese, Søren Kierkegaard, tormentato dalla sua vocazione come l’eroe di Shakespeare lo era dallo spettro paterno.
Nuove metamorfosi di Tristano e altri saggi sui miti dell’amore, Denis de Rougemont, a cura e con un saggio di Guido Vitiello, Ipermedium Libri (collana Società moderna), 2011, 105 pagine
Ha visto il montaggio analogico?
Illuminare Pasquale Festa Campanile con Schnitzler e Gozzano, usare Panofsky per analizzare la pseudo-soggetiva di una mosca in Reazione a catena di Mario Bava, leggere Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci come il film sulla fine della civiltà contadina che Pasolini non ha mai girato. Tanto fanno, Andrea Pergolari e Guido Vitiello, in questo aureo libretto. Ma non sono cinefili snob o accademici in vena di sfoggio. Il loro scopo, infatti, non è nobilitare i film che amano. Tali film, infatti (da Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno di Luciano Salce a Gran bollito di Bolognini), non ne hanno bisogno. Sono già nobili. Solo che non se ne è accorto quasi nessuno. I tanti che li hanno apprezzati, spesso, l’hanno fatto con un misto di senso di colpa e di esibizionismo trash (questo sì, snobistico). Pergolari e Vitiello, invece, sono l’anti-trash: non hanno bisogno di fingersi meno intelligenti di quello che sono, di giocare basso per cercare il facile ammiccamento. E mostrano quanto sia ricca e complessa tutta una fetta di cinema italiano a torto considerato “minore”, ma che è semmai medio, popolare e di genere. Un cinema che in parte coincide con la mai abbastanza elogiata commedia all’italiana, sistematicamente denigrata prima dagli ideologi e dai bacchettoni, e dopo dai fan della monnezza. Pergolari e Vitiello, inoltre, non parlano solo di piani-sequenza e montaggi eisensteiniani. In un libro di cinema, trovare citati José Ortega y Gasset o Thomas Mann di fianco al ragionier Ugo Fantozzi, è raro e fa bene. Nella barbarie che ci circonda, occorre essere sanamente démodé e coraggiosamente utopisti. –Alberto Pezzotta
Ha visto il montaggio analogico? Ovvero dieci capolavori misconosciuti del cinema italiano minore scelti per la rieducazione del cinefilo snob, Andrea Pergolari e Guido Vitiello, Lavieri edizioni, 2011, 104 pagine
Mistica senza Dio
Jorge Luis Borges lo riteneva uno dei grandi prosatori di lingua tedesca e uno dei cinque autori che più lo avevano influenzato, tanto che scrisse interi racconti ispirati alla sua filosofia. Hofmannsthal lo leggeva avidamente, e ne trasse ispirazione per la Lettera di Lord Chandos. James Joyce incaricò Samuel Beckett di setacciare i suoi scritti a caccia di idee, all’epoca in cui lavorava al Finnegans Wake. Ludwig Wittgenstein gli fu debitore per alcune profonde intuizioni. Eppure, quasi nessuno si ricorda oggi di Fritz Mauthner, scrittore, giornalista e filosofo del linguaggio di origine boema che dedicò tutta la vita a una titanica impresa di demolizione. Due gli edifici da abbattere, o forse le due facce di un solo edificio: il Linguaggio e Dio. Gli dèi non sono che nomi, diceva, e le parole sono le nostre tiranniche divinità. Solo liberandosi degli uni e delle altre si può accedere alla mistica pura, la mistica senza Dio, senza favole e senza teologie, senza templi e senza chierici.
Fritz Mauthner (1849-1923) è autore di romanzi, saggi, scritti satirici, parodie, e soprattutto di due opere monumentali: i Contributi a una critica del linguaggio (1901-1902) e la Storia dell’ateismo in Occidente (1920-1923).
Mistica senza Dio, Ernst Benz, a cura e con un saggio di Guido Vitiello, Irradiazioni, 2011, 213 pagine
Il testimone immaginario. Auschwitz, il cinema e la cultura pop
Scompaiono gli ultimi testimoni della Shoah e la trasmissione della memoria è affidata ormai a narrazioni di seconda mano: film, serie tv, romanzi, fumetti. Ma queste narrazioni si sforzano sempre più spesso di simulare il punto di vista del testimone oculare, fornendo l’illusione di un accesso diretto al passato. Se, come dice Elie Wiesel, l’Olocausto è un mistero oscuro che solo chi ha vissuto può comprendere, agli altri non resta che una possibilità: immaginare di riviverlo. Da qui hanno origine quelle che Gary Weissman chiama fantasie di testimonianza, i tentativi immaginari di sperimentare l’evento che è divenuto ormai il nostro «mito negativo delle origini». A queste fantasie il cinema ha fornito un veicolo privilegiato, non solo attraverso i film maggiori come Schindler’s List o Shoah, ma anche e soprattutto tramite il ricco e misconosciuto universo dei film di genere. La fantascienza e i suoi viaggi nel tempo, le testimonianze «dal buco della serratura» del cinema erotico, la fascinazione del male estremo nell’horror, sono tutte vie per immergere lo spettatore nel cuore di tenebra di Auschwitz. Dopo l’«era del testimone», inaugurata dal processo Eichmann, si annuncia l’era del testimone immaginario.
Il testimone immaginario. Auschwitz, il cinema e la cultura pop, Ipermedium libri, 2011, 196 pagine
69, page érotique. Una rubrica di critica militare
Questa mia nuova rubrica, cinica fino alla canaglieria, si è scelta come numi tutelari due uomini buoni, Marshall McLuhan e Serge Gainsbourg. Che colpa ne hanno?
McLuhan, a quanto racconta il suo biografo Philip Marchand, sosteneva che per capire se un libro merita o meno di esser letto basta ispezionarne una sola pagina, la 69: se lì non c’è niente di buono, è probabile che anche il resto del libro non valga granché.
Gainsbourg, dal canto suo, annunciò che il ’69 sarebbe stato l’année érotique. O anche, come diceva Alberto Arbasino: “Io che ho fatto il Sessantotto…”. “E io, che ho fatto il Sessantanove?” (Un paese senza). Sarà che si era in piena liberazione sessuale, sarà che nemmeno aveva fatto a tempo di liberarsi di Brigitte Bardot che già si ritrovava tra le braccia Jane Birkin, ma Gainsbourg fu facile profeta. Leggi il seguito di questo post »


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