Il blog di Guido Vitiello

La fabbrica dei divi politici

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Star is born 2Scacciare in malo modo tutti i demoni, da bravo monaco del deserto, ma lasciare aperto uno spiraglio per quello che Mallarmé chiamava il demone dell’analogia, l’unico da cui si possa ottenere qualche buon favore. Come precetto religioso non vale granché, ma usato con giudizio dà i suoi frutti. Rivedendo giorni fa A Star is Born, la versione del 1937 di un film rifatto più volte nei decenni successivi, c’era una scena che continuava a ricordarmi insistentemente qualcos’altro, ma che cosa? La scena è quella in cui Janet Gaynor, nel ruolo di una ragazza di campagna che tenta la fortuna a Hollywood, è circondata da esperti degli studios in camice bianco che le disegnano sopracciglia di ogni foggia, le allargano la bocca per studiare le potenzialità del suo sorriso, la cospargono di ciprie e di rossetti. Ha l’aria di un piccolo martirio, di un pigmalionismo da laboratorio, ma d’altronde nella Hollywood degli anni d’oro la trasformazione della donna in diva era un processo ascetico e crudele, degno di un racconto di Wedekind, o – come ha suggerito Jeanine Basinger in un bel libro che ne descrive le tappe, The Star Machine – di un mercato delle schiave arabo del decimo secolo.

In Italia non abbiamo avuto niente di simile. Lo ricordano Jacqueline Reich e Catherine O’ Rawe in un libro pubblicato da poco, Divi. La mascolinità nel cinema italiano (Donzelli). Il divismo italiano è stato un fenomeno effimero, disorganizzato, senza un modello industriale centralizzato. Tutto fuorché una “Star Machine”. Eppure quella scena la associavo a qualcosa di italiano, di italianissimo, e il demone dell’analogia non voleva saperne di tacere. Che cos’è che mi tornava in mente? Forse Bellissima di Visconti? Acqua, acqua. Alla fine ho trovato: Gli onorevoli, il film di Sergio Corbucci del 1963 di cui tutti ricordano il mantra di Totò al megafono (“Vot’Antonio, vot’Antonio, vot’Antonio…”). Parlo della scena in cui Peppino De Filippo, nella parte di un severo professore del Movimento Sociale Italiano invitato a partecipare a una Tribuna elettorale, finisce sotto le mani di uno strepitoso Walter Chiari, regista-truccatore, che lo prepara per l’impatto con il nuovo mezzo televisivo. Lo incipria, gli allarga il labbro inferiore con il rossetto, gli dilata le narici con un tampone, gli applica delle ciglia finte, gli infoltisce le sopracciglia, insiste per mettergli una parrucca con i boccoli, il tutto per trasformarlo nel “più bell’esemplare virile e affascinante dell’italica specie”. C’era tutto il futuro, in quella scena. Il completo marrone di Occhetto. Le montature sempre più sottili di Fini. I trapianti e i lifting di Berlusconi. Il Veltroni parodistico di Corrado Guzzanti che spera di vincere le elezioni candidando Di Caprio o Amedeo Nazzari. Sorrentino che sceglie di chiamare Il Divo il suo film su Andreotti. Soprattutto, in quella scena memorabile c’era la consapevolezza ancora inarticolata che la cosa più simile allo star system che abbiamo in Italia è il divismo politico, e non sarà un caso se politica e spettacolo sono diventati due campi dal confine così permeabile che si fatica a chiamarlo confine.

Il libro di Reich e O’ Rawe offre un ottimo inventario dei divi italiani e dei tipi di mascolinità che hanno incarnato dagli anni del muto a Servillo e Scamarcio. Leggendolo ho pensato però che si potrebbe scrivere un altro libro, tutto su divismo e politica, adottando un elegante schema plutarchiano. Vite parallele di Nazzari e Mussolini. Convergenze parallele di Sordi e di Andreotti (con occasionale collisione nell’arcinota scena del Tassinaro). Ma c’è un punto in cui anche le rette parallele si incontrano, e questo punto non è l’infinito, è la Seconda Repubblica. Lo si potrebbe scrivere sotto dettatura del demone dell’analogia, ma sospetto che anche lui ne uscirebbe frastornato.

Articolo uscito sul Foglio il 30 gennaio 2016 con il titolo Divi elettorali

Una Risposta

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  1. Il demone dell’analogia. Ecco cosa mi spinge a leggere Guido Vitiello. So che lo troverò nelle sue righe… beffardo, elegante e colto come Woland a Mosca. Stima, stima profonda.

    Giano Bellona

    febbraio 1, 2016 at 9:26 pm


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