Guido Vitiello

Posts Tagged ‘Theodor Reik

Masochismo e suicidio delle classi dirigenti (Mani bucate, 33)

with one comment

311.jpg

“Io fui Paolo già. Troppo mi scuote il nome di Virginia”; ma l’incredibile caso Raggi-Berdini suscita reminiscenze letterarie ben più cupe di questi versi di Gozzano o del romanzo di Saint-Pierre che li ispirò. La tortuosa sequela di umiliazioni a cui si è sottoposto liberamente l’assessore – le accuse lanciate alla sovrana credendosi al riparo dai suoi occhi (un caso di scuola di “atto mancato”); l’autodenigrazione pubblica del giorno dopo (“Sono un coglione, questa è la verità”); il risentimento verso il cronista che aveva spezzato il patto di vassallaggio; l’attesa tormentosa di un responso o di un perdono – tutto questo ha una sola pietra di paragone nella storia della letteratura, ed è la Venere in pelliccia di Sacher-Masoch. Leggi il seguito di questo post »

Ho una banda che mi suona nella testa. Sui tormentoni

leave a comment »

Forse Massimo Troisi non aveva tutti i torti a suggerire che la rovina dei giovani è stata il grammofono. E dopo il grammofono, la radio. E dopo la radio, la tv. Quando Mina, nel 1967, cantava alla Rai: “Ho una banda che mi suona nella testa, che mi suona così forte che se vieni più vicino puoi ascoltarla pure tu: zum zum zum”, una persona di senno avrebbe dovuto chiamare il pronto intervento psichiatrico. In altre epoche, chissà, la si sarebbe affidata alle cure di uno sciamano, o di un esorcista, qualcuno insomma versato nell’arte di cacciare gli spiriti. E invece niente: la posseduta poté cantare fino in fondo la sua canzone, che per inciso si apriva con il proverbiale “sarà capitato anche a voi”. In effetti, hypocrite auditeur, era capitato a tutti, e la pandemia nei decenni a venire non avrebbe fatto che estendersi. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

settembre 11, 2012 at 1:15 am

Cantare alla fine dei tempi. Dylan e l’Apocalisse

with one comment

Quando, nel 1953, Theodor Reik dava alle stampe The haunting melody, grande studio di psicoanalisi dell’esperienza musicale incentrato sui motivetti che ti si piantano in testa e non vogliono uscirne, Elvis Presley era un oscuro diplomato della Humes High School che si arrabattava a vivere lavorando come camionista per una compagnia elettrica di Memphis. Little Richard non aveva ancora lanciato l’urlo barbarico e dadaista di Tutti Frutti, quell’awop-bop-a-loo-mop-alop-bam-boom che sfida qualunque trascrizione. Bob Dylan era un comunissimo dodicenne di Hibbing, nel Minnesota, che passava i pomeriggi ad ascoltare blues e country alla radio, e si faceva chiamare ancora Robert Zimmermann. Non c’è quindi da stupirsi che Reik, uno dei primi allievi di Freud a Vienna, non spingesse i suoi esempi più in là di Mahler o più in basso di qualche valzer, bagattella o capriccio viennese (di jazz, nemmeno a parlarne). Mai avrebbe potuto immaginare fino a che punto saremmo stati posseduti dagli onnipresenti demoni della musica leggera, fino a che punto le haunting melodies ci avrebbero assillati: non c’è quasi istante in cui – “col favore della Musa o d’un ordegno”, avrebbe detto Montale – la nostra mente non sia occupata da un’eco di canzonetta, a far da basso continuo ai pensieri. Leggi il seguito di questo post »